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Contro il papato

La dottrina dei teologi papisti

Il papa è il successore di Pietro, e quindi il capo visibile della Chiesa di Cristo. Egli ha tra gli altri poteri, quello di fare santo qualcuno morto in fama di santità, di aprire il regno dei cieli e di chiuderlo a chi vuole perché ne possiede le chiavi, e quando definisce dottrine in materia di fede e di morale è infallibile. ‘Il Papa è il successore di san Pietro nella sede di Roma e nel primato, ossia nell’apostolato ed episcopato universale; quindi il capo visibile, Vicario di Gesù Cristo capo invisibile, di tutta la Chiesa, la quale perciò si dice Cattolica-Romana’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 198). Egli viene definito vescovo universale perché Gesù disse a Pietro di pascere i suoi agnelli, le sue pecorelle e le sue pecore (cfr. Giov. 21:15-18); capo della Chiesa e principe degli apostoli perché Gesù disse sempre a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Matt. 16:18). Oltre a questi passi i teologi papisti ne prendono degli altri, che citeremo e spiegheremo in appresso, per sostenere il primato di Pietro. Ma perché viene detto che proprio lui, il ‘vescovo’ di Roma, e non un altro vescovo di un’altra città, è il successore di Pietro, e quindi il capo della Chiesa? Perché – dice la tradizione papista – Pietro venne a Roma, vi fondò la Chiesa, la pasturò per più di venti anni lasciando poi il suo ministero ai suoi successori. Sempre quest’uomo viene chiamato padre santo, ha il potere di dichiarare santo qualcuno che è morto ed ha le chiavi del regno dei cieli.

Il papa viene definito anche infallibile quando parla ‘ex-cattedra’. Ecco cosa dice il catechismo a tale riguardo: ‘Il Papa, da solo, non può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio, ossia è infallibile come la Chiesa (quando da Pastore e Maestro di tutti i cristiani, definisce dottrine circa la fede ed i costumi)’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 207). L’infallibilità papale fu dichiarata dogma dal concilio Vaticano I nel 1870 in questi termini: ‘Noi insegniamo, e definiamo essere dogma divinamente rivelato che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica, definisce che una dottrina riguardante la fede o i costumi dev’essere ritenuta da tutta la chiesa, per quell’assistenza divina che gli è stata promessa nel beato Pietro, gode di quella infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto dotata la sua chiesa, allorché definisce la dottrina riguardante la fede o i costumi. Quindi queste definizioni sono irreformabili per virtù propria, e non per il consenso della chiesa [1]. Se poi qualcuno – Dio non voglia! – osasse contraddire questa nostra definizione; sia anatema’ (Concilio Vaticano I, Sess. IV, cap. IV) [2].

 

Confutazione

 Colui che viene chiamato papa non è il vescovo universale

Il titolo di vescovo universale fu dato per la prima volta dall’imperatore Foca (che nel 602 era salito sul trono di Costantinopoli dopo avere fatto uccidere il suo predecessore e la sua famiglia) al vescovo di Roma Bonifacio III (607), titolo che peraltro era stato rifiutato dal suo predecessore Gregorio I (590-604). Questa è l’origine di questo appellativo dato al capo della chiesa romana. Passiamo ora a dimostrare con le Scritture che colui che viene chiamato papa non è il vescovo universale.

Ora, secondo la Scrittura tutti i credenti che sono sulla terra hanno sì dei vescovi (gli anziani) che li sorvegliano e li pascono per ordine di Dio, ma al di sopra di essi non c’é affatto il capo dello Stato del Vaticano, ma il nostro Signore Gesù Cristo che Pietro chiama il Pastore e Vescovo delle anime nostre. Ecco chi é il Vescovo universale, Gesù Cristo, il Figlio di Dio che siede alla destra di Dio. Ma allora chi é costui che definiscono papa? Certamente un impostore, che si é preso un titolo che non gli si addice affatto. Le seguenti Scritture attestano che Gesù Cristo é il Pastore della sua Chiesa.

Ÿ Isaia disse di lui: “Come un pastore, egli pascerà il suo gregge; raccoglierà gli agnelli in braccio, se li torrà in seno, e condurrà pian piano le pecore che allattano” (Is. 40:11);

Ÿ Dio disse tramite Ezechiele del suo Cristo: “E susciterò sopra d’esse un solo pastore, che le pascolerà; il mio servo Davide; egli le pascolerà, egli sarà il loro pastore” (Ez. 34:23);

Ÿ Michea disse del Cristo: “Egli starà là e pascerà il suo gregge colla forza dell’Eterno..” (Mic. 5:3);

Ÿ in Zaccaria é scritto: “Così parla l’Eterno, il mio Dio: Pasci le mie pecore…” (Zacc. 11:4);

Ÿ Gesù disse: “Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie mi conoscono…” (Giov. 10:14); e: “Ho anche delle altre pecore, che non son di quest’ovile; anche quelle io devo raccogliere, ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore” (Giov. 10:16).

E’ vero che Gesù, dopo che fu risuscitato dai morti, disse a Simon Pietro: “Pasci i miei agnelli… Pastura le mie pecorelle… Pasci le mie pecore” (Giov. 21:15,16,17), ma Pietro non si arrogò mai il titolo di vescovo supremo della Chiesa di Cristo, tanto é vero che nella sua prima epistola dice ai santi: “Poiché eravate erranti come pecore; ma ora siete tornati al Pastore e Vescovo delle anime vostre” (1 Piet. 2:25) (che non era lui, ma Gesù Cristo). E agli anziani egli dice: “Io esorto dunque gli anziani che sono fra voi, io che sono anziano con loro e testimone delle sofferenze di Cristo e che sarò pure partecipe della gloria che ha da essere manifestata: Pascete il gregge di Dio…” (1 Piet. 5:1,2); poi dice loro come devono farlo ed infine dice loro: “E quando sarà apparito il sommo Pastore, otterrete la corona della gloria che non appassisce” (1 Piet. 5:4). Pietro quindi non si reputava affatto il vescovo universale ma solamente uno dei vescovi (gli anziani) che pascevano la Chiesa di Dio in quei giorni. Per lui il Vescovo universale era Cristo Gesù.

Queste sono le ragioni per cui noi non accettiamo il capo dello Stato del Vaticano come Vescovo supremo della Chiesa, perché la Scrittura attesta che il Pastore e Vescovo delle anime nostre é solo Cristo Gesù, e che l’apostolo Pietro non fu costituito Pastore supremo della Chiesa primitiva con l’autorità di trasmettere ai suoi successori questa dignità; e quindi non è vero che Pietro trasmise il suo vescovado ad un suo successore (che secondo i teologi cattolici fu un vescovo della Chiesa di Roma del primo secolo dopo Cristo).

 

L’apostolo Pietro non fu costituito capo della Chiesa e non lasciò successori

Il capo dello Stato del Vaticano non può essere definito in nessuna maniera il successore di Pietro. La ragione é perché Gesù non conferì mai a Simon Pietro il primato sugli altri apostoli e sulla Chiesa dicendogli di trasmetterlo poi ad altri; di conseguenza coloro che insegnano che egli era a capo della Chiesa d’allora e che il suo primato sia stato da lui trasmesso a qualcun altro insegnano una falsa dottrina e seducono coloro che l’accettano. Adesso dimostreremo mediante le Scritture quanto appena detto cominciando con lo spiegare il passo del “Tu sei Pietro…” (Matt. 16:18) in Matteo, perché è su di esso che i teologi papisti si appoggiano per spiegare che Pietro fu costituito da Cristo capo e fondamento della Chiesa, e quindi che fu il primo papa.

Ora, Gesù disse a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno de’ cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato ne’ cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto ne’ cieli” (Matt. 16:18,19). Queste parole Gesù le rivolse a Pietro dopo che questi gli disse dinanzi agli altri discepoli: “Tu sei il Cristo, il Figliuol dell’Iddio vivente” (Matt. 16:16), e noi crediamo in esse infatti crediamo che Gesù Cristo edificò la sua Chiesa sopra la sola pietra angolare che esista in tutto il tempio di Dio e che é lui stesso, il Figliuol di Dio, e non Pietro, nulla togliendo al fatto che Pietro sia una parte del fondamento posto da Cristo sopra di lui. Che “questa pietra”, a cui Gesù fece riferimento in quella risposta a Simon Pietro, è Gesù Cristo stesso, e che il fatto che poco prima egli si sia rivolto a Pietro dicendogli: “Tu sei Pietro..” non significa che questa pietra è Pietro, lo si deduce anche dal confronto con queste parole che Gesù disse ai Giudei: “La pietra che gli edificatori hanno riprovata è quella ch’è divenuta pietra angolare… E chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed ella stritolerà colui sul quale cadrà” (Matt. 21:42,44). Perché? Perché in queste parole Gesù dicendo “su questa pietra” si riferì a lui medesimo e non a qualcun altro; certo non disse ‘su di me stesso’, ma è evidente che parlò di lui e non di qualcun altro. Quindi, anche il “su questa pietra” presente nel discorso di Gesù a Pietro significa su Cristo e non su Pietro. Perciò, come Gesù quando disse “chi cadrà su questa pietra” non volle dire: ‘Chi cadrà su Simon Pietro’, così anche quando egli disse: “Su questa pietra edificherò la mia Chiesa” non disse: ‘Su Simon Pietro edificherò la mia chiesa’, perché in tutti i due discorsi “questa pietra” è lui stesso e nessun altro.

Le seguenti Scritture attestano chiaramente che Pietro non fu costituito da Cristo né il fondamento della Chiesa, né il principe degli apostoli e neppure il capo supremo della Chiesa.

Ÿ Paolo dice agli Efesini: “Voi dunque non siete più né forestieri né avventizî; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, essendo stati edificati sul fondamento degli apostoli e de’ profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore” (Ef. 2:19-21). La casa di Dio é una casa spirituale formata da pietre viventi, cioè da uomini e donne vivificati da Cristo, ed ha come fondamento alla base di essa Cristo Gesù, la pietra angolare. Ma sopra Cristo é stato posto un altro fondamento da Dio che é costituito dagli apostoli e dai profeti, e difatti noi figliuoli di Dio ci basiamo nella nostra vita sugli insegnamenti di Cristo Gesù, su quelli degli apostoli e sulle parole dei profeti. Ma rimane il fatto che il Capo e il Fondamento della Chiesa rimane sempre Cristo perché lui é il Salvatore del corpo. Come potete vedere nelle parole di Paolo non si intravede la benché minima prova della supremazia dell’apostolo Pietro su gli altri apostoli, appunto perché Pietro é uno degli apostoli che formano il fondamento della Chiesa e non il solo apostolo di cui è formato il fondamento.

Ÿ L’apostolo Paolo dice ai Corinzi: “Io, secondo la grazia di Dio che m’è stata data, come savio architetto, ho posto il fondamento; altri vi edifica sopra. Ma badi ciascuno com’egli vi edifica sopra; poiché nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù” (1 Cor. 3:10,11). Queste parole di Paolo, assieme a queste sue altre parole scritte ai Romani: “Così, da Gerusalemme e dai luoghi intorno fino all’Illiria, ho predicato dovunque l’Evangelo di Cristo, avendo l’ambizione di predicare l’Evangelo là dove Cristo non fosse già stato nominato, per non edificare sul fondamento altrui” (Rom. 15:19,20), confermano che il fondamento della Chiesa di Dio è Cristo Gesù, e non Pietro o il suo presunto successore come invece asserisce la chiesa romana.

Ÿ L’apostolo Pietro nella sua prima epistola dice: “Accostandovi a lui, pietra vivente, riprovata bensì dagli uomini ma innanzi a Dio eletta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale… Poiché si legge nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, eletta, preziosa; e chiunque crede in lui non sarà confuso” (1 Piet. 2:4-6), ed ai capi sacerdoti e agli anziani disse del Cristo: “Egli è la pietra che è stata da voi edificatori sprezzata, ed é divenuta la pietra angolare” (Atti 4:11). Quindi Pietro ha definito Gesù pietra vivente, eletta e preziosa ed anche la pietra angolare che Dio aveva promesso di mettere in Sion dopo che sarebbe stata rigettata dagli edificatori; quindi lui stesso riconobbe che Cristo era la prima pietra di tutta la costruzione e che tutti i credenti (lui incluso) erano come delle pietre viventi che si dovevano accostare alla pietra vivente che é Cristo. Che fanno invece i teologi cattolici romani? Disconoscono Cristo Gesù come la pietra angolare, e difatti la chiesa romana non ha come fondamento Cristo Gesù, ma il papato che fonda la sua esistenza sulla menzogna e sull’ipocrisia. Se la chiesa romana fosse veramente fondata sopra Cristo Gesù (come dice di essere) essa si atterrebbe alle parole di Cristo e non annullerebbe l’insegnamento del Signore nostro Cristo Gesù e quello degli apostoli.

Ÿ Marco dice: “E vennero a Capernaum; e quand’egli fu in casa, domandò loro: Di che discorrevate per via? Ed essi tacevano, perché per via aveano questionato fra loro chi fosse il maggiore. Ed egli postosi a sedere, chiamò i dodici e disse loro: Se alcuno vuol essere il primo, dovrà essere l’ultimo di tutti e il servitor di tutti” (Mar. 9:33-35). Ora, se Pietro fosse stato il principe degli apostoli di certo Gesù lo avrebbe detto in quest’occasione in cui i discepoli avevano discusso fra loro per sapere chi era il maggiore; ma da quello che dice Marco, Gesù non dichiarò Pietro il maggiore degli apostoli. Egli disse che chi fra loro voleva essere il primo doveva essere il servitore di tutti. Ed oltre a ciò, bisogna dire che dato che questa disputa fra i discepoli avvenne dopo che Gesù dichiarò beato Simon Pietro per la sua confessione di fede e gli disse: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa…” (Matt. 16:18), è evidente che i discepoli a quelle parole di Gesù dirette a Pietro non gli avevano affatto dato l’interpretazione che gli danno i teologi papisti. Perché? Perché altrimenti essi non avrebbero questionato fra loro chi fosse il maggiore, essendo stata la questione risolta in precedenza da Gesù.

Ÿ Paolo ai Galati chiama Giacomo, Cefa, e Giovanni “quelli che godono di particolare considerazione” (Gal. 2:6) e anche quelli “che godono maggior considerazione” (Gal. 2:6), e dice che essi erano “reputati colonne” (Gal. 2:9) nella Chiesa. Anche in queste parole di Paolo, Pietro non ricopre una posizione di dominio sopra gli altri apostoli o sopra la Chiesa di Dio perché viene annoverato tra le colonne della Chiesa assieme ad altri due apostoli. Da come parlano invece i teologi cattolici romani Pietro era la colonna portante dell’intera Chiesa. A chi credere dunque? A Paolo, di certo, perché lui parlava da parte di Dio in Cristo.

Ÿ Dopo che Gesù fu assunto in cielo, prima che giungesse il giorno della Pentecoste, l’apostolo Pietro si alzò in mezzo ai fratelli che erano adunati, che ammontavano a circa centoventi persone, e disse innanzi tutto che era stato necessario che si adempisse ciò che lo Spirito Santo aveva detto tramite Davide intorno a Giuda Iscariota, poi disse queste parole: “Bisogna dunque che fra gli uomini che sono stati in nostra compagnia tutto il tempo che il Signor Gesù è andato e venuto fra noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni fino al giorno ch’egli, tolto da noi, è stato assunto in cielo, uno sia fatto testimone con noi della risurrezione di lui” (Atti 1:21,22). E questo fu fatto perché trassero a sorte tra Mattia e Giuseppe, ed essendo stato sorteggiato Mattia egli fu aggiunto agli undici. Notate che non fu Pietro a decidere chi doveva prendere il posto di Giuda, ma la sorte. Questo conferma che Pietro in seno alla Chiesa non possedeva il posto di ‘capo della Chiesa’, come invece asserisce la curia romana, perché altrimenti lo avrebbe scelto lui il successore di Giuda.

Ÿ A Gerusalemme quando si riunirono gli apostoli e gli anziani per discutere un’importante questione che era sorta, cioè se circoncidere i Gentili e comandare loro d’osservare la legge o no, l’apostolo Pietro non ricoprì la posizione di principe degli apostoli o di vescovo universale. E’ scritto infatti: “Essendone nata una gran discussione, Pietro si levò in piè, e disse loro: Fratelli, voi sapete che fin dai primi giorni Iddio scelse fra voi me, affinché dalla bocca mia i Gentili udissero la parola del Vangelo e credessero. E Dio, conoscitore dei cuori, rese loro testimonianza, dando lo Spirito Santo a loro, come a noi; e non fece alcuna differenza fra noi e loro, purificando i cuori loro mediante la fede. Perché dunque tentate adesso Iddio mettendo sul collo de’ discepoli un giogo che né i padri nostri né noi abbiam potuto portare? Anzi, noi crediamo d’esser salvati per la grazia del Signor Gesù, nello stesso modo che loro” (Atti 15:7-11). Dopo Pietro parlarono anche Paolo e Barnaba, ed infine Giacomo che fu quello che giudicò di non dare molestia ai credenti di fra i Gentili, ma di ordinargli di astenersi dalle cose sacrificate agli idoli, dalla fornicazione, dalle cose soffocate e dal sangue. Ora, se Pietro avesse avuto la priorità in ogni cosa sicuramente questo si sarebbe palesato a Gerusalemme in quell’importante riunione, ma bisogna dire che, ancora una volta, della sua sbandierata supremazia non c’é la benché minima prova. Pietro sì parlò per primo, ma colui che disse cosa bisognava dire ai Gentili di evitare fu Giacomo e non Pietro, infatti egli disse: “Io giudico che non si dia molestia a quelli dei Gentili che si convertono a Dio…” (Atti 15:19). E badate che quello di Giacomo non fu un consiglio ma un giudizio; dico questo perché i sostenitori del primato di Pietro tendono con i loro discorsi a farlo passare per un semplice suggerimento.

Ÿ “Or gli apostoli ch’erano a Gerusalemme, avendo inteso che la Samaria avea ricevuto la parola di Dio, vi mandarono Pietro e Giovanni. I quali, essendo discesi là, pregarono per loro affinché ricevessero lo Spirito Santo; poiché non era ancora disceso sopra alcuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signor Gesù. Allora imposero loro le mani, ed essi ricevettero lo Spirito Santo” (Atti 8:14-17). Anche in questo caso non emerge nella maniera più assoluta che Pietro fosse il Principe degli apostoli o il capo della Chiesa. Notate infatti che Pietro fu mandato in Samaria assieme a Giovanni dagli apostoli che erano in Gerusalemme, e che sia Pietro che Giovanni pregarono per i Samaritani affinché ricevessero lo Spirito Santo, il che sta ad indicare che ambedue avevano il dono di imporre le mani ai credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo e non solo Pietro.

Ÿ Pietro, sia prima del giorno della Pentecoste, che il giorno della Pentecoste, e sia dopo, e precisamente nel caso della guarigione dello zoppo al tempio, quando lui e Giovanni comparvero davanti al Sinedrio, quando Anania portò i denari ai piedi degli apostoli, e quando Simone offerse a lui e a Giovanni del denaro per ricevere l’autorità di imporre le mani ai credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo, dico, in tutte queste diverse circostanze, egli si palesò essere il primo a parlare tra gli apostoli (cfr. Atti 1:15; 2:14; 3:12; 4:8; 5:3; 8:20), ma non il primo per importanza tra gli apostoli. Vi ricordo a tale proposito che Paolo e Barnaba erano stati ambedue appartati per ordine dello Spirito Santo ad Antiochia, ed ambedue erano stati mandati dallo Spirito Santo a compiere quell’opera, ma tra i due Paolo era il primo a parlare infatti a Listra le turbe dopo avere visto la guarigione compiuta da Paolo lo chiamarono Mercurio “perché era il primo a parlare” (Atti 14:12). A conferma di ciò vi ricordo che ad Antiochia di Pisidia, quando i capi della sinagoga mandarono a dire a Barnaba e Paolo che se avevano una parola d’esortazione da dire al popolo la potevano dire, fu Paolo ad alzarsi e a parlare per primo ai presenti (cfr. Atti 13:16). Ma tutto ciò non ci porta a dire che Paolo era superiore a Barnaba o suo capo. La stessa cosa si può dire dell’apostolo Pietro nei confronti degli altri apostoli; egli parlava per primo, ma non aveva il primato né su loro e né sulla Chiesa.

Ma tutto questo che abbiamo detto sin qui, benché sia provato mediante le sacre Scritture, non incontra per nulla il favore della chiesa romana che ha lanciato il seguente anatema contro chi non riconoscerà che il papa è per diritto divino il successore di Pietro sopra tutta la Chiesa: ‘Se, quindi, qualcuno dirà che non è per istituzione dello stesso Cristo signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro ha sempre dei successori nel primato su tutta la chiesa; o che il Romano pontefice non è successore del beato Pietro in questo primato: sia anatema’ (Concilio Vaticano I (1869-1870), Sess. IV, cap. II). Oh! quanto è vera la parola del profeta: “Non sanno nulla, non capiscono nulla; hanno impiastrato loro gli occhi perché non veggano, e il cuore perché non comprendano” (Is. 44:18).

 

Spiegazione di alcuni passi presi per sostenere il primato di Pietro

I teologi romani per sostenere che Gesù conferì il primato del potere della Chiesa a Pietro oltre ai passi più conosciuti che sono: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Matt. 16:18), “Ti darò le chiavi del regno de’ cieli” (Matt. 16:19), e “Pasci i miei agnelli… Pastura le mie pecorelle… Pasci le mie pecore” (Giov. 21:15,16,17); prendono diversi altri passi della Scrittura che si riferiscono a Simon Pietro. Vediamoli, per vedere se in effetti stanno ad indicare che l’apostolo Pietro ricevette il primato sulla Chiesa primitiva.

Ÿ “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli” (Luca 22:31,32). Gesù disse queste parole a Pietro la notte in cui egli fu tradito e i teologi affermano che questo “conferma i tuoi fratelli” sta ad indicare che Pietro ricevette la missione di raffermare i suoi fratelli, cioè gli apostoli, intendendo con questo che anche il papa, siccome è successore, ha ricevuto la missione di confermare i fedeli. Noi non abbiamo nulla da dire sul fatto che Gesù affidò a Simon Pietro il compito di confermare i suoi fratelli, perché questo è verità. Ma con queste parole Gesù non conferì a Pietro nessuna supremazia sugli altri apostoli, o sulla Chiesa. Pietro ricevette da Gesù quella particolare missione in quella particolare circostanza sapendo che i suoi discepoli sarebbero stati di lì a poco dispersi e rattristati grandemente a motivo della sua morte; ma questa missione particolare fu circoscritta nel tempo e a Pietro. Vogliamo dire con questo che la missione di confermare i propri fratelli Gesù non la estese a dei presunti successori di Pietro per tutte le età a venire, come invece affermano i teologi romani. E’ risaputo poi che i papi prendono queste parole di Gesù per arrogarsi ogni diritto; tra cui il diritto di fare ogni sorta di leggi ecclesiastiche per confermare i membri della chiesa romana. Ed oltre a ciò vogliamo ricordare, a sostegno del fatto che non vi è una particolare persona (il cosiddetto successore di Pietro) messa nella Chiesa dal Signore per confermare tutti i fedeli, che Paolo ai Corinzi dice che il Signore li avrebbe confermati secondo che è scritto: “Il quale anche vi confermerà sino alla fine, onde siate irreprensibili nel giorno del nostro Signor Gesù Cristo” (1 Cor. 1:8), e non Cefa, ossia Simon Pietro, quantunque Cefa fosse ancora in vita quando lui scrisse tanto è vero che nella Chiesa di Corinto c’erano alcuni che dicevano di essere di Cefa! Come la mettiamo dunque o teologi romani? Se Pietro doveva confermare tutta la Chiesa come mai mentre era ancora in vita Paolo dice ai santi di Corinto che il Signore li avrebbe confermati? Certo, Dio si usa pure dei suoi ministri per confermare i suoi figliuoli infatti Paolo dice ai Tessalonicesi: “Mandammo Timoteo, nostro fratello e ministro di Dio nella propagazione del Vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste afflizioni” (1 Tess. 3:2,3); e Luca dice che Paolo e Barnaba “avendo evangelizzata quella città e fatti molti discepoli, se ne tornarono a Listra, a Iconio ed Antiochia, confermando gli animi dei discepoli…” (Atti 14:21,22); ma di certo, e lo diciamo con fermezza e chiarezza, Egli non si userà del papa dei Cattolici per confermarci nella fede, perché costui non è un ministro di Cristo ma di Satana. Non importa quanto i teologi romani sbandierano questo versetto della Scrittura che dice che Pietro deve confermare i suoi fratelli; costui che si dice di essere il successore di Pietro vuole sedurre le menti dei discepoli di Cristo e non confermare i loro animi.

Ÿ “E Gesù, fissato in lui lo sguardo, disse: Tu se’ Simone, il figliuol di Giovanni; tu sarai chiamato Cefa (che significa Pietro)” (Giov. 1:42). Secondo i teologi romani Gesù gl’impose il nome di Pietro per significare che si sarebbe servito di lui come di pietra su cui avrebbe poi costituito, come su fondamento, la sua Chiesa. Noi invece diciamo che benché Gesù gli diede questo soprannome a Simone, che significa ‘roccia’, ciò non lascia intravedere nella maniera più assoluta che l’apostolo Simone Pietro fu costituito unico fondamento della Chiesa. Pietro come gli altri apostoli sono parte del fondamento su cui la Chiesa è stata edificata; anche gli altri apostoli sono quindi delle pietre come lo è lui. E a conferma che anche se Pietro ricevette questo soprannome non è il solo fondamento della Chiesa ricordiamo che Giovanni dice che il muro della nuova Gerusalemme “avea dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello” (Ap. 21:14), e non quello di Pietro soltanto. Il fatto che Gesù soprannominò Pietro proprio Simone, ha di certo il suo motivo, perché Gesù non soprannominava le persone a caso o senza motivo. Riteniamo che Gesù abbia voluto soprannominarlo in quella maniera a motivo della fermezza e della risolutezza viste in questo suo discepolo. Teniamo presente anche che Gesù soprannominò pure Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, e non solo Simone; Marco dice infatti che Gesù gli “pose nome Boanerges, che vuol dire figliuoli del tuono” (Mar. 3:17). Ma non perché Gesù pose questo nome a quei due fratelli, noi diciamo che essi ricevettero speciali poteri nella Chiesa.

Ÿ “E montato in una di quelle barche che era di Simone, lo pregò di scostarsi un pò da terra; poi, sedutosi, d’in sulla barca ammaestrava le turbe” (Luca 5:3). Secondo i teologi romani anche il fatto che Gesù predicò d’in sulla barca di Pietro e non da quella di un altro discepolo attesta il primato di Pietro. Folle deduzione! ma non c’è da meravigliarsi più di tanto. I teologi romani ci hanno abituato a sentire cose peggiori di queste! Ma io vorrei dire: ‘Ma allora anche il padrone dell’asinello su cui Gesù montò ed entrò in Gerusalemme doveva per forza di cose avere una posizione altissima nella Chiesa di Dio!’; ed ancora: ‘Ma allora anche il padrone della casa nella quale Gesù scelse di mangiare la Pasqua doveva per forza di cose avere una eminente posizione nella Chiesa, perché fu in quella stanza che Gesù istituì la santa cena!’. E di questo passo potrei proseguire ma mi fermo qui.

Ÿ Matteo dice: “Or i nomi de’ dodici apostoli son questi: Il primo Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolommeo; Toma e Matteo il pubblicano; Giacomo d’Alfeo e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, quello stesso che poi lo tradì” (Matt. 10:2-4). In base alla interpretazione della curia romana, il fatto che Pietro sia nominato per primo, e che ci sia scritto “il primo Simone detto Pietro”, significa che Pietro fu costituito da Cristo il principe degli apostoli. Ma questo non può essere vero perché tempo dopo, quando fra i discepoli sorse la disputa per sapere chi fosse il maggiore, Gesù non disse loro: ‘Perché disputate? Non lo sapete che il primo fra voi è Pietro?’, ma gli disse: “Chiunque fra voi vorrà esser primo, sarà vostro servitore” (Matt. 20:27). Il fatto che Pietro sia nominato per primo nella lista degli apostoli non significa affatto che egli fosse il principe degli apostoli perché questo suo primato sugli apostoli non emerge dalle Scritture. Se fosse così come dicono i teologi romani Pietro avrebbe dovuto essere nominato sempre per primo, ma egli non sempre viene citato per primo: Paolo dice per esempio: “E quando conobbero la grazia che m’era stata accordata, Giacomo e Cefa e Giovanni, che son reputati colonne, dettero a me ed a Barnaba la mano d’associazione…” (Gal. 2:9), citando Pietro al secondo posto, dopo Giacomo; l’angelo che apparve alle donne disse loro: “Ma andate a dire ai suoi discepoli ed a Pietro, ch’egli vi precede in Galilea…” (Mar. 16:7), citando Pietro dopo gli altri discepoli.

Ÿ Paolo dice che Gesù Cristo “risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai Dodici…” (1 Cor. 15:4,5). Anche questo, cioè che Gesù apparve per primo a Pietro, e poi a tutti gli altri apostoli, secondo i teologi romani, attesta il primato di Pietro. Ma noi riteniamo invece che qui non si vede nessun primato, ma solo il fatto che Gesù apparve prima a Pietro affinché potesse confermare i suoi fratelli, come gli aveva detto prima di essere arrestato. E poi ricordiamo che se Pietro fu il primo dei discepoli a cui Gesù apparve, è anche vero che egli “apparve prima a Maria Maddalena” (Mar. 16:9) che andò ad annunziarlo ai suoi discepoli che, udito che egli viveva e che le era apparso, non le credettero. Ma anche qui dobbiamo dire che il fatto che Gesù apparve prima ad una donna che ad un uomo non vuole dire che la donna sia superiore all’uomo, o che Maria Maddalena per questo ebbe un qualche primato fra le donne.

Ÿ Pietro disse a Gerusalemme: “Fratelli, voi sapete che fin dai primi giorni Iddio scelse fra voi me, affinché dalla bocca mia i Gentili udissero la parola del Vangelo e credessero” (Atti 15:7). Dio scelse fra i dodici Pietro per fare udire l’Evangelo ai Gentili; questa scelta, per i teologi romani, attesta la supremazia di Pietro sugli altri discepoli. Non è affatto vero perché Dio non scelse Pietro per quel compito perché egli era il capo degli apostoli, ma per altri suoi motivi. Ricordiamo che Pietro, benché Dio lo mandò a quei Gentili ad annunziare l’Evangelo, fu costituito apostolo della circoncisione e non apostolo dei Gentili perché in questo ufficio Dio costituì Paolo. Ai Galati infatti Paolo dice: “Quelli che godono di particolare considerazione… videro che a me era stata affidata la evangelizzazione degli incirconcisi, come a Pietro quella de’ circoncisi” (Gal. 2:6,7); quindi Pietro fu mandato da Dio ai Giudei mentre Paolo ai Gentili. Ma tutto ciò non indica né che Pietro avesse il primato nell’evangelizzazione degli uomini e né che fosse principe su Paolo e sugli altri apostoli.

Mi fermo qui con i passi che si riferiscono a Pietro che i teologi romani prendono per sostenere il primato di Pietro, anche se ce ne sono altri. Ma che lezione traiamo noi da tutto ciò? Per l’ennesima volta questa; che quando qualcuno vuole sostenere una falsa dottrina si usa pure di quei passi della Scrittura che secondo lui possono contribuire a confermarla dandogli le sue personali interpretazioni, ma anche che nel fare questo egli rimane confuso. In questo caso i teologi romani per sostenere il primato di Pietro e la successione di questo primato compiono delle acrobazie esegetiche veramente audaci; ma la loro stoltezza è manifesta a tutti coloro che hanno conosciuto la verità e tagliano rettamente la Parola di Dio.

 Colui che viene chiamato papa non è il vicario di Cristo

Come abbiamo visto la chiesa romana afferma che il capo dello Stato del Vaticano é il vicario di Cristo sulla terra, cioè colui che ne fa le veci. Il Perardi si esprime così a riguardo: ‘Questi rappresenta Gesù Cristo su questa terra, ne fa le veci, e perciò regge e governa la Chiesa in nome di Lui’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 182).

La Scrittura invece insegna che Cristo prima di tornare al Padre suo non lasciò il suo posto a Pietro stabilendolo suo vicario sulla terra. Il Signore, prima di andarsene, promise ai suoi discepoli che avrebbe mandato lo Spirito Santo il quale li avrebbe guidati in ogni verità ed annunziato molte altre cose, difatti disse: “Molte cose ho ancora da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata; ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annunzierà le cose a venire. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Giov. 16:12-14). Gesù non disse ai suoi: ‘Avete con voi Pietro il quale vi guiderà nella verità e vi farà sapere le altre cose che ho da dirvi!’, quindi costui che si definisce vicario di Cristo mente, perché sulla terra c’é lo Spirito Santo che ci guida nella verità e ci fa intendere quale sia la volontà del Signore. Certo, Dio ha costituito nella sua Chiesa gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori e i dottori al fine di perfezionarci e di edificarci ma anch’essi sono guidati dallo Spirito della verità. Mentre il cosiddetto papa non é guidato dallo Spirito della verità ma é sedotto dal diavolo e questo é manifesto dal fatto che egli annulla l’Evangelo; quindi come può essere reputato un ministro di Dio costituito da Dio per l’edificazione della sua Chiesa?

 

Colui che viene chiamato papa non è infallibile ‘ex cathedra’

Cominciamo col dire che i teologi papisti dicono che il papa è infallibile solo quando insegna come papa, e non anche quando insegna esprimendo il suo parere personale; e che come uomo, può operare bene ed operare male, cioè può peccare; ma a nostro giudizio queste affermazioni sono solo affermazioni di comodo che servono solo a dire, nel caso il loro papa dicesse qualcosa di storto anche agli occhi dei suoi fedeli seguaci o si rendesse colpevole di qualche grave delitto, che egli è un uomo come tutti gli altri; quindi in sostanza costituiscono uno scudo contro eventuali critiche. Ma noi diciamo: ma nella pratica qual è quel Cattolico romano che non reputa infallibili le dichiarazioni del suo papa non fatte ‘ex cattedra’? Ma qual è quel fedele cattolico che osa mettere in discussione le affermazioni del suo papa fatte non ‘ex cattedra’ quando il concilio Vaticano II ha detto che ‘questo religioso ossequio della volontà e dell’intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano pontefice, anche quando non parla ‘ex cattedra’ (Concilio Vaticano II, Sess. V. cap. III)? [3] E poi ancora: come fanno i teologi ad affermare che il papa come uomo può peccare [4] e poi nello stesso tempo affermare che nessuno può ‘riesaminare un giudizio pronunziato dalla sede apostolica – di cui non vi è autorità maggiore -, come a nessuno è lecito giudicare di un giudizio dato da essa’ (Concilio Vaticano I, Sess. IV, cap. III), quando la Scrittura dice: “Riprendi pure il tuo prossimo” (Lev. 19:17)? Come potete vedere ci troviamo per l’ennesima volta davanti a delle contraddizioni che fanno capire che il dogma dell’infallibilità papale nella realtà si estende anche a quelle dichiarazioni che non sono catalogate tra quelle fatte ‘ex cattedra’. Questo loro dogma serve a incutere timore ai Cattolici romani facendogli credere che loro in Roma hanno un capo che possiede una particolare assistenza dello Spirito Santo quando parla ‘ex cattedra’, in virtù della quale non può sbagliare in quelle sue dichiarazioni perché lo Spirito Santo parla per bocca sua, e perciò chi si ribella alle sue dichiarazioni è come se si ribellasse a Dio stesso. Questo dogma quindi è veramente un’arma potente nelle mani di questi anticristi che si succedono ai vertici della chiesa cattolica romana perché mediante di esso possono in qualsiasi momento confermare o introdurre a loro piacimento tutto quello che più gli fa comodo per dominare spiritualmente e materialmente le persone che sono sotto di loro. Tanto loro sanno che qualsiasi cosa diranno ‘ex cattedra’ ci saranno milioni di persone in tutto il mondo che si dovranno mostrare d’accordo con loro se non vogliono incorrere nella scomunica per essersi ribellati al capo della Chiesa e quindi a Cristo.

Ma la questione dell’infallibilità papale, dato che essa fu dichiarata dogma solo nel 1870, fa sorgere tante domande quali: ‘Ma se il papa dal 1870 in poi è dichiarato infallibile quando parla in materia di fede e di morale, come mai – e su questo sono d’accordo tanti Cattolici – tanti papi del passato quando parlarono in materia di fede errarono grandemente?’, ed ancora: ‘Se le eresie che sottoscrissero i papi riconosciuti eretici dagli stessi studiosi cattolici non erano dichiarazioni ex cattedra quali erano invece le loro dichiarazioni ex cattedra?’ Quando fu in sostanza che i papi parlarono all’intera Chiesa e in maniera definitiva? Alcuni rispondono a questi quesiti dicendo che i papi prima del 1854 non esercitavano l’infallibilità papale?! Come! – noi rispondiamo – allora solo dal 1854 in poi sotto Pio IX lo Spirito Santo avrebbe cominciato ad assistere in questa maniera il capo della vostra chiesa? Significa questo forse che prima di quel tempo la Chiesa di Dio sulla faccia della terra non aveva una guida infallibile in materia di fede e di morale e che bisognava aspettare Pio IX per averla? Ho voluto fare questo discorso per dimostrare quanto assurdo e contraddittorio sia il dogma dell’infallibilità papale. Adesso dimostreremo innanzi tutto come Pietro, di cui il cosiddetto papa si dice il suo successore, non fu un uomo infallibile.

L’apostolo Pietro non fu infallibile né prima e né dopo che Gesù gli disse: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa..” (Matt. 16:18), e di ciò esibiamo le seguenti prove scritturali.

Ÿ Dopo che Gesù rivolse quelle parole a Simone Pietro, egli disse che doveva andare a Gerusalemme a soffrire molte cose dagli anziani, dai capi sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e risuscitare il terzo giorno. “E Pietro, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo, dicendo: Tolga ciò Iddio, Signore; questo non ti avverrà mai. Ma Gesù, rivoltosi, disse a Pietro: Vattene via da me, Satana; tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (Matt. 16:22,23). Pietro aveva creduto che Gesù era il Cristo, ma come tutti gli altri Giudei pensava che il Cristo sarebbe venuto per ristabilire il regno in Israele e non per morire per la nazione d’Israele; in altre parole per regnare e non per farsi mettere in croce. Questa è la ragione per cui quando sentì dire a Gesù che doveva soffrire ed essere ucciso si mise a rimproverare il Signore perché lui ancora non aveva il senso delle cose di Dio ma solo il senso delle cose degli uomini. Il senso delle cose di Dio egli lo acquistò dopo che Gesù Cristo risuscitò. Gesù rimproverò severamente Pietro, chiamandolo Satana, perché quelle parole che lui disse le disse da parte di Satana.

Ÿ Pietro rinnegò il Signore tre volte nella notte in cui Gesù fu tradito (cfr. Luca 22:54-62), ma dopo si convertì.

Ÿ Paolo racconta ai Galati come e perché si oppose a Pietro ad Antiochia: “Ma quando Cefa fu venuto ad Antiochia, io gli resistei in faccia perch’egli era da condannare. Difatti, prima che fossero venuti certuni provenienti da Giacomo, egli mangiava coi Gentili; ma quando costoro furono arrivati, egli prese a ritrarsi e a separarsi per timor di quelli della circoncisione. E gli altri Giudei si misero a simulare anch’essi con lui; talché perfino Barnaba fu trascinato dalla loro simulazione. Ma quando vidi che non procedevano con dirittura rispetto alla verità del Vangelo, io dissi a Cefa in presenza di tutti: Se tu, che sei Giudeo, vivi alla Gentile e non alla giudaica, come mai costringi i Gentili a giudaizzare?…” (Gal. 2:11-14). Pietro era da condannare, secondo Paolo, perché si mise a simulare e a costringere i Gentili a giudaizzare, e per questo Paolo lo riprese davanti a tutti.

Ÿ Quando Pietro in Ioppe ebbe quella visione nella quale il Signore gli disse: “Levati, Pietro; ammazza e mangia” (Atti 10:14), egli rispose: “In niun modo, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla d’immondo né di contaminato” (Atti 10:14), e per questa sua risposta il Signore lo riprese infatti gli disse: “Le cose che Dio ha purificate, non le far tu immonde” (Atti 10:15). Pietro sapeva che Gesù aveva dichiarato tutti i cibi puri perché gli aveva sentito affermare: “Non capite voi che tutto ciò che dal di fuori entra nell’uomo non lo può contaminare, perché gli entra non nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?” (Mar. 7:18,19), ma in quella visione chiamò immondi dei cibi che Dio aveva purificati e perciò il Signore lo ammonì.

Come potete vedere anche Pietro fallì in alcune cose, ma d’altronde anche lui era un uomo della stessa natura che noi. Giacomo ha detto che “tutti falliamo in molte cose” (Giac. 3:2) includendosi tra coloro che falliscono. E se lui, che era reputato una colonna nella Chiesa d’allora, ammise di fallire, chi é costui che é stato definito infallibile ex cattedra? Certamente non un ministro di Cristo, ma un ministro di Satana che seduce le persone facendogli credere che lui quando parla in materia di fede non può sbagliare.

Qualcuno dirà: Ma le epistole di Pietro non sono forse infallibili? Certo che lo sono, perché furono da lui scritte sotto la spinta e la guida dello Spirito Santo. Ma certamente non si può dire che le epistole dei papi siano da loro scritte perché mossi dallo Spirito Santo di Dio. E che dire poi dei discorsi di Pietro trascritti negli Atti degli apostoli? Anche quelli sono infallibili perché pronunciati per lo Spirito Santo. Ma anche in questo caso non si possono per nulla paragonare i discorsi solenni del papa a quelli di Pietro perché essi sono infarciti di ogni genere di menzogne.

Ora, i teologi cattolici romani insegnano che il papa nell’insegnare le verità rivelate da Dio – verità di fede o verità di morale – è infallibile com’é infallibile la chiesa e dicono che il fatto che il papa sia infallibile risulta dal Vangelo. Ecco come si esprime il Perardi nel suo manuale a tale riguardo: ‘San Pietro (e nella sua persona il Papa suo successore) è fondamento della Chiesa; egli deve confermare nella fede gli altri Pastori, deve pascere tutto il gregge. Ma la Chiesa non può essere fondata sull’errore; essa non sarebbe fondata sulla verità se il Papa non fosse infallibile, poiché ne é la pietra fondamentale; né il Papa potrebbe confermare in modo certo gli altri nella fede, e invece di pascere il gregge, egli potrebbe avvelenarlo coll’errore, se potesse errare nell’insegnamento’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 208). Noi diciamo invece con l’ausilio della sacra Scrittura che egli falla nell’insegnare perché dalla sua bocca fuoriescono molte menzogne anche quando insegna in materia di fede e di costumi. E poi ci vengono a dire che egli è stato stabilito da Dio per confermare nella fede i pastori? Ma costui non conferma nella fede proprio nessuno perché invece di predicare la parola della fede come faceva Simone Pietro l’annulla con i suoi precetti. E poi ci vengono a dire che Dio lo ha costituito a pascere il gregge? Ma dove le conduce tutte queste pecore che lo seguono? Certamente non sulla via della verità che mena in cielo, ma su quella della menzogna che mena nello stagno ardente di fuoco e di zolfo. L’opera di costui e dei suoi vescovi é un opera di distruzione perché egli distrugge il sentiero per cui le pecore dovrebbero inoltrarsi per ottenere la vita da Dio. Ben profetò il profeta Isaia di costoro quando disse: “Quelli che guidano questo popolo lo sviano, e quelli che si lascian guidare vanno in perdizione” (Is. 9:15). No, costui non é affatto la pietra fondamentale della Chiesa, anzi non é neppure una delle pietre viventi di cui é composta la Chiesa di Dio; no, noi non diciamo che egli potrebbe avvelenare il popolo se fallisse nell’insegnamento, ma diciamo che egli lo avvelena realmente perché la sua lingua é piena di mortifero veleno.

La vera Chiesa non sente affatto il bisogno di questo cosiddetto papa in materia di fede o di morale, quantunque questi si dichiari infallibile in questo campo, perché essa possiede lo Spirito della verità che la guida, l’ammaestra, e la conferma: e noi sappiamo che Egli non può fallire. Anche la Scrittura costituisce una infallibile guida per la Chiesa. Questo però non significa che non può accadere che i conduttori o coloro da essi condotti introducano nella Chiesa eresie di perdizione. Perché questo può avvenire, anzi è stabilito che avvenga in questi ultimi giorni perché si devono adempiere le seguenti Scritture: “Di fra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trarre i discepoli dietro a sé” (Atti 20:30), “Ci saranno anche fra voi falsi dottori che introdurranno di soppiatto eresie di perdizione” (2 Piet. 2:1); “Bisogna che ci sian fra voi anche delle sètte, affinché quelli che sono approvati, siano manifesti fra voi” (1 Cor. 11:19); “Ma lo Spirito dice espressamente che nei tempi a venire alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demonî” (1 Tim. 4:1). Ma rimane il fatto che lo Spirito di Dio e la Parola di Dio continueranno a guidare i fedeli che compiono la loro salvezza con timore e tremore in maniera da non farli smarrire. Possono venire meno dei ministri di Dio ma giammai verrà meno la guida di Dio.

 

Le prove della fallibilità dei papi

Nel corso dei secoli si sono succeduti centinaia di papi nella chiesa romana. Ora, mediante i seguenti esempi di papi che hanno sottoscritto eresie, si sono contraddetti e sono stati dichiarati eretici, dimostreremo la fallibilità dei papi anche nelle loro dichiarazioni ufficiali:

Ÿ Liberio (352-366) aderì formalmente all’eresia ariana (che negava la divinità di Gesù Cristo) [5], sottoscrivendo la professione di fede eretica del concilio di Sermio e giungendo perfino a scomunicare Atanasio che difendeva la divinità di Cristo. Sia i suoi predecessori che lui stesso avevano di già condannato l’eresia di Ario; in seguito, i suoi successori condannarono l’eresia ariana.

Ÿ Innocenzo I (401-417) scrisse al concilio di Milevis che i neonati erano obbligati a ricevere la comunione e che se fossero morti battezzati ma non comunicati, sarebbero ugualmente andati all’inferno. In seguito, questa dottrina è stata annullata dal concilio di Trento nel 1562 con la seguente dichiarazione: ‘Finalmente lo stesso santo sinodo insegna che i bambini che non hanno l’uso della ragione, non sono obbligati da alcuna necessità alla comunione sacramentale dell’eucarestia. Rigenerati, infatti, dal lavacro del battesimo e incorporati a Cristo, non possono, a quell’età, perdere la grazia di figli di Dio, che hanno acquistato’ (Concilio di Trento, Sess. XXI, cap. IV), e sempre il concilio tridentino ha anatemizzato chi la sosterrà con la seguente dichiarazione: ‘Se qualcuno dirà che la comunione eucaristica è necessaria ai bambini anche prima che abbiano raggiunto l’età di ragione, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXI, can. 4).

Ÿ Ormisda (514-523) nel 514 dichiarò eretici certi monaci della Scizia, perché sostenevano che uno della Trinità aveva sofferto la morte della croce; ma Giovanni II nel 532 dichiarò quei monaci ortodossi (cioè persone che sostenevano una dottrina retta) [6].

Ÿ Vigilio (537-555) nel 553 con una dichiarazione ufficiale definì conformi alla dottrina cattolica alcuni scritti denominati ‘Tre capitoli’ (che lui stesso aveva condannato nel 548). Ma il quinto concilio ecumenico (Costantinopolitano II) tenutosi a Costantinopoli dal 5 maggio al 2 Giugno 553 dichiarò solennemente che quegli stessi scritti dovevano essere considerati eretici. Ma Vigilio si risolse ad accettare il concilio e le sue conclusioni solo l’8 dicembre. Egli ritrattò le sue recenti posizioni contrarie alla condanna dei ‘Tre capitoli’ infatti scrisse al patriarca di Costantinopoli riconoscendo il proprio errore e concludeva dicendogli: ‘Pertanto ciò che ho fatto in difesa dei ‘Tre capitoli’ viene annullato con la definizione del presente nostro scritto’ (Epistola ad Eutichio, Patriarca di Costantinopoli, dell’8 Dicembre 553).

Ÿ Gregorio I detto Magno (590-604) disse che i bambini non battezzati vanno diritti all’inferno e laggiù soffrono per l’eternità. Ora, questa dottrina è condannata dalla chiesa romana perché essa dice che i bambini se muoiono non battezzati vanno in un luogo detto limbo (dove secondo loro non c’é alcuna pena) e non più all’inferno come invece affermò Gregorio I. Sempre Gregorio affermò che chi si prendeva il titolo di vescovo universale era precursore dell’anticristo; mentre Gregorio VII (1073-1085) affermò che il vescovo di Roma è e deve essere chiamato vescovo universale; ecco le sue parole: ‘Solo il pontefice romano ha il diritto di essere chiamato universale’ (Dictatus papae, punto 2).

Ÿ Onorio I (625-638) approvò ed insegnò la eresia dei monoteliti (i monoteliti affermavano che in Cristo c’erano due nature, ma una sola volontà e una sola azione, quella divina). Ecco le sue parole: ‘Noi confessiamo una volontà unica del Nostro Signore Gesù Cristo, perché in lui non era volontà alcuna della carne, né ripugnante al volere divino’. Per questa sua presa di posizione fu condannato come eretico dal sesto concilio ecumenico nel 681. I papi successivi, confermarono la condanna: tra questi Leone II che nel 682 scrisse all’imperatore Costantino dicendo ‘di scomunicare tutti gli eretici, tra cui Onorio che non fece risplendere la dottrina apostolica in questa chiesa di Roma, ma che per un tradimento profano tentò di sovvertire la fede immacolata e tutti coloro che morirono nel suo errore’.

Ÿ Adriano II (867-872) dichiarò valido il matrimonio civile, mentre Pio VII (1800-1823) lo condannò.

Ÿ Pasquale II (1099-1118) ed Eugenio III (1145-1153) autorizzarono il duello, mentre Giulio II (1503-1513) e Pio IV (1559-1565) lo proibirono.

Ÿ Giovanni XXII (1316-1334) nel 1331 insegnò che le anime dei santi non avevano la vista di Dio prima della risurrezione della carne. Questa eresia fu condannata dal suo successore Benedetto XII (1334-1342). E sempre Giovanni XXII nella Bolla Cum inter nonnullos del 1323 affermò: ‘Dire che Cristo e gli apostoli non possedevano nulla significa travisare le Scritture’ (citato da Peter de Rosa in Vicari di Cristo, Milano 1989, pag. 226) [7]; secondo lui quindi Cristo e gli apostoli non erano vissuti poveri. Questo innanzi tutto contrasta la Parola di Dio, e in secondo luogo è in piena contraddizione con quello che avevano affermato i suoi predecessori Onorio III, Innocenzo IV, Alessandro IV, Bonifacio VIII.

Ÿ Sisto V (1585-1590) nel 1590 fece pubblicare una edizione della Vulgata (che lui personalmente aveva riscritto per correggerne gli errori che esistevano nelle edizioni pubblicate fino a quel tempo) e con una bolla dichiarò: ‘Nella pienezza del potere apostolico, decretiamo e dichiariamo che questa edizione… approvata per l’autorità concessaCi dal Signore, dev’essere accolta e considerata come vera, legittima, autentica e incontestata in tutte le discussioni pubbliche e private, nelle letture, nelle prediche e nelle spiegazioni’. Poco tempo dopo la pubblicazione della ‘sua’ Vulgata Sisto V morì. Ma la Vulgata da lui pubblicata fu trovata piena di errori. Il cardinale Bellarmino allora per salvare l’onore di Sisto V suggerì al suo successore Gregorio XIV (1590-1591) di correggerla e di presentarla al pubblico con il nome di Sisto adducendo delle scuse. Ecco cosa ebbe a dichiarare nella sua autobiografia il Bellarmino: ‘Alcune, persone, la cui opinione aveva grande peso, ritenevano che dovesse essere proibita pubblicamente; io non ero dello stesso avviso e dimostrai al Santo Padre che, invece di proibire la versione della Bibbia in questione, sarebbe stato meglio correggerla in modo tale da poterla pubblicare senza danni all’onore di papa Sisto. Ciò si poteva fare eliminando il più presto possibile le modifiche sconsigliabili e pubblicando poi il volume con il nome di Sisto e una prefazione in cui si spiegava che nella prima edizione si erano verificati alcuni errori dovuti alla fretta dei tipografi e di altre persone’ (in sostanza il cardinale gli suggerì di mentire). La Vulgata di Sisto dopo essere stata corretta fu pubblicata nel 1592 da Clemente VIII (1592-1605) che fu costretto a ritirare le copie della precedente Vulgata che erano state messe in commercio.

Ÿ Paolo V (1605-1621) nel 1616 fece ammonire Galileo Galilei il quale sosteneva che la terra oltre a muoversi su se stessa gira attorno al sole. In un documento del Santo Uffizio datato 25 Febbraio 1616 si legge: ‘L’Illustrissimo S (ignor) Cardinal Millino notificò all’Assessore e al Commissario del Santo Officio, che riferita la censura dei Padri Teologi sulla proposizione del matematico Galileo, che il sole sia il centro del mondo e immobile di moto locale, e che la terra si muove anche di moto diurno, il Santissimo (Paolo V) ha ordinato all’Ill.mo S(ignor) Cardinal Bellarmino, di chiamare dinanzi a sé il predetto Galilei, e di ammonirlo ad abbandonare la detta opinione; e se rifiuterà di obbedire, il P(adre) Commissario, di fronte ad un notaio e ai testimoni, lo precetti perché si astenga totalmente dall’insegnare, difendere o comunque trattare quella dottrina od opinione; se non acconsentirà sia carcerato’. E così fece il Bellarmino, e il Galileo diede le garanzie richieste. Ma nel 1632 (sotto Urbano VIII) il Galileo fece stampare il libro Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del Mondo, Tolemaico e Copernicano in cui sotto la forma di un dialogo sosteneva quelle convinzioni che non avrebbe dovuto diffondere. E così l’Inquisizione lo chiamò a Roma e lo processò condannandolo di eresia. Nel verdetto emanato contro di lui nel 1633 si legge: ‘… Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo suddetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S Off.o vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tenere e difendere per probabile un’opinione dopo essere stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura…’. E Galileo fu costretto ad abiurare le sue convinzioni e difatti affermò giurando sul Vangelo: ‘… abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et heresie, e generalmente ogni et qualunque altro errore, heresia e setta contraria alla S.ta Chiesa…’. Nel 1822 Pio VII ratificò un decreto dell’Inquisizione autorizzando tutti i trattati copernicani sull’astronomia, mentre nel 1835 le opere di Copernico, Keplero e Galileo furono tolti dall’Indice dei libri proibiti. Questo equivalse a dire che Paolo V e Urbano VIII, nell’insegnare che la terra era immobile e che il sole gli girava attorno e nel condannare come eretica la tesi di Galileo secondo la quale la terra ruota attorno a se stessa e attorno al sole, errarono.

Ÿ Pio IX (1846-1878) nel 1854 decretò l’immacolata concezione di Maria, dottrina questa che va apertamente contro la Scrittura che insegna che solo Gesù è stato concepito senza peccato. Ma quello che vogliamo fare notare è che essa fu condannata da diversi predecessori di Pio IX (come Gelasio I, Gregorio detto Magno, Innocenzo III e Leone Magno) ed è contraria all’unanime consenso dei cosiddetti padri.

Questi non sono che alcuni degli esempi di eresie e di contraddizioni papali che annullano la dottrina dell’infallibilità del papa. Come può quindi affermare Giuseppe Perardi nel suo Manuale che ‘non ci fu mai Papa che abbia insegnato una dottrina la quale abbia meritato censura; il Papa insegnò sempre la verità, riprovò l’errore negli altri richiamandoli alla verità’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 209) e che egli non può errare quando definisce dottrine circa la fede [8]? Come ha potuto questo teologo fare tali affermazioni quando Adriano VI (papa della chiesa romana) nel 1523 disse: ‘Se per Chiesa romana si intende il suo capo o pontefice, è indiscutibile che egli possa errare anche su argomenti concernenti la fede. Lo fa quando predica l’eresia nei propri giudizi o nelle proprie decretali. In verità molti pontefici romani furono eretici, e l’ultimo di essi fu papa Giovanni XXII (1316-1334)’ (citato da Peter de Rosa in op. cit., pag. 217)?

Ed ancora diciamo: ‘Ma come ha fatto Pio IX, davanti a tanti esempi di papi che hanno insegnato cose false, dichiarare errata la seguente affermazione: ‘I Romani Pontefici (…) in definire cose di fede e di costumi errarono’ (Sillabo degli Errori, XXIII)? Ci vuole veramente o tanta ignoranza o tanta malafede per fare simile affermazioni.

E poi, non è finita, i teologi romani dicono anche che le decisioni dei papi sono parte della tradizione che deve essere venerata al pari della Scrittura! Ma come fanno a dire ciò quando gli stessi papi si sono contraddetti tra di loro e scomunicati? Come fanno a fidarsi di questa loro tradizione che si contraddice da sé e si annulla da sé e contraddice ed annulla la Parola di Dio? Ce lo spieghino i teologi cattolici romani! Vedi, per ulteriori conferme sull’inattendibilità della tradizione, la parte dove ho confutato la tradizione).

 Colui che viene chiamato papa non è affatto il santo Padre

Che dire poi del fatto che il capo dello Stato del Vaticano si faccia chiamare padre santo? Diciamo che sia lui che si fa chiamare così e sia coloro che lo chiamano così sono nell’errore. Gesù ha detto: “Non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo é il Padre vostro, quello che é ne’ cieli” (Matt. 23:9); quindi il nostro Padre é in cielo e non sulla terra. A conferma che nessun altro, all’infuori di Dio, é degno di essere chiamato Padre santo vi ricordo che il Figlio di Dio nei giorni della sua carne chiamò “Padre santo” (Giov. 17:11) il Padre suo che é nel cielo; quindi imitiamo Cristo.

 Colui che viene chiamato papa non ha il potere di fare santo nessuno

L’Enciclopedia Cattolica alla voce ‘canonizzazione’ afferma: ‘La canonizzazione è un atto o sentenza definitiva, con la quale il Sommo Pontefice decreta che un servo di Dio, già annoverato tra i beati, venga iscritto nel catalogo dei santi e si veneri nella Chiesa universale con il culto dovuto a tutti i canonizzati’ (Enciclopedia Cattolica, vol. 3, 569) [9]. Colui che viene chiamato papa quindi ha pure il potere di dichiarare santi taluni che durante la loro vita si sono contraddistinti per delle virtù eroiche o per delle loro qualità particolari. Ma che dice la Scrittura? Innanzi tutto la Scrittura dice che Colui che santifica e dichiara santi è Cristo secondo che è scritto: “Poiché e Colui che santifica e quelli che son santificati, provengon tutti da uno” (Ebr. 2:11); e poi essa insegna che tutti i credenti sono santi (sia coloro che vivono sulla terra e sia coloro che sono morti e sono ora alla presenza del Signore), e questo perché essi sono stati santificati “mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre” (Ebr. 10:10).

Le seguenti Scritture attestano che noi figliuoli di Dio siamo stati santificati e perciò siamo i santi che sono sulla terra.

Ÿ Paolo scrisse ai Corinzi: “Paolo, chiamato ad essere apostolo di Cristo Gesù per la volontà di Dio, e il fratello Sostene, alla chiesa di Dio che é in Corinto, ai santificati in Cristo Gesù” (1 Cor. 1:1,2), ed ancora: “Non v’illudete; né i fornicatori, né gl’idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né gli avari, né gli ubriachi, né gli oltraggiatori, né i rapaci erederanno il regno di Dio. E tali eravate alcuni; ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signor Gesù Cristo, e mediante lo Spirito dell’Iddio nostro” (1 Cor. 6:9-11);

Ÿ ai Filippesi: “Paolo e Timoteo, servitori di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono in Filippi” (Fil. 1:1);

Ÿ ai Colossesi: “Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, ai santi e fedeli fratelli in Cristo che sono in Colosse..” (Col. 1:1,2);

Ÿ ai Romani: “Colui che investiga i cuori conosce qual sia il sentimento dello Spirito, perché esso intercede per i santi secondo Iddio” (Rom. 8:27), ed anche: “Ma per ora vado a Gerusalemme a portarvi una sovvenzione per i santi” (Rom. 15:25).

Come potete vedere da voi stessi i santi non sono quelli canonizzati dal capo dello Stato del Vaticano ma quelli resi tali da Dio mediante lo Spirito, perciò la canonizzazione fatta in seno alla chiesa romana é una pratica che si oppone alla Scrittura e che non ha nessun valore. (Vedi anche ‘Coloro che la chiesa cattolica romana fa santi non erano altro che dei peccatori che ora sono all’inferno’ e ‘I miracoli falsi operati dalle reliquie dei loro santi’).

 Colui che viene chiamato papa non ha le chiavi del regno dei cieli

Gesù disse un giorno a Pietro: “Io ti darò le chiavi del regno de’ cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato ne’ cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto ne’ cieli” (Matt. 16:19). Queste parole sono prese dai teologi cattolici romani per sostenere che siccome che il capo dello Stato del Vaticano é il successore di Pietro, di conseguenza lui possiede le chiavi del regno di Dio, e perciò chi vuole entrare nel regno di Dio deve per forza di cose entrare a fare parte della chiesa romana (e questo può avvenire riconoscendo il capo dello Stato del Vaticano come capo della Chiesa); perché fuori di essa (la chiesa romana), essi dicono, vi è la perdizione, dentro invece c’é la salvezza! Ora, le suddette parole di Gesù all’apostolo Pietro sono state malamente interpretate dai Cattolici romani: naturalmente essi questa errata interpretazione (come tante altre) hanno tutto l’interesse a farla e a conservarla perché essa serve loro per fare apparire alla gente che il capo dello Stato del Vaticano é investito di un’autorità particolare come lo fu il suo (presunto) predecessore Pietro! Abbiamo già dimostrato ampiamente che colui che essi chiamano papa è un impostore, e non il successore di Pietro, e questo perché Pietro non fu il primo vicario di Cristo che prima di morire lasciò il suo vicariato ad un suo successore. Ora, vediamo di spiegare la questione delle chiavi del regno date a Pietro.

Noi crediamo fermamente che Gesù diede le chiavi del regno dei cieli a Pietro ma questo non significa che Pietro ricevette l’autorità di fare santo chi voleva lui, o di salvare e perdere chi voleva lui o che ricevette una particolare autorità che lo elevava al di sopra di tutti gli altri apostoli e della Chiesa intera o quella di deporre i re anticristiani sciogliendo i loro sudditi dal giuramento di fedeltà. Ora noi, usandoci di altre Scritture, faremo alcune considerazioni sulle parole di Gesù a Pietro, al fine di spiegare che cosa sono queste chiavi del regno dei cieli che Gesù diede a Pietro e in che cosa consiste questo potere di legare e sciogliere.

Ÿ Gesù, il Figlio di Dio, era presso il Padre nel regno dei cieli avanti la fondazione del mondo: egli discese dal cielo. Se dunque ha parlato di chiavi del regno dei cieli, vuole dire che il regno di Dio ha una porta per la quale vi si entra, altrimenti non si spiega l’immagine delle chiavi usata da Gesù.

Ÿ Gesù quando riprese gli scribi e i Farisei disse loro: “Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché serrate il regno de’ cieli dinanzi alla gente; poiché, né vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare” (Matt. 23:13), ed anche: “Guai a voi, dottori della legge, poiché avete tolta la chiave della scienza! Voi stessi non siete entrati, ed avete impedito quelli che entravano” (Luca 11:52). Da queste parole emerge chiaramente che gli scribi con i Farisei chiudevano l’accesso al regno dei cieli sia davanti a loro che davanti a quelli che cercavano di entrarvi. Ora, per serrare il regno dei cieli davanti a loro e agli altri dovevano per forza di cose avere a loro disposizione una chiave; e questa chiave era la chiave della scienza che essi avevano tolta. Essi sedevano sulla cattedra di Mosè ed ammaestravano il popolo mediante la legge ma con i loro insegnamenti avevano fatto cadere molti nel peccato perché essi erano dei precetti d’uomini che annullavano la Parola di Dio. Quindi gli scribi e i Farisei avevano tolto alla Parola di Dio il suo vero significato e la sua efficacia perché l’avevano annullata con la loro tradizione. E’ chiaro che falsando il senso della Parola di Dio, non solo loro non entravano nel regno dei cieli ma non vi entravano neppure quelli che loro ammaestravano. Gesù li chiamò “guide cieche” (Matt. 23:16) appunto per questo, perché, avendo annullata la Parola di Dio, non erano in grado di guidare il popolo. Spieghiamo questo concetto con un esempio tratto dalle Scritture: voi sapete che un giorno Gesù disse a quel giovane ricco che gli domandò cosa doveva fare di buono per ereditare la vita eterna, che se voleva entrare nella vita doveva osservare questi comandamenti: “Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dir falsa testimonianza; onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso” (Matt. 19:18,19). Come potete vedere tra i comandamenti enunciati da Cristo c’è anche quello di onorare padre e madre, che era uno dei comandamenti che gli scribi e i Farisei avevano annullato dicendo: “Se uno dice a suo padre o a sua madre: Quello con cui potrei assisterti è offerta a Dio, egli non è più obbligato ad onorar suo padre o sua madre” (Matt. 15:5,6). Quindi, come avrebbero potuto entrare nella vita gli scribi e i Farisei e quelli da loro guidati non osservando il comandamento di onorare il padre e la madre come insegnava la legge del Signore? Riassumendo: la legge era la chiave che gli scribi e i Farisei avevano per accedere loro stessi e per fare accedere gli altri nel regno dei cieli, ma essi la tolsero perché annullarono la legge con la loro tradizione. Ma gli scribi e i Farisei serravano il regno dei cieli davanti a loro stessi e alle persone anche perché non riconoscevano in Gesù di Nazaret il Messia. Dicevano di Gesù: “Quest’uomo non è da Dio..” (Giov. 9:16), e: “Noi sappiamo che quell’uomo è un peccatore” (Giov. 9:24), ed ancora: “Costui non caccia i demonî se non per l’aiuto di Beelzebub, principe dei demonî” (Matt. 12:24); e siccome che essi sedevano sulla cattedra di Mosè queste cose che essi dicevano su Gesù erano accettate da molti Giudei, i quali perciò erano impediti dalle loro parole di entrare nel regno di Dio, dato che in esso si può entrare solo riconoscendo in Gesù il Cristo di Dio.

Ÿ Le chiavi del regno dei cieli di cui parlò Gesù a Pietro erano costituite dalle sane parole del Signore Gesù Cristo; parole che egli aveva ricevute dal Padre e che diede anche a Pietro. Diciamo anche a Pietro e non solo a Pietro perché Gesù diede la Parola di Dio (le chiavi per legare e sciogliere) anche agli altri apostoli secondo che è scritto: “Le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute…” (Giov. 17:8).

Ÿ Pietro, per mezzo delle chiavi che ricevette da Gesù, il giorno della Pentecoste permise a molti Giudei di entrare nel regno di Dio. In quel giorno molti Giudei, dopo che lo sentirono predicare, furono compunti nel cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Fratelli, che dobbiam fare? E Pietro a loro: Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remission de’ vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Poiché per voi è la promessa, e per i vostri figliuoli, e per tutti quelli che son lontani, per quanti il Signore Iddio nostro ne chiamerà” (Atti 2:37-39). Notate che quei Giudei nella sostanza chiesero cosa dovevano fare per entrare nel Regno di Dio e che Pietro glielo disse con ogni franchezza. Quella risposta che gli diede Pietro era la Parola del Regno e per quei Giudei fu la chiave che gli permise di entrare nel Regno di Dio. Come potete vedere Pietro non serrò il regno dei cieli davanti a quei Giudei, come invece facevano gli scribi e i Farisei, perché lui gli disse che Iddio aveva fatto e Signore e Cristo quel Gesù che essi avevano crocifisso (cfr. Atti 2:36) e che cosa essi dovevano fare per entrare nel regno dei cieli secondo le parole ricevute da Cristo Gesù.

Ÿ Secondo quello che insegna la Scrittura, tutti i credenti possiedono la chiave per fare entrare i peccatori a fare parte della Chiesa di Dio, perché tutti i credenti conoscono la maniera in cui si entra a farne parte e la possono riferire a quelli di fuori. Quando un figliuolo di Dio dice ad uno che é ancora perduto: ‘Ravvediti dei tuoi peccati, credi nel Signore Gesù e sarai salvato’, non sta facendo altro che dirgli quello che deve fare per entrare nel regno dei cieli e perciò è uno strumento di cui Dio si usa per condurre la pecora perduta all’ovile del Sommo Pastore.

Ÿ Il fatto di sciogliere e legare é presente anche in queste parole che Gesù ha rivolto a tutti i suoi discepoli: “Se poi il tuo fratello ha peccato contro di te, và e riprendilo fra te e lui solo. Se t’ascolta, avrai guadagnato il tuo fratello; ma, se non t’ascolta, prendi teco ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. E se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, siati come il pagano e il pubblicano. Io vi dico in verità che tutte le cose che avrete legate sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che avrete sciolte sulla terra, saranno sciolte nel cielo” (Matt. 18:15-18). In questo caso il legare sulla terra consiste nell’escludere dalla comunità un fratello che pecca contro un altro fratello e rifiuta di ascoltare sia il fratello a cui ha fatto il torto, sia i testimoni e sia la Chiesa; in questo caso Gesù ha detto: “Siati come il pagano e il pubblicano” per significare che non si devono più intrattenere relazioni con costui. Lo sciogliere sulla terra consiste invece nel tornare ad avere relazione con un fratello che ha peccato contro un altro fratello e che dopo essere stato ripreso si pente del suo peccato. Dalle parole di Gesù sia quello che leghiamo e sia quello che sciogliamo viene legato e sciolto anche nel cielo. Vorrei farvi notare che il legare è collegato all’ostinazione e lo sciogliere al pentimento del fratello che dopo avere peccato viene ripreso; la stessa cosa si può dire anche del legare e dello sciogliere in relazione a coloro che sono fuori dal regno di Dio, perché se il peccatore all’udire la parola della salvezza si ostina in cuore suo e non l’accetta, egli viene legato da colui che gli annunzia la via della salvezza, ossia viene mantenuto fuori dal Regno perché i suoi peccati gli vengono ritenuti; mentre se il peccatore si pente e accetta la Parola allora viene sciolto dal suo legame al peccato mediante la Parola e viene fatto entrare nel Regno di Dio perché i suoi peccati gli vengono rimessi. In relazione all’autorità di sciogliere ricevuta da Pietro, ricordiamo che sia il giorno della Pentecoste e sia il giorno in cui Pietro guarì lo zoppo alla porta del tempio detta ‘Bella’, molti Giudei furono da lui ‘sciolti’ dal forte legame della legge mediante la parola della predicazione perché essi, accettando la parola che lui predicò loro, ottennero da Dio la remissione dei loro peccati. Anche riguardo a Cornelio e i suoi parenti si può dire che essi furono da lui ‘sciolti’ mediante la parola della sua predicazione; perché l’angelo che era apparso a Cornelio gli aveva detto che Simone gli avrebbe parlato di cose per le quali sarebbe stato salvato lui e la sua casa. In relazione all’autorità di legare invece bisogna dire che coloro che durante la sua vita rigettarono la parola da lui predicata furono da lui legati e rimasero fuori perché, rigettandola, i loro peccati gli furono ritenuti. Per quanto riguarda invece l’autorità di legare e di sciogliere all’interno della Chiesa che anche Pietro aveva ricevuto da Cristo, ricordiamo il caso di Simone a Samaria. Questo credente, quando vide che per l’imposizione delle mani degli apostoli era dato lo Spirito Santo, offerse loro del denaro dicendogli di dare anche a lui quell’autorità. Ma Pietro lo riprese severamente per il suo peccato dicendogli: “Ravvediti dunque di questa tua malvagità… Poiché io ti veggo in fiele amaro e in legami di iniquità” (Atti 8:22,23); egli fece ciò che il Signore aveva detto di dovere fare verso un fratello che aveva peccato, infatti lo riprese. Ora, noi non sappiamo se Simone si pentì e fu sciolto, o se si ostinò e fu legato; certo è che se si pentì fu perdonato e guadagnato, ma se si ostinò in cuore suo fu legato ed escluso dalla comunità dei santi di Samaria.

Nel passato vi sono stati capi dello Stato Pontificio che hanno scomunicato degli uomini che hanno proclamato la verità. Sono stati da loro scomunicati predicatori del Vangelo, traduttori della Bibbia, e molti altri; e questo perché secondo le guide di questa organizzazione religiosa essi minacciavano il cristianesimo e volevano distruggere la Chiesa mediante i loro insegnamenti. Le guide cieche pensarono così di avere estromesso dalla unica e vera Chiesa degli scellerati; ma le cose non erano affatto così, perché quelli che loro chiamavano scellerati o peste, non uscirono dalla Chiesa di Dio ma bensì vi entrarono dopo essere usciti da quel carcere sotterraneo che è la cosiddetta santa chiesa apostolica che è tale solo di nome ma non di fatto perché non é né una santa assemblea di riscattati e neppure apostolica, e questo perché i suoi aderenti non sono ancora stati riscattati dalla potestà di Satana ed essa non si attiene affatto alla dottrina degli apostoli. Grazie siano rese a Dio, per mezzo di Cristo Gesù, per avere illuminato la mente di molti di questi ‘scomunicati’ dalla chiesa romana; perché per mezzo di essi la parola della fede cominciò ad essere predicata con franchezza e con forza, le sacre Scritture cominciarono ad essere tradotte nella lingua del popolo e molti poterono essere salvati mediante l’Evangelo.

Il capo dello Stato del Vaticano che in questo momento è Giovanni Paolo II pretende di avere le chiavi del regno dei cieli, ma i fatti dimostrano che egli non le possiede e quindi non può permettere l’accesso al regno di Dio a nessuno di quelli che confidano nelle sue parole. Lui insegna che Maria è ‘la porta del cielo’, ‘la dispensatrice dei doni celesti’ ‘la corredentrice col nostro Signore’; quindi induce le persone a confidare in Maria per la loro salvezza ingannandole. Egli insegna pure che la vita eterna ce la si deve meritare compiendo opere buone mentre la Scrittura afferma che la vita eterna è il dono di Dio. Come può quindi affermare di avere le chiavi del regno dei cieli? Di certo, costui insegnando cotali menzogne alla gente, serra davanti a sé e davanti agli altri il regno di Dio. La verità è che quest’uomo, assieme ai suoi collaboratori dispersi per il mondo intero, sta conducendo milioni di anime alla perdizione. E poi i teologi romani si scandalizzano quando ci sentono predicare contro la tradizione cattolica romana perché con essa essi annullano la Parola di Dio; si scandalizzano come si scandalizzarono i Farisei quando sentirono dire a Gesù che non é quel che entra nella bocca che contamina l’uomo, ma quello che ne esce. E perché i Farisei si scandalizzarono? Perché Gesù con quelle parole fece capire alle turbe che la tradizione dei Farisei era menzogna. Ma che disse Gesù ai suoi discepoli, quando seppe da loro che i Farisei erano rimasti scandalizzati dal suo discorso? “Ogni pianta che il Padre mio celeste non ha piantata, sarà sradicata. Lasciateli; sono ciechi, guide di ciechi; or se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nella fossa” (Matt. 15:13,14). Queste parole sono applicabili alla curia romana.

 Il lusso, le ricchezze ed il potere temporale di colui che si dice il vicario di Cristo e il successore di Pietro confermano che egli non può essere un servo di Dio

Quando si parla del falso dottore che ha la sua residenza qui a Roma, e precisamente nella Città del Vaticano, e mi riferisco a colui che falsamente viene chiamato sommo pontefice, non si può non parlare del lusso, delle ricchezze e del potere temporale che egli possiede. Ora, il papa dei Cattolici romani dice di fare le veci di Cristo sulla terra e di essere il successore di Pietro. Ci si aspetterebbe dunque di vedere un uomo che segue le orme di Gesù Cristo e quelle dell’apostolo Pietro, cioè che cammina in ogni umiltà come fecero Gesù e Pietro. Ma noi diciamo: Dov’é questa umiltà in lui? Noi non la vediamo affatto. Vediamo solo alterigia e lusso. Gesù era povero e visse umilmente sulla terra e questo lo dimostrò apertamente, difatti non aveva un luogo dove posare il capo, non andò in giro vestito con abiti magnifici, e non visse nelle delizie come fa quello che si fa chiamare il suo vicario che abita in un palazzo in Vaticano composto da centinaia di stanze, indossa dei vestimenti fatti con tessuti pregiati e adornati d’oro e vive nelle delizie. Un giorno Gesù dopo avere sfamato una moltitudine con solo cinque pani e due pesci, siccome seppe che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò sul monte tutto solo, quindi rifiutò di essere consacrato re dagli uomini, mentre colui che si proclama il suo vicario sulla terra quando diventa papa si fa dichiarare sovrano di uno Stato. Gesù davanti a Pilato disse che il suo regno non era di questo mondo, ma il papa che si dice suo vicario dimostra invece di procacciarlo il potere temporale in ogni tempo e di volerlo estendere sempre di più sulla terra in ogni maniera e non si vergogna di vivere e di parlare come un potente della terra. Gesù entrò in Gerusalemme sopra un asinello ma lui viaggia godendo di ogni comfort e di ogni lusso, esattamente come qualsiasi re della terra, se non di più. Gesù venne per servire e per deporre la sua vita per noi e quindi non aveva con sé delle guardie per proteggerlo affinché i Giudei non gli facessero alcun male, ma questi è scortato dalle guardie del corpo che hanno l’ordine di colpire a morte nel caso la sua vita sia messa a repentaglio, ed inoltre é servito da un esercito di guardie svizzere; è veramente un principe della terra e non un uomo che segue le orme di Cristo Gesù.

Anche Pietro era un uomo umile e povero che non faceva affatto il tipo di vita che fa colui che si dice il suo successore. Alla porta del tempio detta ‘Bella’, egli disse allo zoppo: “Dell’argento e dell’oro io non ne ho….” (Atti 3:6), quindi non possedeva neppure del denaro per fare un elemosina in quell’occasione, ma costui è a capo di un impero che vanta ingenti ricchezze e come dice il Codice di diritto canonico ‘è il supremo amministratore ed economo di tutti i beni ecclesiastici’ (Codice di diritto canonico, can. 1273). Pare un re Salomone dei tempi moderni per ricchezze (non per sapienza), e non un apostolo di Cristo che vive umilmente con il suo Dio come lo fu Pietro. A casa di Cornelio, quando Cornelio gli si fece incontro e gli si gittò ai piedi e l’adorò, Pietro lo rialzò dicendo: “Levati, anch’io sono uomo!” (Atti 10:26), ma da come agisce questo cosiddetto successore di Pietro, è come se egli dicesse alle persone: ‘Abbassatevi davanti a me perché io sono Dio per voi’. Sì, in effetti il papa dei Cattolici ritiene di essere Dio sulla terra. E tale lo considerano i Cattolici romani perché viene da essi adorato, baciato, e gli cantano dei cantici. La cerimonia dell’incoronazione è un chiaro esempio di come in effetti quest’uomo è ritenuto essere Dio. Si legge per esempio nell’Enciclopedia Cattolica che durante questa cerimonia ‘il pontefice va al trono dove riceve l’ultima adorazione. I cardinali baciano il piede e la mano del papa che li abbraccia due volte, i patriarchi, gli arcivescovi e i vescovi gli baciano il piede e il ginocchio destro, gli abati mitrati e i penitenzieri gli baciano il piede’ (Enciclopedia Cattolica, vol. 6, 1781) [10]. Anzi il papa viene considerato maggiore di Dio perché il cardinale Bellarmino, fatto santo, ebbe a dichiarare che gli uomini devono ubbidire al papa, anche se questo insegna cose storte, piuttosto che a Dio. Ecco le sue parole: ‘Se però il Papa errasse, ordinando i vizi, o proibendo le virtù, la Chiesa è tenuta a credere che i vizi siano cosa buona, e le virtù malvagie, se non si vuole peccare contro coscienza. Si è tenuto ancora, nelle cose dubbie, stare al giudizio del Sommo Pontefice, e fare quel ch’egli comanda, e non fare quel ch’egli proibisce, e affinché non si agisca contro coscienza, si è obbligato di credere che sia buono ciò che egli comanda, e cattivo ciò che egli proibisce’ (Bellarmino, De Rom. Pontifice, Lib. IV, cap. 23). Notate che nel caso il papa insegni la perversione il Cattolico è obbligato ad ubbidirgli per non peccare contro coscienza? Ma noi diciamo: Ma non è forse vero il contrario? Cioè non è forse vero che se il papa dice una menzogna, perché tale si dimostra alla luce della Scrittura, gli uomini non devono ubbidirgli a motivo di coscienza? Certo che è così: ma non per molti Cattolici romani accecati dal diavolo. Non c’è dubbio, dalle parole di Bellarmino si evince che bisogna ubbidire al papa anziché a Dio, che tra quello che dice il papa e ciò che dice la Parola di Dio, quello che dice il primo è superiore. E noi non possiamo che esprimere il nostro odio verso quelle folli parole, che ripeto sono procedute dalla bocca di un ‘santo’ della chiesa cattolica romana (il che significa che anche le sue parole sono considerate sante).

Non si può dunque affatto dire che quest’uomo sia un esempio di vita ai credenti come lo furono gli apostoli. Paolo poté ben dire ai santi di Corinto: “Siate miei imitatori” (1 Cor. 11:1), e a quelli di Filippi: “Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e vedute in me, fatele; e l’Iddio della pace sarà con voi” (Fil. 4:9), e questo perché lui era imitatore di Cristo e non di qualche despota della terra, ma costui che afferma di essere niente di meno che il vicario di Cristo non può affatto dire agli uomini di vivere come vive lui per essere un esempio in questo mondo e questo perché fa una vita che s’addice ad un principe e non a un ministro di Cristo. Come possono dire quindi i Cattolici che noi parliamo male del loro capo senza ragione quando lui con la sua condotta dimostra apertamente di non tenere in nessuna considerazione i comandamenti di Cristo ma di innalzarsi contro Cristo? Se noi fossimo dei calunniatori di un ministro di Cristo che si conduce in modo degno di Dio senza dare motivo di scandalo in cosa alcuna certamente verremmo svergognati dalla sua stessa condotta perché irreprensibile ma questi non tiene affatto in considerazione le parole di Pietro: “Questa è la volontà di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca alla ignoranza degli uomini stolti” (1 Piet. 2:15). Se lui quindi facesse la volontà di Dio (come pretende di farla), e se noi fossimo degli stolti avremmo la nostra bocca turata; ma noi non siamo degli uomini stolti che prendono piacere nel dire male della retta condotta di qualcuno e perciò la nostra bocca non può essere in alcuna maniera turata perché dice la verità. Gesù un giorno disse queste parole alla guardia del sommo sacerdote che lo percosse: “Se ho parlato male, dimostra il male che ho detto” (Giov. 18:23); quindi, se noi che diciamo a proposito di costui (che è stato chiamato dal cardinale Bellarmino con quindici nomi diversi che sono: ‘Papa, Padre dei padri, Pontefice dei cristiani, Sommo Sacerdote, Principe dei sacerdoti, Vicario di Cristo, Capo del corpo della Chiesa, Fondamento della Chiesa, Pastore dell’ovile di Cristo, Padre e Dottore di tutti i fedeli, Rettore della casa di Dio, Custode della Vigna di Dio, Sposo della Chiesa, Presule della Sede apostolica, Vescovo universale’ [Bellarmino, De Rom. Pontif. lib. II, cap. 31]) che è un anticristo diciamo una cosa non vera ce lo dimostrino i teologi papisti che abbiamo parlato male.

 L’apostolo Pietro non fondò la Chiesa di Roma e non ne fu vescovo

I teologi Cattolici romani, appoggiandosi alla tradizione, affermano che Pietro venne a Roma, fondò la Chiesa di Roma esercitò l’ufficio di vescovo universale a Roma per venticinque anni (dal 42 al 67) e prima di morire trasmise la sua carica ai suoi successori.

Cominciamo con la venuta di Pietro a Roma: la Scrittura non ne parla come invece fa della venuta di Paolo, quindi non possiamo confermarla con la Scrittura. Questo non ci spinge però a dire che Pietro non venne mai a Roma; può essere pure vero che Pietro sia venuto a Roma. Ma nel caso ci sia venuto è da rifiutare il fatto che egli ne sia stato il fondatore perché la Chiesa di Roma esisteva già prima che lui vi andasse infatti si presume che essa fu fondata da quegli avventizi Romani che il giorno della Pentecoste dopo avere udito la predicazione di Pietro si convertirono a Cristo. Se Pietro ne fosse stato il pastore o uno degli anziani certamente Paolo nella sua epistola alla Chiesa di Roma non avrebbe tralasciato di fare il suo nome quando alla fine di essa dice di salutare i santi facendone i nomi, mentre invece il nome di Pietro non è incluso in quella lista (cfr. Rom. 16:3-15). Può essere mai che il primo papa, il primo vescovo universale, il vicario di Cristo, così come lo chiama la chiesa cattolica romana, il primo vescovo di Roma non sia stato citato minimamente da Paolo quantunque fosse a Roma? Come si spiega tutto ciò. Si spiega con il fatto che Pietro non era né a Roma a quel tempo e meno che meno vescovo universale come invece vogliono fare credere i Cattolici. Ma i Cattolici non si arrendono dinanzi all’evidenza, e dicono che la prova che Pietro fu a Roma c’è nella Scrittura e si trova nella prima epistola di Pietro dove lui dice: “La chiesa che è in Babilonia eletta come voi, vi saluta..” (1 Piet. 5:13); dove per Babilonia si intende Roma. Non siamo per nulla d’accordo con questa interpretazione data a Babilonia, perché qui per Babilonia si deve intendere la città di Babilonia e non la città di Roma. Perché mai Pietro avrebbe dovuto chiamare Roma Babilonia? Ma chi è che anche oggi scrivendo da Roma direbbe che i santi che sono in Babilonia danno i loro saluti? Noi riteniamo che se Paolo nelle sue epistole abbia chiamato Roma in questa maniera (cfr. Rom. 1:7; 2 Tim. 1:17), anche Pietro se avesse citato Roma l’avrebbe chiamata così. Il fatto che parla di Babilonia dunque vuole dire che in quel tempo quando scriveva quella epistola si trovava a Babilonia (in Oriente dunque) con i santi di quella città. Con questo non intendiamo dire però che Pietro non sia mai stato a Roma, ma solo che Babilonia è Babilonia, e non Roma.

Dopo avere dimostrato che Pietro non fu costituito da Cristo capo della Chiesa, e che non si sa se sia venuto a Roma ma si sa che se mai venne a Roma non vi fondò la Chiesa, ma vi venne quando la Chiesa esisteva già ed aveva un collegio di anziani a condurla, risulta chiaro dunque che la cosiddetta successione apostolica, che i teologi cattolici dicono di possedere ininterrotta da Pietro fino ad ora, è un’invenzione papista per fare apparire vero il primato del cosiddetto papa. Ma non solo è un’invenzione, si dimostra pure interrotta tante volte nel corso della storia; perché ci furono periodi in cui la sede di Roma fu vacante [11] e periodi in cui si contesero il papato due e persino tre papi; senza poi parlare della cosiddetta ‘cattività avignonese’ e dei papi dichiarati scellerati dagli stessi storici cattolici.

 Breve storia del papato

Abbiamo quindi dimostrato mediante le Scritture come colui che viene chiamato papa non è né il vescovo universale, né il successore di Pietro perché Pietro non fu vescovo di Roma e non lasciò successori, né il capo della Chiesa di Dio, e neppure il vicario di Cristo, ed altre cose sul suo conto. Vogliamo ora esaminare per sommi capi la storia del papato al fine di comprendere come sia potuto accadere che dall’antica Chiesa di Roma, la cui fede era pubblicata per tutto il mondo, sia sorto questo piccolo Stato comandato da colui che si dice il vescovo di Roma e il successore di Pietro il quale possiede un enorme potere spirituale su centinaia di milioni di persone di tutto il mondo. Traccerò la storia del papato parlando sia dell’origine del potere spirituale che di quello temporale soffermandomi di volta in volta su quegli eventi che hanno contribuito maggiormente a sviluppare questi poteri; mi soffermerò anche a parlare di alcuni papi contraddistintisi per la loro arroganza, doppiezza, empietà, sete di denaro e di sangue, e per la loro dissolutezza e di alcune stragi e guerre avvenute per opera dei papi o per la conquista del seggio papale o per la conservazione del trono pontificio, o per la salvaguardia degli interessi e dei territori del papato o per accrescere il proprio territorio di giurisdizione. Ho deciso di inserire in questo libro questa parte storica sul papato perché sono giunto alla conclusione dopo avere studiato il cattolicesimo romano che senza di essa il libro sarebbe stato mancante di una parte importante ai fini della comprensione del cattolicesimo. Ritengo infatti che se un credente vuole capire bene cosa è il cattolicesimo romano oltre che a conoscere a fondo le sue dottrine, deve conoscere la storia del papato, se non tutta, almeno una parte. Solo così egli può avere un quadro completo del cattolicesimo e può dimostrare ai Cattolici, oltre che con le sacre Scritture, anche con i fatti storici registrati dai loro stessi storici e scrittori che quell’istituzione su cui essi fondano tutte le loro speranze non è altro che un’istituzione umana che non si basa affatto sulle parole di Gesù a Pietro (come viene asserito da essi nella loro ignoranza) perché è solo il frutto di circostanze storiche verificatesi nei primi otto secoli che ne hanno permesso la nascita e la crescita [12]; istituzione che una volta nata per potere conservarsi in vita e svilupparsi ha ricorso a compromessi di svariato genere, a menzogne, alla violenza, alla guerra, a soprusi di ogni genere; i cui capi che si sono succeduti al suo vertice hanno fomentato guerre ed ingiustizie di ogni genere, benedicendo i malvagi e maledicendo i giusti, approvando l’iniquità e riprovando la giustizia, ed introducendo e avallando ogni sorta di dottrine false.

Dal secondo al quarto secolo

Verso la fine del secondo secolo il vescovo di Roma cominciò ad attribuirsi delle prerogative di supremazia sugli altri vescovi. L’allora vescovo Vittore (189-199) infatti nella controversia che esisteva attorno alla Pasqua tra le chiese d’Oriente e quelle d’Occidente (gli Orientali dicevano che bisognava festeggiarla il 14 di Nisan qualunque fosse il giorno nel quale cadeva, mentre i Romani dicevano che bisognava festeggiarla la Domenica più vicina al 14 di Nisan) richiese alle comunità dell’Asia di attenersi alla prassi romana che rimontava, a suo dire, alla tradizione apostolica; e nel caso di rifiuto minacciò l’esclusione dalla comunione ecclesiale. Ma le chiese d’Oriente si opposero a Vittore per mezzo di Policrate vescovo di Efeso [13].

Anche nel terzo secolo il vescovo di Roma continuò a ritenersi in un certo senso superiore agli altri vescovi infatti Callisto I (217-222) riteneva appoggiandosi sul “Tu sei Pietro” d’avere il potere di legare e sciogliere e quindi di accogliere nella chiesa anche gli adulteri in quanto la sua chiesa era vicina al sepolcro di Pietro. Ma a Callisto gli si oppose Tertulliano dicendogli: ‘Chi sei tu che (in tal modo) sovverti e deformi l’intenzione manifesta del Signore, che conferiva tale potere personalmente a Pietro?’ (Tertulliano, De pudicitia 21).

Poi fu la volta di Stefano I (254-257) a ritenersi in possesso di qualcosa che gli altri vescovi non avevano, e quindi superiore agli altri vescovi, infatti egli rivendicò la successione di Pietro a motivo del luogo dove egli era vescovo e di avere quindi l’autorità di accogliere nella chiesa anche i battezzati dagli eretici. In altre parole Stefano, appoggiandosi sulla tradizione, accettava il battesimo ministrato dagli eretici per cui coloro che lasciavano una setta per entrare a fare parte della Chiesa, secondo lui, non avevano bisogno di essere ribattezzati, ma solo che il vescovo gli imponesse le mani. Ma a Stefano si oppose Cipriano, vescovo di Cartagine, il quale non riteneva valido il battesimo degli eretici e perciò se un eretico si convertiva doveva essere ribattezzato. Lui non diceva però ribattezzato ma semplicemente battezzato perché per lui quel battesimo non era vero. Cipriano disse in una sua lettera a Quinto a proposito di questa controversia: ‘Non è, d’altronde, il caso di dettare una norma in forza di una consuetudine [quella evocata da Stefano]: tocca alla ragione prevalere’ (Lettera 71, III. 1) [14]. E per essersi rifiutato di dare ragione a Stefano fu da lui scomunicato.

Queste opposizioni ricevute da ben tre vescovi romani nello spazio di poco più di mezzo secolo attestano chiaramente che le chiese in quel periodo non riconoscevano che il vescovo di Roma avesse un primato giurisdizionale di istituzione divina sopra la Chiesa universale; una cosa del genere era del tutto estranea alle chiese di allora. (Occorre dire però che nei riguardi del vescovo di Roma molte chiese avevano cominciato a mostrare un certo riguardo cioè avevano cominciato a mostrargli un onore speciale). Il contrario, cioè che le chiese dei primi secoli dopo Cristo considerassero il vescovo di Roma il loro capo o il vescovo dei vescovi, da cui esse dipendevano e a cui dovevano un assoluta sottomissione, i cui giudici erano inappellabili e non criticabili perché pronunciati dal vicario di Cristo sulla terra, non si può dimostrare né con gli scritti del Nuovo Testamento e neppure con gli scritti dei cosiddetti padri tanto è vero che persino uno scrittore cattolico è costretto ad affermare: ‘Non si può accertare per il periodo dei primi tre secoli una supremazia giuridica del vescovo di Roma sulla Chiesa universale’.

Ma per quali motivi il vescovo di Roma cominciò a reputarsi (e ad essere reputato da taluni) superiore agli altri vescovi o comunque degno di speciale onore nei loro confronti? I motivi sono i seguenti: 1) Roma era la capitale dell’Impero Romano e quindi la città più importante di tutto l’Impero e quindi anche il vescovo di quella città doveva essere oggetto di particolare onore; 2) a Roma al tempo degli apostoli vi era stata una Chiesa famosa per tutto il mondo per la sua fede alla quale Paolo, l’apostolo dei Gentili, aveva scritto una delle sue più lunghe epistole, e secondo molti una delle sue più importanti; 3) la Chiesa di Roma godeva fama di essere attaccata alla sana dottrina (chiamata da molti tradizione apostolica) e avversa all’eresia (per esempio si era opposta con forza alle eresie degli Gnostici) [15], e allo scisma ed a questo proposito si faceva presente la lettera del vescovo romano Clemente (88-97) da lui scritta alla Chiesa di Corinto quando in seno ad essa dei giovani si erano ribellati ai loro conduttori: in questa lettera Clemente esortava i credenti a sottomettersi agli anziani costituiti dagli apostoli [16]; 4) la tradizione diceva che a Roma vi era morto l’apostolo Paolo; 5) la tradizione diceva che Pietro era venuto a Roma e vi era rimasto diversi anni a pascere la Chiesa di quella città (come vescovo) e vi era pure morto martire per cui chi era vescovo di quella città era automaticamente successore di Pietro. Ma tra tutti i motivi qua sopra citati quello che più di altri spinse i vescovi di Roma a ritenersi superiori agli altri fu quest’ultimo citato, e difatti è su questo che tuttora insistono i Cattolici per sostenere il primato del loro vescovo romano su tutta la Chiesa.

Ma questo primato (sulla Chiesa universale) del cosiddetto successore di Pietro occorreva dimostrarlo con le Scritture, cioè bisognava dimostrare che Pietro era stato da Cristo costituito capo della sua Chiesa sulla terra perché solo così il suo ‘successore’ avrebbe potuto rivendicare di avere un primato di origine divina. Ecco dunque che i vescovi di Roma cominciarono a dichiarare, prima timidamente e dopo sempre con più chiarezza, che in virtù delle parole di Gesù a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa… Io ti darò le chiavi del regno de’ cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato ne’ cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli” (Matt. 16:18-19) [17], l’apostolo Pietro era stato costituito Principe degli apostoli, capo e fondamento della Chiesa, e che il vescovo di Roma, dato che era il suo successore (perché Pietro era stato a Roma e qui era morto), aveva di conseguenza ricevuto in eredità il primato dato da Cristo a Pietro. Si può quindi dire che le parole di Gesù dette a Pietro “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…” (e ripeto, unitamente alle parole della tradizione che affermavano che Pietro era venuto a Roma e quivi era morto martire, senza le quali le parole di Gesù non avrebbero potuto essere applicate al vescovo di Roma) cominciarono ad un certo punto della storia della Chiesa (dal III secolo in avanti) a servire ai vescovi di Roma per sostenere il loro primato su tutta la Chiesa, in altre parole essi si misero ad interpretare in quella maniera errata quelle parole di Gesù a Pietro, facendo contemporaneamente sempre presente che la loro sede era vicina al sepolcro di Pietro, perché spinti dal loro orgoglio e dalla loro sete di potere. Volevano insomma avere il primato sulla Chiesa universale presente in ogni luogo. Che arroganza, che presunzione! Ma questa loro ambizione di dominare su tutta la Chiesa incontrò l’opposizione di molti che giustamente videro in quell’atteggiamento del vescovo di Roma una dimostrazione di arroganza. Ma il seme malvagio era ormai stato seminato dai vescovi di Roma e col passare del tempo esso, con l’aiuto degli imperatori e dei re, sarebbe cresciuto fino a far diventare il vescovo di Roma il sovrano di uno Stato.

 La supremazia del vescovo di Roma ricevette un forte impulso nel quarto secolo. Vediamo alcuni avvenimenti che ce lo dimostrano. Costantino (306-337), dopo essere salito al potere concesse ai Cristiani la ‘libertà’ di professare la loro fede con l’editto di Milano (313) in cui si diceva: ‘Da lungo tempo pensiamo che non si debba negare la libertà di religione; anzi, ad ogni uomo dovrebbe essere garantita la libertà di manifestare i propri pensieri ed i propri desideri, permettendogli così di considerare le cose dello spirito secondo la propria scelta. E’ per questo motivo che ordiniamo di permettere a chiunque di osservare le proprie credenze e la propria religione’. La Chiesa poteva finalmente, dopo tanti anni di persecuzione [18], godere della ‘libertà di culto’ al pari dei pagani. Costantino restituì alle chiese le proprietà che erano state loro confiscate dai suoi predecessori durante le persecuzioni, egli fece pure costruire molte basiliche [19] e concesse loro vastissimi latifondi [20]. I vescovi perciò si trovarono nelle mani delle ingenti proprietà da amministrare [21]. Oltre a ciò i vescovi vennero esentati da diversi tributi; le loro proprietà erano esentasse. Venne pure permesso di lasciare i propri beni alle chiese, e i lasciti non venivano sottoposti a nessuna tassa. Ma Costantino in questa maniera divenne una sorta di ‘capo visibile’ della Chiesa perché cominciò a comandare in materia di fede e dottrina anche sui vescovi che erano costretti ad inchinarsi davanti alle sue decisioni anche nelle cose spirituali se non volevano perdere i loro privilegi. Vediamole alcune di queste sue ingerenze negli affari interni della Chiesa.

Nei primi anni del IV secolo scoppiò la controversia donatista. Era successo che in quegli anni nell’Africa settentrionale un certo Ceciliano era stato ordinato vescovo da un certo Felice. Ma siccome – veniva sostenuto da taluni – questo Felice sotto la persecuzione di Diocleziano che c’era stata aveva ceduto dinanzi ai pagani (per cui era un traditore), molti non approvarono l’ordinazione di Ceciliano perché secondo loro il comportamento di Felice la invalidava. A capo di costoro si mise un certo Donato, da qui il nome di Donatisti dato agli avversari di Ceciliano, che si appellarono all’imperatore chiedendo la deposizione di Ceciliano. Nel 314 (mentre c’era in corso la controversia donatista) l’imperatore fece convocare un concilio ad Arles, a cui parteciparono vescovi o loro delegati della Gallia, dell’Italia, dell’Africa, della Spagna e della Britannia. A questo concilio non partecipò però Silvestro (314-335) vescovo di Roma (tenuto per papa). Questo concilio prese posizione contro la posizione donatista perché abrogò l’uso africano di ribattezzare gli eretici convertiti, purché il loro primo battesimo fosse stato amministrato nel nome della Trinità ed approvò le ordinazioni compiute da indegni. I Donatisti invece facevano dipendere la validità delle ordinazioni dalla condotta di colui che le faceva. Nel 316 Costantino dichiarò definitivamente Ceciliano innocente ed emanò una legge molto severa contro i Donatisti: essi venivano condannati all’esilio con la confisca dei beni, le basiliche da esse occupate dovevano essere loro tolte e date ai Cattolici. Questa sentenza non fece che inasprire gli animi dei Donatisti. A Cartagine nel 317 tre basiliche donatiste furono occupate a prezzo di atroci massacri; i soldati si abbandonarono a ogni sorta di violenze. Dappertutto nell’Africa proconsolare ci furono saccheggi, uccisioni di vescovi, oltraggi alle vergini. Nel 321 però l’imperatore concesse ai Donatisti libertà di culto annullando così le decisioni del concilio di Arles [22]. Sempre Costantino fece convocare il concilio generale (o ecumenico) di Nicea (nel 325) che condannò l’eresia ariana e Ario [23] (con i vescovi che la pensavano come lui) all’esilio; lui lo aperse e lui vi prese parte dominando sull’assemblea riunita. Anche a questo concilio non partecipò il vescovo di Roma perché vi mandò due suoi delegati.

Nel 330 Costantino volle spostarsi a Bisanzio, che chiamò Costantinopoli, per farne la capitale dell’Impero, a Roma così si creò un vuoto politico che fu immediatamente preso dal vescovo, che così oltre che a svolgere funzioni religiose cominciò ad esercitare pure delle funzioni politiche diventando la persona più potente della città [24]. Come vedremo in seguito, nell’ottavo secolo negli ambienti papisti sarà redatto un falso documento chiamato Donatio Constantini (la Donazione di Costantino) in cui si diceva che Costantino nello spostarsi a Bisanzio lasciava la giurisdizione di Roma e di altri territori al vescovo di Roma; documento che nel medioevo servirà ai papi per confermare il loro potere temporale. La controversia ariana continuava però ancora a turbare la Chiesa perché gli Ariani diventavano sempre di più. Ario riuscì a conciliarsi il favore dell’imperatore il quale invitò Atanasio (295 ca. – 373), vescovo di Alessandria, a riammettere Ario nella Chiesa, ma questi si rifiutò di farlo. Allora Costantino nel 335 fece convocare un concilio a Tiro (che si trasferì poi a Gerusalemme) in cui fece riabilitare Ario, dichiarare ortodossa la sua dottrina, e fece deporre Atanasio, che difendeva strenuamente la divinità di Cristo Gesù. Atanasio fu quindi esiliato (questo fu il suo primo esilio e durò fino alla morte di Costantino avvenuta nel 337).

Sotto il regno di Costantino avvenne così che la Chiesa si alleò con l’imperatore permettendogli di intromettersi negli affari spirituali in cambio dei privilegi, e da quel momento in poi non sarebbe stata più la stessa perché da perseguitata diventerà persecutrice, difatti si servirà del braccio secolare per punire con l’esilio e talvolta per sterminare coloro che dissentiranno da lei [25].

Nel 343 si tenne un concilio a Sardica (l’odierna Sofia), a cui ancora una volta non fu presente il vescovo di Roma, che allora era Giulio (337-352), che assolse Atanasio e condannò Ario. In uno dei canoni di questo concilio viene ricordata la consuetudine che un vescovo non può essere giudicato che dal concilio della propria provincia e viene detto che nel caso il vescovo condannato non sia soddisfatto del giudizio dato, i conprovinciali devono scrivere al vescovo di Roma. In altre parole si da la facoltà ad un vescovo condannato di appellarsi a Roma. E’ il canone terzo quello citato che precisamente dice: ‘Se in qualche provincia, uno fra i Vescovi ha una quistione con un suo fratello e collega nell’episcopato, né l’uno né l’altro deve appellarsene a Vescovi di altra provincia. Ma se un Vescovo stima essere a torto condannato, e ritiene la sua causa essere non debole ma buona, da doversi rinnovare il giudicio, – se piace alla vostra Carità, onoriamo la memoria di Pietro apostolo, e si mandi notizia, intorno a quei giudici, a Giulio il Vescovo di Roma, talché per mezzo dei Vescovi vicini alla provincia, si rinnovi, se occorre, il tribunale, ed egli (Giulio) stabilisca dei giudici istruttori…’. Il canone quinto poi aggiunge che in caso di appello, il Vescovo di Roma può ordinare che la causa sia di bel nuovo esaminata dai Vescovi provinciali. Questo concilio però fu abbandonato dai vescovi orientali presenti ad esso, e i suoi canoni non furono da essi riconosciuti. Il concilio di Sardica riveste una importanza notevole, direi fondamentale, nella evoluzione del potere spirituale di Roma perché per la prima volta in un concilio la sede di Roma veniva palesemente innalzata al di sopra delle altre. E non per nulla i difensori del potere spirituale del papa tuttora citano molto il concilio di Sardica a sostegno del primato del vescovo di Roma sulla Chiesa universale.

Nel 355 l’imperatore Costanzo fece convocare un concilio a Milano. Questo concilio condannò di nuovo Atanasio, il quale subì così l’ennesimo esilio che questa volta durò fino al 362 [26]. Assieme a lui furono esiliati altri vescovi che sostenevano la divinità di Cristo tra cui anche il vescovo di Roma che allora era Liberio (352-366) il quale non aveva voluto sottoporsi all’imperatore accettando l’arianesimo e condannando Atanasio. Ma pochi anni dopo, Costanzo, vedendo che Liberio durante l’esilio aveva ceduto, lo fece tornare dall’esilio in occasione del concilio di Sirmio (358) e lo costrinse a sottoscrivere l’eresia ariana per potere essere fatto tornare a Roma. Avvenne così che l’imperatore Costanzo fece tornare Liberio a Roma. Ma nel mentre a Roma era stato eletto vescovo Felice. Si era dunque venuta a creare una situazione difficile ed imbarazzante perché c’erano ora due vescovi di Roma, il vecchio e il nuovo. L’imperatore allora fece scrivere a Roma dai vescovi del concilio di Sirmio, dove era stata approvata per l’ennesima volta l’eresia ariana, una lettera in cui si diceva che ‘i due vescovi occuperebbero insieme la sede apostolica e farebbero di comune accordo le funzioni sacerdotali; e che occorrerebbe dimenticare tutti i dolorosi avvenimenti accaduti a proposito dell’ordinazione di Felice e della assenza di Liberio’. Ma le cose non andarono come voleva l’imperatore perché a Roma si crearono due fazioni che si scontrarono per diversi anni; ci furono tumulti anche sanguinosi a quanto dicono alcuni. Felice ebbe la peggio e dovette andarsene, ed oggi è considerato un antipapa [27].

A Liberio poi successe Damaso (366-384) il quale divenne vescovo di Roma con la forza e la violenza. Ecco come divenne vescovo costui. Quando morì Liberio nell’anno 366, si presentarono come candidati al papato il diacono Ursino e il prete spagnolo Damaso. Ambedue furono eletti vescovi dai rispettivi partiti. Ma quando si trattò di prendere possesso della sede vescovile, i partigiani dell’uno e i partigiani dell’altro presero le armi per decidere chi fosse il vero successore di Pietro. Il combattimento si fece per le vie e per le basiliche; dopo molte battaglie i seguaci di Ursino si rinchiusero nella basilica di Sicinnio (che poi sarà chiamata da Sisto III ‘S. Maria Maggiore’). I seguaci di Damaso allora si arrampicarono sul tetto, vi praticarono un foro e cominciarono a lanciare contro i seguaci di Ursino pietre e tegole, mentre gli altri attaccavano il portone centrale. Quando il portone cedette, scoppiò una lotta sanguinosa al termine della quale si contarono 137 cadaveri tra i seguaci di Ursino. Costui fu poi mandato in esilio dal rappresentante dell’imperatore. Damaso lordò quindi le sue vesti di sangue per impossessarsi del vescovato romano. Ed ora costui è annoverato tra i santi (Damaso è quello che suggerì a Girolamo di fare una nuova traduzione della Bibbia che ora porta il nome di Volgata). E non fu l’unica volta che avvenne che uno divenne vescovo di Roma spargendo o facendo spargere sangue perché di queste lotte sanguinose fra i partigiani di due candidati al papato ne seguirono molte nel corso dei secoli successivi. D’altronde, occorre tener presente che il posto di vescovo di Roma era diventato ambitissimo perché conferiva un grande potere sulle anime e privilegi e onori in grande numero. Chi diventava vescovo di Roma diventava una sorta di re che avrebbe potuto vivere nel lusso e nelle delizie. Per capire quanto ciò fosse vero c’è la testimonianza di Ammiano Marcellino (scrittore pagano), vissuto nel IV secolo, il quale parlando del clero romano ed in particolare dei vescovi dice: ‘Io devo confessare che, vedendo quanta pompa e magnificenza accompagni la dignità, non stupisco punto che coloro che la ambivano, abbiano adoperato tutti i mezzi possibili per ottenerla (la carica di vescovo). Ottenutala, potevano essere sicuri di divenire ricchi e potenti mediante i regali che facevano loro le dame romane. Non era più mestieri che andassero a piedi, ma facevano uso di equipaggi magnifici e riccamente adorni. Sulle loro tavole v’erano a dovizia i cibi più delicati; essi sorpassavano spesso lo stesso imperatore in magnificenza e dispendio’. Girolamo scrisse che quando Damaso chiese al prefetto di Roma, un pagano con molti titoli sacerdotali, di convertirsi, costui gli rispose: ‘Volentieri, se nominerai me Vescovo di Roma’. Ecco dunque che cosa era diventato il vescovo di Roma agli occhi dei pagani; un principe, un re della terra.

Nel 380 l’imperatore Teodosio emanò un editto che faceva del cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero Romano; e nel 381 il concilio di Costantinopoli riconosceva il primato della sede romana, e stabiliva che il patriarca di Costantinopoli aveva il primato d’onore secondo a quello del vescovo di Roma. Quindi fu ancora una volta un concilio a dichiarare la sede di Roma superiore alle altre; ciò nonostante l’allora vescovo di Roma, Damaso, dichiarava in un concilio romano del 382: ‘La Santa Chiesa di Roma ha la precedenza su tutte, non grazie alla deliberazione di questo o quel concilio, ma perché il primato le fu conferito dalla frase di Nostro Signore e Salvatore riportata nel Vangelo’!

Dal quinto al settimo secolo

Anche il vescovo romano Innocenzo I (401-417) rafforzò il primato del vescovo di Roma; egli disse per esempio: ‘Chi non conosce o non vede che quel che venne dichiarato alla Chiesa di Roma da Pietro, Principe degli Apostoli e che tuttora qui si ritiene, dovrebbe essere da tutti osservato? E che nulla si vorrebbe aggiungere o introdurre senza la sua autorità o che paresse provenire da altre parti essendo manifesto che tutte le chiese d’Italia, delle Gallie, di Spagna, di Africa, di Sicilia e delle isole intermedie furono stabilite per ufficio del venerabile apostolo Pietro e dei suoi successori’.

 Nel 445 l’imperatore Valentiniano III riconobbe il primato del vescovo di Roma nelle cose spirituali, e decretò che quello che decideva quel vescovo doveva essere legge per tutti. ‘Tutto ciò che l’autorità della sede apostolica sancì o sarà per sancire, sia legge per essi ed a tutti’. Questo ulteriore riconoscimento imperiale non fece altro che rafforzare ulteriormente il primato del vescovo di Roma. E difatti l’allora vescovo di Roma Leone I detto Magno (440-461) – che molti chiamano il primo ‘papa’ – sosteneva apertamente e con grande forza che Gesù concesse a Pietro il primato della dignità apostolica, che passò poi al vescovo di Roma al quale compete la cura di tutte le chiese. Questo Leone era così in stretto rapporto con l’imperatore Valentiniano che ottenne da lui che fossero promulgate delle leggi severissime contro i Manichei [28]. Questo dimostra ancora una volta come il vescovo di Roma poteva liberamente, in virtù della sua posizione privilegiata che godeva presso l’imperatore, fare leva sul potere civile per perseguitare gli eretici. Il primato di Roma ricevette un’ulteriore conferma da un fatto avvenuto al concilio di Calcedonia del 451, convocato dall’imperatore Marciano, che i papisti fanno notare con orgoglio per sostenere il primato del vescovo di Roma. Leone aveva mandato a quel concilio una lettera in cui confutava l’eresia di Eutiche (costui era un monaco di Costantinopoli che diceva che la natura umana e divina in Cristo si erano fuse in una sola, la divina). E il commento dell’assemblea a quella lettera fu: ‘Per bocca di Leone ha parlato Pietro!’ [29]. Ma ciò nonostante la cosiddetta supremazia della sede di Roma ricevette un ridimensionamento da quello stesso concilio di Calcedonia perché esso decretò nel suo ventottesimo canone: ‘I Padri hanno a buon diritto attribuito il primato alla sede dell’antica Roma, poiché questa città è sovrana; con lo stesso intento i centocinquantatre vescovi teofili hanno accordato il medesimo primato alla santissima sede della novella Roma, pensando con ragione che la città onorata (dalla presenza) dell’imperatore e del senato, e che ha gli stessi privilegi dell’antica Roma imperiale, è grande come quella nelle cose ecclesiastiche, essendo la seconda dopo di essa’ [30]. I legati di Leone presenti al concilio (si noti ancora una volta che il vescovo di Roma non fu presente personalmente ad un concilio della Chiesa antica) protestarono contro questo canone; per loro costituiva una ingiuria alla ‘sede apostolica’. Leone I non accettò il ventottesimo canone ma si lanciò con veemenza contro di esso. All’imperatrice Pulcheria scrisse persino: ‘..per l’autorità di S. Pietro, egli assolutamente annullava il decreto di Calcedonia’.

Durante il V secolo contribuirono ad accrescere il potere temporale del vescovo di Roma anche le invasioni barbariche. Verso il 410 discesero i Goti sotto Alarico i quali per tre giorni devastarono Roma, nel 452 gli Unni sotto Attila e nel 455 i Vandali sotto Genserico. Nel caso del sacco di Roma compiuto dai Goti di Alarico avvenne che Innocenzo I si era recato con una ambasceria romana a Ravenna per chiedere all’imperatore Onorio di trattare con i Goti e accondiscendere alle loro richieste affinché Roma non fosse saccheggiata; ma la missione si rivelò infruttuosa perché Alarico entrò in Roma e la saccheggiò per tre giorni. Comunque il vescovo di Roma agli occhi del popolo crebbe in importanza perché veniva guardato come un difensore. Nel caso di Attila viene detto che quando egli minacciava di attaccare Roma e di saccheggiarla Leone I gli andò incontro e riuscì a persuaderlo (versandogli nelle mani un cospicuo tributo) di non toccare Roma. Nel caso invece di Genserico (che proveniva dall’Africa settentrionale), Leone I riuscì a persuaderlo a risparmiare a Roma il fuoco e il sangue; ma dovette acconsentirgli di saccheggiare con le sue orde la città per due settimane. I Vandali spogliarono i templi delle loro cose preziose e trasportarono in Africa come schiavi di guerra migliaia di romani. In questa maniera il vescovo di Roma acquisì agli occhi della popolazione romana un maggiore prestigio. Un’altra devastazione barbara si verificò nel 472 sotto Rechimero [31]. L’impero Romano d’Occidente cadde sotto i colpi delle invasioni barbariche nel 476 quando Odoacre depose Romolo Augustolo e assunse il titolo di re d’Italia. La sua caduta permetterà al papato di svilupparsi ulteriormente perché esso non sarà più controllato e governato dall’imperatore d’Occidente. Il vescovo di Roma caduto l’impero d’Occidente diventerà sempre più importante.

Nel 492 divenne papa Gelasio I (492-496) che contribuì a rafforzare il potere spirituale del vescovo di Roma infatti scrisse all’imperatore Anastasio: ‘Due sono i poteri, augusto imperatore, che principalmente governano questo mondo; il potere sacro dei vescovi e quello temporale dei re. Di questi due poteri il ministero dei vescovi ha maggior peso, perché essi devono rendere conto al tribunale di Dio anche per i re dei mortali’, e sempre Gelasio riaffermò il primato di Roma dicendo: ‘E se conviene che tutti i fedeli si sottomettano ai vescovi, i quali rettamente dispensano le cose sacre, quanto maggiormente è necessario procedere con il capo di quella sede che Dio ha preposto a tutte le altre e dalla Chiesa universale fu sempre venerata con devozione filiale’.

Nel 498 morì il vescovo di Roma Anastasio II. All’elezione del nuovo papa avvenne che una parte del clero e la maggioranza del senato elessero papa l’arciprete Lorenzo nella basilica di Santa Maria Maggiore. Nel mentre però gli avversari di Lorenzo eleggevano il diacono Simmaco nella basilica del Laterano. Scoppiarono quindi dei tumulti tra le due fazioni perché ambedue si consideravano il legittimo successore di Pietro. Le cose arrivarono a tal punto che il re ostrogoto Teodorico, che era ariano, intervenne nella disputa e fece venire i due contendenti a Ravenna. Fu riconosciuto il diritto di Simmaco. Tornato a Roma Simmaco fece convocare un concilio; Lorenzo si sottomise a Simmaco e gli venne assegnata la diocesi di Nocera in Campania. Ma la calma durò poco, perché gli avversari di Simmaco lo attaccarono accusandolo di vari delitti ritenendolo indegno di occupare la ‘sede apostolica’. Teodorico convocò di nuovo Simmaco a Ravenna, ma costui giunto a Rimini, decise di fuggire e tornare a Roma dove si rinchiuse in San Pietro. A Teodorico questo suo comportamento parve una confessione. Gli avversari di Simmaco approfittarono allora di questa situazione e ottennero che a Roma fosse mandato un visitatore per governare temporaneamente la chiesa. Fu mandato Pietro vescovo di Altino che giunto a Roma rifiutò di avere rapporti con Simmaco. Simmaco protestò contro questa intrusione. Tutti i beni ecclesiastici e tutti gli edifici religiosi (tranne San Pietro) furono consegnati al visitatore. Il re allora per farla finita con questa situazione fece convocare un certo numero di vescovi italiani per giudicare Simmaco. L’esito del concilio fu che Simmaco non poteva essere considerato colpevole e bisognava quindi riconoscerlo come legittimo pastore. Gli edifici religiosi e i beni furono riconsegnati a Simmaco. Gli avversari di Simmaco allora a questo punto (dato che non si erano arresi e volevano mandare via a tutti i costi Simmaco) ottennero dal re il ritorno di Lorenzo. Lorenzo tornò a Roma e accaddero gravi tumulti. Il Liber Pontificalis (la raccolta delle biografie dei vescovi di Roma ‘da Pietro’ a Pio II) parla di preti e chierici massacrati e di donne bruciate. Il re Teodorico intervenne di nuovo e Lorenzo dovette ritirarsi. Rimase quindi papa Simmaco; alla sua morte subentrò sul trono pontificio Ormisda (514-523). Ormisda fu seguito da Giovanni I (523-526). Durante il primo anno di pontificato di Giovanni avvenne che l’imperatore Giustino emanò un editto contro gli Ariani; molti di loro per paura abiurarono, altri subirono il martirio e diverse basiliche furono loro tolte e date ai Cattolici. Ma questo editto fece indignare il re Teodorico, che era anche lui ariano, il quale convocò a Ravenna il vescovo di Roma e gli ordinò di recarsi a Costantinopoli con un ambasceria composta da alcuni vescovi e quattro senatori. La missione che gli era stata affidata era quella di indurre Giustino a ritirare l’editto contro gli Ariani, restituirgli le loro basiliche e permettere a coloro che avevano ritrattato di potere tornare a professare la dottrina ariana. Giovanni andò a Costantinopoli ma non chiese all’imperatore di permettere a coloro che avevano ritrattato di ritornare all’arianesimo; la cosa perciò non piacque a Teodorico che quando i componenti dell’ambasceria tornarono a Ravenna li fece tutti imprigionare. Giovanni morì così in prigione.

L’imperatore Giustiniano (527-565) contribuì a rafforzare il primato di Roma perché affermò che il papa di Roma è il primo di tutti i sacerdoti. ‘Ordiniamo, dietro la definizione dei quattro concili, che il santissimo papa della vecchia Roma sia il primo dei vescovi, e che l’altissimo arcivescovo di Costantinopoli, che è la nuova Roma, sia il secondo’. Questo imperatore emanò delle leggi contro gli eretici. Furono da lui perseguitati sia i Montanisti [32] che gli Ariani. Anche questo imperatore si immischiò nelle cose spirituali della Chiesa infatti condannò con un editto i ‘Tre capitoli’ [33] e poi nel 553 fece convocare a Costantinopoli un concilio per condannarli. E costrinse l’allora vescovo di Roma Vigilio (537-555) ad accettare la decisione del concilio che Vigilio in un primo tempo aveva ritenuto nulla. Ancora una volta si può vedere con quale disinvoltura gli imperatori in quel tempo costringevano i vescovi ad accettare le loro opinioni in materia di fede. Ma vediamo come era diventato papa questo Vigilio. Vigilio, diacono di nobile famiglia, divenne papa – da quanto ci viene detto – comprando la carica e facendo uccidere il papa precedente Silverio (536-537). Costui era stato fatto papa dal re goto Teodato nel 536. Poco dopo Teodato morì e prese il suo posto il re Vitige che pensò di ritirarsi col grosso dell’esercito a Ravenna per preparare un offensiva contro Belisario, generale bizantino, che ormai si trovava a Napoli. Belisario entrava quindi in Roma e le truppe gote se ne andavano. E il papa si alleò con Belisario. Nel marzo del 537 però il re goto tornò per tentare la riconquista della città e pose sotto assedio Roma. Allora avvenne che Vigilio diede del denaro al generale bizantino Belisario affinché deponesse con la forza papa Silverio e consacrasse lui come nuovo papa. Silverio fu così deposto (l’accusa era che egli aveva tradito Belisario invocando l’aiuto del re goto affinché liberasse Roma dai Bizantini) e relegato allo stato di semplice monaco a Patara in Licia, mentre Vigilio fu consacrato papa dal Senato e dal clero terrorizzato da Belisario. La sua consacrazione ebbe luogo il 29 marzo 537. Ma Silverio trovò in Patara chi lo difendeva; era il vescovo di Patara che ottenne così dall’imperatore Giustiniano che Silverio fosse rimandato a Roma per essere quivi di nuovo giudicato (come abbiamo detto infatti era stato accusato e condannato per tradimento nei confronti di Belisario). Ma Belisario, indotto da Vigilio, fece deportare Silverio nell’isola di Palmaria (Ponza) sotto la vigilanza di due messi di Vigilio; e dato che Vigilio per essere riconosciuto papa legittimo da tutto il clero aveva bisogno che Silverio morisse, accelerò la sua morte privandolo del cibo, in altre parole diede ordini ai suoi messi di farlo morire di fame (questo in base a quello che dice il Liber Pontificalis). Ancora una volta si può vedere a che cosa erano pronti a ricorrere i pretendenti al trono pontificio; alla corruzione e all’omicidio.

Alla morte di Vigilio fu eletto papa Pelagio I (556-561). Di costui va detto che prima che diventasse papa aveva incitato Vigilio a resistere all’imperatore Giustiniano non schierandosi contro i ‘Tre capitoli’. E per questa sua posizione fu messo in prigione, da dove continuò a difendere i ‘Tre capitoli’ opponendosi all’editto di Giustiniano e alla decisione del concilio del 553 ed accusando Vigilio di essere volubile e venale. Ma una volta morto Vigilio e scarcerato eccolo tornare a Roma ma con altre idee infatti condannò i ‘Tre capitoli’ ed accettò il concilio di Costantinopoli. Questo voltafaccia si spiega con il fatto che in virtù di esso Pelagio ebbe il favore dell’imperatore Giustiniano per diventare papa.

Per il 590, in virtù degli eventi che si erano susseguiti fino a quel tempo, i due esponenti ecclesiastici più importanti erano il vescovo di Roma e il patriarca di Costantinopoli. Però mentre il patriarca di Costantinopoli era sotto il diretto controllo dell’imperatore, il vescovo di Roma non lo era perché a Roma era lui che comandava sia negli affari religiosi che in quelli civili [34]. Attorno a quell’anno il patriarca di Costantinopoli che era Giovanni detto il digiunatore, si auto definì ‘vescovo universale’; ma Gregorio detto Magno, vescovo di Roma, si indignò a motivo di questa sua arroganza, e gli scrisse una lettera di ammonizione tra le cui parole vi sono queste: ‘…Possa dunque tua Santità riconoscere quanto sia grande il tuo orgoglio pretendendo un titolo che nessun altro uomo veramente pio si è giammai arrogato’. Va detto però che Gregorio Magno mentre da un lato non voleva essere chiamato ‘vescovo universale’ (come non voleva neppure che altri vescovi si proclamassero tali) perché lui preferiva essere chiamato ‘servo dei servi di Dio’, dall’altro nei fatti esercitò il potere papale da monarca quale era. Poco dopo, nel 602, l’imperatore Maurizio (assieme ai suoi figli) fu ucciso da Foca (di cui viene detto fosse particolarmente crudele verso i suoi nemici) che ne prese il posto, e Gregorio Magno gli mandò una lettera di congratulazione nella quale diceva: ‘Gloria a Dio nei luoghi eccelsi (…) Sentiamo con vivo piacere che la benignità di vostra pietà sia pervenuta al potere imperiale. I cieli esultino e la terra festeggi, e tutta la cristianità finora sì tristamente afflitta, giubili per le vostre benigne opere’ (Epist. XIII, 31). Gregorio dunque divenne amico dell’imperatore Foca; i loro rapporti quantunque durarono solo due anni circa furono ottimi. Foca, nel 607, per contraccambiare l’amicizia e le adulazioni che gli rivolgeva il vescovo di Roma riconobbe la supremazia della ‘sede apostolica di Pietro su tutte le chiese’ (caput omnium ecclesiarum) e vietò al patriarca di Costantinopoli di usare il titolo di ‘universale’ che da quel momento doveva essere riservato solo al vescovo di Roma, che allora era Bonifacio III e che a differenza di Gregorio Magno, e dimenticando quello che il suo predecessore aveva dichiarato a tale proposito, non rifiutò affatto di farsi chiamare ‘vescovo universale’. Questo riconoscimento Foca lo concesse perché si trovava in polemica con il patriarca bizantino Ciriaco e volle in questa maniera screditarlo presso Roma, e dato che era odiato a Bisanzio cercava di farsi amare a Roma. Era tenuto in così grande onore Foca dai Romani che questi nel 608 elevarono ai piedi del Campidoglio una colonna sormontata da una statua di Foca in bronzo dorato, recante sulla base un’iscrizione in onore del ‘clementissimo e piissimo imperatore, trionfatore perpetuo, incoronato da Dio sempre Augusto’.

Dall’ottavo al decimo secolo

Nell’ottavo secolo ci furono tumulti nell’impero a motivo delle statue e delle immagini: il vescovo di Roma ebbe una parte principale in essi. Ecco come andarono le cose. L’imperatore d’Oriente Leone III (717-741) intorno all’anno 726 emanò un editto col quale proibiva il culto delle immagini. Questo editto fece infuriare il vescovo di Roma che allora era Gregorio II (715-731) il quale scomunicò l’imperatore dichiarandolo eretico e aizzò il popolo romano, i Veneziani, il re dei Longobardi, e tutti i duchi Longobardi contro l’imperatore bizantino. Il popolo in Italia si rifiutò di abbandonare il culto delle immagini e si rivoltò contro i soldati imperiali; e da ambo i lati fu sparso sangue. Anche il patriarca di Costantinopoli si oppose all’editto imperiale. Nel 730, l’imperatore d’Oriente, vedendo che il culto delle immagini non era stato abbandonato, decretò che tutte le immagini fossero distrutte per ogni dove cominciando da Costantinopoli. Qui scoppiò fra il popolo una sommossa sanguinosa aizzata dai monaci che fu repressa dalla guardia imperiale. L’imperatore diede lo stesso ordine anche al vescovo di Roma che gli rispose di imparare prima meglio il suo catechismo e lo chiamò ‘un uomo sciocco, imbecille, un ignorante, un pazzo, che non sapeva più distinguere tra verità e bugia, peggiore di un eretico’. Il vescovo gli scrisse pure: ‘Tutti i popoli occidentali guardano con antica devozione a colui del quale con millanteria tu minacci di abbattere l’effigie, a S. Pietro intendo, che i regni d’Occidente onorano come Dio in terra. Desisti dunque dal tuo proposito; la tua rabbiosa violenza nulla può contro Roma, contro la città, contro le sue coste o le sue navi. L’Europa intera venera il santo principe degli apostoli; se tu manderai a distruggere la sua immagine, noi ci dichiariamo fin d’ora innocenti del sangue che sarà versato e dichiariamo che esso ricadrà interamente sul tuo capo’. L’imperatore gli scrisse altre volte, ma il papa sostenne sempre la sua opinione e concluse dicendo che ‘Cristo mandi in corpo all’imperatore il diavolo’ (invocamus Christum, ut immittat tibi daemonem). Poi egli convocò un concilio a Roma nel quale venne ordinato il culto delle immagini e vennero dichiarati eretici e scomunicati tutti coloro che vi si opponessero. E secondo Bellarmino il vescovo di Roma ordinò che i sudditi dell’imperatore qui in Italia non gli dovessero più pagare alcun tributo. Anche il vescovo successivo, Gregorio III (731-741), rimase ostinato e non volle ubbidire all’editto imperiale. Convocò un concilio a Roma e scomunicò gli iconoclasti [35]. L’imperatore allora, vedendo l’ostinazione del vescovo di Roma, s’impossessò dei beni ecclesiastici in Sicilia e Calabria. L’imperatore poi fece un nuovo tentativo che fu l’ultimo, per costringere il vescovo ad ubbidire. Egli mandò nel 734 in Italia una flotta; ma questa fu distrutta da una tempesta nel mare Adriatico. Quello che avvenne in questo periodo mostra fino a che punto oramai si innalzavano i vescovi di Roma e come erano pronti a reagire a degli ordini imperiali quando questi si opponevano alle loro idee (anche se errate) o ai loro interessi. Ma questo comportamento dei vescovi di Roma verso dei re si sarebbe ripetuto nel corso dei secoli: ci saranno infatti vescovi di Roma che deporranno re, scioglieranno i sudditi dal giuramento di fedeltà nei confronti del loro sovrano, e manderanno i propri eserciti o eserciti stranieri contro di essi per punirli.

 Verso la metà dell’ottavo secolo il papato si consolidò maggiormente perché il vescovo di Roma riuscì ad estendere il suo potere temporale. Nel 752 venne eletto pontefice romano Stefano II (752-757) il quale si trovava a disposizione un patrimonio immobiliare enorme. Questo patrimonio cosiddetto di San Pietro (Patrimonium Petri) comprendeva molti edifici e vasti fondi terrieri che erano in diverse provincie d’Italia e nelle regioni vicine, fondi che erano coltivati da coloni e da schiavi e da cui la sede di Roma ricavava delle ingenti rendite. Esso era aumentato sempre di più dal tempo di Costantino in poi perché re, regine, alti funzionari dello Stato, ed anche privati avevano lasciato prima di morire i loro beni alla sede di Roma per assicurarsi la salvezza eterna. Naturalmente tra le donazioni e i lasciti come ce ne furono di volontari e spontanei ce ne furono anche di estorti con la furbizia e le lusinghe. Per quanto riguarda l’uso che di questo patrimonio faceva la chiesa va precisato che una parte veniva utilizzato per soddisfare l’ingordigia e la superbia dei vescovi e dei loro collaboratori e una parte veniva utilizzato per sovvenire ai bisogni dei malati e dei poveri e per fare fronte alle diverse spese che la chiesa di Roma doveva affrontare per il mantenimento delle basiliche e del culto. Ora, Stefano era a capo di un impero immobiliare e la paura di cadere sotto il dominio dei Longobardi (i quali si erano stabiliti in Italia dopo l’anno 568) che con Astolfo avevano occupato gli stati imperiali in Italia, conquistato Ravenna e si accingevano a conquistare anche Roma, lo indusse ad andare in Francia a chiedere aiuto militare a Pipino re dei Franchi. Non era la prima volta, e non fu l’ultima, che un papa chiedeva aiuto militare ad un sovrano occidentale affinché difendesse il suo territorio dai suoi nemici; infatti prima di lui Gregorio III aveva mandato al re dei Franchi Carlo Martello una ambasciata con ricchi doni al fine di ottenere un aiuto militare contro i Longobardi, ma il re franco aveva rifiutato di esaudire il papa perché non voleva rinunciare all’amicizia con i Longobardi. Ma proseguiamo con Stefano II. Cronisti storici dicono che Stefano II si inginocchiò davanti a Pipino re dei Franchi [36] e con le lacrime agli occhi lo supplicò di ‘difendere la causa di Pietro e della repubblica romana’. In questo incontro il papa mostrò al re dei Franchi la Donatio Constantini (documento che sarebbe stato in seguito dimostrato falso) in cui veniva detto che l’imperatore Costantino il Grande aveva consegnato al vescovo di Roma tutte le provincie ed i quartieri della città di Roma e d’Italia e delle regioni occidentali, e la supremazia sui patriarchi di Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme. E che lui, l’imperatore, riserbava per sé l’Oriente con capitale Bisanzio, dove si spostava con il consenso papale, non ritenendo giusto che un imperatore terreno esercitasse la sua potestas nella stessa sede dell’imperatore celeste. Il re dei Franchi promise al papa la ‘restituzione’ [37] dei territori sottrattigli da Astolfo (come contraccambio per il favore che il suo predecessore Zaccaria gli aveva fatto) e per questo suo impegno preso fu nominato da Stefano patricius Romanorum ossia ‘patrizio dei romani’. Nel 755 Pipino per mantenere il suo solenne giuramento scese in Italia e assediò Astolfo a Pavia, capitale dei Longobardi. Astolfo allora promise con giuramento di ‘restituire’ al papa l’Esarcato di Ravenna, la Pentapoli e i territori pontifici occupati. Ma appena Pipino partì alla volta della Francia, Astolfo non mantenne la promessa, anzi andò e assediò Roma. Allora il papa angosciato scrisse (immaginando di essere l’apostolo Pietro in persona) al re dei Franchi invocandone l’aiuto, e minacciandogli la privazione della vita eterna nel caso si fosse rifiutato di soccorrerlo: ‘Se poi, ma noi non lo crediamo, vi renderete colpevoli di indugi o addurrete pretesti, e non obbedirete con sollecitudine al nostro ammonimento di liberare questa città, il popolo che vi dimora, la Chiesa apostolica consegnataci da Dio e il suo sommo sacerdote, sappiate che per volere della Santissima Trinità, in virtù della grazia dell’apostolato concessaci da nostro Signore, sarete privati, per avere disobbedito alle nostre intimazioni, del regno di Dio e della vita eterna’. Pipino allora scese di nuovo in Italia contro i Longobardi, gli strappò i territori che andavano da Roma a Ravenna e li concesse in donazione al papa come un possedimento eterno [38]. Questa concessione, avvenuta nel 756, segnò la nascita dello Stato pontificio [39] che sarebbe durato fino al 1870.

Nel 795 diventò papa Leone III che contribuì ad accrescere il prestigio del vescovo di Roma incoronando, nell’anno 800, Carlo Magno come Imperatore del cosiddetto sacro romano impero. Carlo Magno confermò la donazione fatta al papa da Pipino nel 756, e secondo taluni vi aggiunse ulteriori territori.

Verso la metà del nono secolo ci dicono i documenti cattolici, sotto Leone IV (847-855), un gruppo di falsificatori papisti produsse le false decretali, una collezione di decreti di un certo numero di papi (da Clemente I a Gregorio II) e di concilii su punti dottrinali e di disciplina che avevano come scopo quello di ingrandire e sostenere l’autorità papale. Da queste decretali risultava che il papa ha la supremazia su tutti i vescovi, che i vescovi posti sotto accusa hanno il diritto di appellarsi al papa, che il papa ha la ‘piena potestà’ sulla Chiesa, che la chiesa di Roma, in base ad un unico privilegio, ha il diritto di aprire e chiudere le porte del paradiso a chi essa vuole. Queste decretali, da questo periodo in poi, servirono ai papi per rivendicare la loro suprema autorità sulla Chiesa universale. Esse contribuirono molto al rafforzamento del potere papale durante il medioevo.

Nel 896 divenne papa Stefano VI (896-897). Questo papa è stato definito dal cardinale Baronio ‘un intruso’. Egli fece dissotterrare il cadavere del suo predecessore Formoso (891-896), lo fece vestire dei suoi abiti pontificali, e lo fece portare davanti ad un’assemblea di cardinali, vescovi e preti, e lo pose seduto per giudicarlo. Stefano cominciò allora ad accusare quel cadavere di tanti delitti [40] e lo incitava a rispondere a sua difesa. Ma siccome quel morto non poteva rispondere rispondeva un altro al suo posto. Alla fine fu giudicato colpevole, gli furono tagliate dalla sua mano destra le tre dita, il pollice, l’indice e il medio, con le quali il papa suole benedire, fu spogliato dei suoi abiti e dopo essere stato trascinato per le vie di Roma fu gettato nel Tevere per ordine di Stefano VI. Questo papa fu poi preso da una parte del popolo romano e gettato in prigione dove secondo alcuni fu poi strangolato.

 Alla morte di Stefano fu eletto papa Romano (897) il quale fu papa per circa tre mesi durante i quali annullò i decreti di Stefano e riabilitò la memoria di Formoso. Platina (cattolico) dice di questo comportamento di Romano: ‘Codesti papuzzi (pontificuli) non pensavano ad altro che a distruggere e a disapprovare quello che avevano fatto i loro predecessori; lo che è dimostrazione di piccola mente e di cuore malvagio’. A Romano successe Teodoro II (897), il quale visse solo pochi giorni. Dopo Teodoro fu eletto papa Sergio ma il partito contrario prese le armi, cacciò Sergio che si ritirò presso Marozia, figlia di Teodora I moglie di Teofilatto, e fece papa Giovanni IX (898-900) che pensò anche lui a riabilitare la memoria di Formoso. A Giovanni successe Benedetto IV il quale visse pochi anni (900-903) [41]. A costui successe Leone V (903) il quale pochi giorni dopo la sua elezione fu cacciato in prigione e là fatto uccidere dal prete Cristoforo che si proclamò papa. Ma questo dispiacque a Sergio che fece prendere Cristoforo e rinchiudere in prigione dove fu fatto morire, e si dichiarò papa. Sergio divenne papa con l’aiuto della potente famiglia Teofilatto, le cui due figlie Teodora II e Marozia con i loro intrighi avrebbero dominato il papato per parecchi anni tanto da far nominare questo periodo del papato l’epoca del regime delle prostitute. Marozia era l’amante di Sergio e gli aveva dato un figlio che sarebbe stato fatto poi papa con il nome di Giovanni XI. Il cardinale Baronio, di Sergio III (904-911) [42] ha detto che non vi era delitto, per infame che fosse, di cui non fosse stato macchiato papa Sergio, che era lo schiavo di tutti i vizi, ed il più scellerato di tutti gli uomini [43]. Sergio III fu seguito sul trono pontificio prima da Anastasio III (911-913) e poi da Landone (913-914). Poi fu la volta di Giovanni X (914-928) che fu messo su dalla famiglia Teofilatto. Durante il suo pontificato Marozia ed Alberico (con cui ella si era sposata) suo marito la fecero da padroni. Rimasta vedova di Alberico, Marozia si sposò Guido marchese di Toscana; dopodiché per ordine suo Giovanni X fu gettato in prigione dove fu poi fatto morire soffocato con un cuscino. Mentre Giovanni languiva in prigione Marozia fece papa Leone VI (928) che visse solo pochi mesi. Morto questo altro papa Marozia fece papa Stefano VII (928-931). Alla sua morte ella mise sul trono papale suo figlio Giovanni XI (931-935) a proposito del quale il Baronio dice: ‘La santa Chiesa, cioè la romana, ha dovuto vilmente essere calpestata da un tal mostro’. Intanto moriva il secondo marito di Marozia, e subito ella pensò a sposarsi Ugo re d’Italia. Ma c’era un problema; Ugo era il cognato di Marozia e le leggi canoniche non permettevano tali unioni. Ma la difficoltà fu superata da Giovanni XI che concesse il permesso per il matrimonio. E così Marozia si sposò Ugo; la cerimonia nuziale avvenne a Castel Sant’Angelo alla presenza di Giovanni XI. Ma la cerimonia fu seguita da un fatto che segnò la fine di Marozia. Ugo si mise a offendere Alberico II, il figlio di Marozia e d’Alberico di Camerino. Alberico che già non vedeva bene quel nuovo matrimonio di sua madre uscì fuori ed incitò il popolo contro il re Ugo. Il popolo allora prese d’assalto il castello e il re fuggì. Alberico II allora fece gettare in carcere sua madre e mettere sotto stretta sorveglianza il suo fratellastro Giovanni XI. Fu fatto papa allora Leone VII (936-939) a cui succedette Stefano VIII (939-942). Morto costui Alberico fece papa Marino II (942-946). A Marino successe Agapito II (946-955). Morto costui divenne papa Giovanni XII (955-964). Non aveva ancora venti anni quando fu fatto papa, e dimostrò una condotta scandalosa perché dato ai piaceri della carne e brutalmente violento. Viene asserito che il Laterano durante il suo pontificato divenne un covo di prostitute. Nel 960 offrì la corona imperiale a Ottone che accettò volentieri promettendo che avrebbe difeso i patrimoni della chiesa. E così il 2 febbraio del 962 Ottone venne incoronato assieme a sua moglie. All’incoronazione seguì un patto chiamato Privilegium Ottonianum mediante il quale Ottone confermava a Giovanni XII e ai suoi successori tutti i diritti e i patrimoni della chiesa, e Giovanni dal canto suo prestava giuramento di fedeltà all’imperatore promettendo che non lo avrebbe mai tradito. Anche la nobiltà e il popolo romano fecero il loro giuramento di fedeltà. Ma appena Ottone fu partito Giovanni si gettò alle spalle il giuramento fatto e si alleò con Berengario. Ottone saputolo accorse a Roma, ma Giovanni raccolti i tesori della chiesa se ne fuggì prima a Tivoli e poi in Corsica. Intanto Ottone prendeva possesso della città. Pochi giorni dopo l’imperatore convocò un concilio per giudicare Giovanni a motivo dei delitti di cui era accusato. Giovanni saputolo fece sapere che dichiarava nullo quel concilio. Giovanni fu giudicato colpevole e al suo posto Ottone mise un altro papa di nome Leone VIII (963-965). Intanto Giovanni dalla Corsica fomentava delle rivolte, la prima fu soffocata nel sangue da Ottone (fu una vera e propria strage), la seconda, scoppiata dopo la partenza di Ottone mise in fuga Leone VIII mentre Giovanni tornava a Roma pronto a vendicarsi. Giovanni fece convocare un concilio in cui dichiarò nullo il precedente concilio e deposto Leone VIII. Giovanni si vendicò dei suoi avversari facendogli mozzare il naso e la lingua. Ottone allora decise di farla finita con Giovanni e si mise in marcia per Roma, ma durante il viaggio lo raggiunse la notizia che Giovanni era morto. Era stato assassinato da un marito che lo aveva sorpreso in flagrante adulterio con la propria moglie. Lo avrebbe gettato fuori dalla finestra. Il cardinale Bellarmino di questo papa ha affermato che fu quasi il più cattivo dei papi. Ma prima che Ottone potesse giungere a Roma il popolo romano, non riconoscendo Leone VIII, volle eleggere un nuovo papa di nome Benedetto V (964-965). Giunto a Roma, l’imperatore l’assediò e la prese per fame. Poi Ottone fece convocare un concilio che fece deporre Benedetto V. In questo concilio in cui presiedeva Leone VIII, Benedetto V fu accusato di avere usurpato il trono papale. Benedetto riconobbe la sua colpa dicendo: ‘Se ho peccato, abbiate pietà di me’, e poi si gettò ai piedi del papa e dell’imperatore dichiarando di essere antipapa e vero papa Leone VIII. Ma mentre Ottone era commosso, Leone era invece infuriato contro di lui. Per compiacere all’imperatore che intercedeva per lui gli impose l’esilio. Così Ottone se lo portò in Germania dove morì. Rimase papa Leone VIII che morì nel 965. I romani allora mandarono un ambasciata a Ottone per chiedergli un papa; fu da lui scelto Giovanni, vescovo di Narni, che prese il nome di Giovanni XIII (965-972). Ma costui non era ben visto dal popolo romano per cui poco tempo dopo la sua elezione ci fu una rivolta contro di lui, ma il papa riuscì a fuggire andandosi a mettere sotto la protezione del conte Pandolfo di Capua. Qualche tempo dopo Giovanni XIII faceva ritorno a Roma con una scorta di soldati capuani, seguito di lì a poco da Ottone il quale giunto a Roma la saccheggiò e punì i rivoltosi impiccando alcuni e accecando altri. Morto Giovanni, l’imperatore fece eleggere Benedetto VI (973-974). Ma il popolo si rivoltò anche contro di lui, lo gettò in prigione e fecero papa Bonifacio VII. Benedetto fu poi strangolato in prigione (taluni dicono che fu per mano dello stesso Bonifacio). Ma ecco che ad un certo punto Bonifacio dovette fuggire da Roma, e non lo fece a mani vuote perché portò via molti tesori della chiesa, e si rifugiò a Costantinopoli. Intanto, essendo rimasta vuota la sede, l’imperatore fece eleggere papa Benedetto VII (974-983). Morto Benedetto fu fatto papa Giovanni XIV (983-984). Ma ecco ricomparire Bonifacio VII il quale rientrato in Roma si va a reinsediare sul trono pontificio e fa rinchiudere in prigione Giovanni XIV dove poi lo farà morire avvelenato. Ma Bonifacio dopo circa un anno verrà preso ed assassinato dai suoi nemici. Il suo cadavere trascinato per le vie di Roma fu gettato ai piedi della statua equestre di Marco Aurelio. Il papa successivo fu Giovanni XV (985-996) che si contraddistinse per il suo forte nepotismo e per essere stato il primo a canonizzare santo qualcuno. Morto anche costui l’imperatore fece papa suo cugino (o nipote secondo altri) Brunone che prese il nome di Gregorio V (996-999). Ma appena Ottone partì dall’Italia ci fu una rivolta che costrinse Gregorio a fuggire da Roma. Al suo posto il popolo elesse papa Giovanni XVI ma di lì a poco ecco rientrare a Roma Ottone, che era stato chiamato da suo cugino, e vendicarsi di coloro che si erano rivoltati contro Gregorio. Giovanni XVI fu preso e per ordine di Ottone gli furono tagliati il naso e la lingua e strappati gli occhi e gettato sanguinante in una cella di un monastero romano. Ma Gregorio V non contento fece prendere il moribondo e postolo a rovescio in groppa ad un asino gli fece percorrere le strade di Roma per farlo insultare dal popolo. Il capo della rivolta invece fu decapitato. A Gregorio succedette Silvestro II (999-1003). I cronisti dell’undicesimo e dodicesimo secolo dicono di costui che egli diventò papa grazie ad un patto col demonio al quale aveva venduto la propria anima. E’ ricordato da diversi cronisti e storici medievali come il papa mago perché aveva imparato la magia, l’astrologia, la negromanzia e tutte le ‘scienze’ proibite ad un cristiano.

Ecco dunque alcuni cenni della storia del papato del decimo secolo; il secolo di ferro e di fitte tenebre per il papato come gli stessi storici cattolici riconoscono. Papi libertini, omicidi, avidi di disonesto guadagno, messi su e deposti da imperatori, da donne intriganti menanti la vita nella lussuria e nella cupidigia. Talvolta poi ce ne erano due, e altre volte tre di papi contemporaneamente di cui gli storici cattolici non riescono a dire con certezza chi era il vero papa e chi erano gli antipapi perché ognuno ha la sua opinione. Dinanzi a questi fatti storici non si capisce dunque come i teologi papisti possano dimostrare la loro successione apostolica ma soprattutto come quegli scellerati possano essere stati dei servi di Dio costituiti per l’edificazione della sua Chiesa.

Dall’undicesimo al tredicesimo secolo

Saltiamo qualche anno per arrivare a Benedetto IX (1032-1044) perché questo è l’unico papa ad avere regnato tre volte! Costui divenne papa secondo taluni all’età di circa undici anni. Durante il suo pontificato si abbandonò ad ogni sorta di iniquità. Pier Damiani (prelato cattolico) disse di lui: ‘Quel miserabile sguazzò nell’immoralità dall’inizio del suo pontificato alla fine dei suoi giorni’. Ed un altro osservatore scrisse: ‘La Cattedra di Pietro è stata occupata da un diavolo dell’inferno travestito da prete’. Desiderio di Montecassino, il futuro papa Vittore III, nei suoi Dialoghi scrisse di Benedetto: ‘…un certo Benedetto (per il nome e non certo per le opere) figlio del console Alberico, seguendo le orme di Simon Mago anziché quelle di Simon Pietro, prodigati dal padre non pochi quattrini fra il popolo, si arrogò il sommo sacerdozio. Quale sia stata la vita di lui dopo l’ascesa al soglio, come turpe, come indecente, crudele ed esecranda non posso raccontare senza inorridire’. Le estorsioni, le rapine, le violenze e le uccisioni di Benedetto IX irritarono a tal punto i romani che lo cacciarono da Roma. Ma costui appoggiato dall’imperatore Corrado che era allora in Italia riuscì a rientrare in Roma. Ma i Romani, sempre perché erano stanchi di sopportare Benedetto IX, lo scacciarono di nuovo ed elessero papa Silvestro III. Ma Benedetto IX non si diè per vinto e appoggiato dai suoi parenti riuscì a riprendersi il trono papale (1045), costringendo Silvestro III (che viene riconosciuto da alcuni come vero papa mentre da altri un antipapa) ad andarsene. Alla fine Benedetto IX decise di dimettersi vendendo la carica che ricopriva all’arciprete romano Giovanni Graziano che divenne papa con il nome di Gregorio VI. Benedetto si ritirò nella casa paterna; ma dopo un po’ di tempo tornò all’assalto del trono papale con le armi ed insediarsi in Roma come papa. Ecco dunque tre papi regnare contemporaneamente e dirsi tutti e tre i successori di Pietro! Ma l’imperatore Enrico III volle porre fine a questo scandalo e scese in Italia con il suo esercito per mettere le cose in ordine. Egli convocò un concilio a Sutri, concilio che decretò la deposizione di Silvestro III e di Gregorio VI. Pochi giorni dopo l’imperatore fece convocare un concilio a Roma e dichiarare deposto Benedetto IX ed eleggere papa Clemente II (1046-1047). Costui morì dopo pochi mesi (viene asserito che fu avvelenato da Benedetto IX); successe allora che Benedetto IX, vedendo che l’imperatore era partito, si riprese il papato per l’ennesima volta (questo avvenne nel 1047, ma questo non piacque ai romani). Ma l’imperatore Enrico III fece scacciare Benedetto IX da Roma. e fece mettere sul trono papale Poppone, vescovo di Bressanone, che prese il nome di Damaso II (1048) che però morì molto presto, dopo 23 giorni dal suo insediamento sul trono papale (anche questa volta viene asserito per opera del veleno di Benedetto IX).

Passiamo ora a parlare di Gregorio VII (1073-1085) perché sotto questo papa il potere temporale subì un ulteriore potenziamento. Ma prima di iniziare a parlare di Gregorio VII è bene tenere presente che nel 1054 ci fu lo scisma tra la chiesa cattolica romana e la chiesa greco-ortodossa. Prima di quell’anno c’erano state diverse dispute tra la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente. Quella sulla data della Pasqua in cui gli Occidentali dicevano che bisognava festeggiarla la Domenica più vicina al quattordici del mese di Nisan, mentre gli Orientali dicevano che bisognava festeggiare la festa il quattordicesimo giorno del mese di Nisan, qualunque fosse il giorno in cui cadeva. La disputa sul celibato; la Chiesa d’Occidente lo aveva vietato ai diaconi, ai preti e ai vescovi; mentre la Chiesa d’Oriente aveva permesso ai diaconi e ai preti di mantenere la propria moglie dopo l’ordinazione, vietando il matrimonio ai vescovi. La disputa sulla barba in cui gli ecclesiastici occidentali potevano radersi la barba mentre quelli orientali dovevano portare la barba. Ma la disputa che fece giungere le cose alla rottura fu quella sulla eucarestia. Il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario (1043-1048) aveva condannato la Chiesa d’Occidente per l’uso del pane non lievitato nell’Eucarestia e aveva ordinato la chiusura dei monasteri e delle basiliche latine di Costantinopoli. Per porre fine alla disputa Leone IX mandò in Oriente il cardinale Umberto con altri due legati ma le discussioni arrivarono a tale punto che il 16 giugno 1054 i legati romani posero sull’altare della cattedrale di Santa Sofia un decreto di scomunica contro il patriarca e i suoi seguaci. A sua volta anche il patriarca di Costantinopoli scomunicò il papa e i suoi seguaci. Queste scomuniche saranno poi da ambo le parti ritirate nel 1965 al tempo di Paolo VI. Rimane il fatto però che la chiesa orientale continua a non riconoscere il primato del papa sulla Chiesa universale e ad avere delle divergenze dottrinali con la chiesa d’Occidente.

Ma proseguiamo con la storia del papato parlando di Gregorio VII. Costui diventò papa nel 1073; egli riteneva che solo il vescovo di Roma dovesse essere chiamato vescovo universale, che il papa come vicario di Dio sulla terra doveva esercitare non solo il potere spirituale ma anche quello temporale, che la chiesa non dovesse stare sottomessa al potere civile anzi lo doveva controllare, e che il papa aveva il potere di deporre i sovrani e di sciogliere i sudditi dall’obbligo di fedeltà ai loro principi. Questi suoi principii li espose nel Dictatus papae: ecco alcune proposizioni di questo documento: ‘Solo il pontefice Romano ha il diritto di essere chiamato universale (…) Il papa è l’unica persona a cui i principi devono baciare il piede (..) Il suo nome è unico al mondo. A lui solo è lecito deporre gli imperatori (…) La sua sentenza non può esser annullata da alcuno, ma egli può annullare quelle di tutti gli altri (…) Egli non può essere giudicato da alcuno (…) Il papa può sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà fatto ai sovrani indegni’ (Dictatus Papae; citato da Fausto Salvoni in Da Pietro al Papato, pag. 305-306). Gregorio durante il suo pontificato cercò di sopprimere il matrimonio degli ecclesiastici ordinando ai sacerdoti sposati di dimettere le loro mogli [44], e si batté pure contro l’investitura degli ecclesiastici da parte dei laici e contro la simonia. Egli perciò si scontrò con il re Enrico IV che concedeva investiture dietro compenso di denaro. Oltre a concedere investiture dietro compenso Enrico IV si intromise nelle faccende interne del clero italiano, il che fece indignare ulteriormente il papa che lo invitò a comparire a Roma per discolparsi sotto pena di scomunica. Enrico gli rispose convocando all’inizio del 1076 un concilio a Worms che dichiarò papa illegittimo Gregorio. Gregorio allora gli lanciò la scomunica liberando i suoi sudditi dall’obbligo di fedeltà verso di lui. Questa fu la decisione più audace presa fino ad allora da un papa contro un sovrano. Enrico allora, temendo di perdere il regno perché c’era il pericolo di una guerra civile, attraversò le Alpi e venne al castello di Canossa (sull’Appennino emiliano) dove si trovava in quei giorni il papa. Arrivato al castello nel gennaio del 1077 egli si umiliò davanti al papa chiedendogli perdono (il papa non lo farà entrare subito nel castello ma lo farà stare tre giorni e tre notti sotto la neve, al freddo). E il papa per questo suo atto di umiliazione lo liberò dalla scomunica. Ma tornato in patria Enrico IV si attirò di nuovo le ire di Gregorio che lo scomunicò di nuovo. Enrico allora invase l’Italia e mise sul trono un nuovo pontefice di nome Guiberto (1084) che prese il nome di Clemente III. Gregorio allora si rifugiò in Castel Sant’Angelo. Avvenne allora che Gregorio chiamò in suo aiuto i Normanni che vennero a Roma trovandola indifesa perché Enrico IV se ne era andato pochi giorni prima perché riteneva di non poter fronteggiare con il suo esercito le forze dei Normanni. Ed i Normanni si diedero alla violenza contro la popolazione di Roma sterminando migliaia di persone, violando molte donne, e saccheggiando le case e incendiandole. Dopo che i Normanni fecero scempio di Roma, Gregorio se ne dovette andare via dalla città a motivo della furia dei superstiti (e con lui se ne andarono le truppe normanne), e così rimase sul trono pontificio Clemente III (che è definito però antipapa). Gregorio fuggì a Salerno dove morì nel 1085. Le sue ultime parole sarebbero state: ‘Ho amato la giustizia e odiato l’iniquità, perciò muoio in esilio’ [45]. Gregorio VII è stato canonizzato santo.

Dopo la sua morte nel 1086 fu eletto papa Desiderio, abate di Montecassino, che prese il nome di Vittore III. Gli storici dicono che egli fosse privo di quello spirito del pontefice che i tempi richiedevano perché non aveva lo spirito del guerriero come l’aveva avuto il suo immediato predecessore. Morì nel 1087.

A Vittore successe Urbano II (1088-1099) il cui nome è legato alla prima crociata contro i Turchi. Riunito un concilio a Clermont nel 1095 Urbano II esortò il popolo che si diceva cristiano a partire armati verso la Palestina per andare a liberare i luoghi sacri dalle mani dei Turchi. In cambio egli offrì un indulgenza plenaria dai peccati. Al crociato venivano anche accordate immunità da tasse e gabelle. Il popolo accecato dalle tenebre si mise in cammino verso la Palestina al grido di: ‘Dio lo vuole!’. I crociati durante il viaggio si dettero a violenze, soprusi e a sterminare anche molti Ebrei (cronisti storici dicono migliaia) ritenuti infedeli da sterminare al pari dei Turchi. Arrivati a Gerusalemme conquistarono la città massacrando tante persone anche là; e tutto ciò con la benedizione papale.

Eugenio III (1145-1153) fu il papa che indisse la seconda crociata contro i Mussulmani che ebbe luogo nel 1147, ma questa crociata si dimostrò un insuccesso.

Clemente III (1187-1191) bandì solennemente nel 1188 la terza crociata che non riuscì a riconquistare Gerusalemme dalle mani di Saladino. Riccardo d’Inghilterra (il re che giunse in Palestina a capo dei crociati) però ottenne da Saladino che fosse permesso ai pellegrini l’accesso a Gerusalemme.

Passiamo ora ad Innocenzo III (1198-1216) il papa che assieme a Gregorio VII contribuì più di tutti a rafforzare il papato in quel tempo. Innocenzo III fu eletto papa nel 1198. Secondo lui il papa era superiore ai re in virtù dell’autorità ricevuta da Dio, e perciò aveva il potere di scomunicare i re e di deporli. Per illustrare questo concetto si usava di una similitudine tutta particolare; diceva che Dio aveva posto due luminari nel firmamento per illuminare il giorno e la notte, e questi erano il sole, il luminare maggiore, e la luna il luminare minore. Il sole era l’autorità pontificia mentre la luna era l’autorità legale. ‘Perciò la luna riceve la sua luce dal sole, ed è quindi inferiore al sole sia nella grandezza che nel calore, sia nella sua posizione che nei suoi effetti. Allo stesso modo il potere regio deriva la sua dignità dalla autorità pontificia e quanto meno si sottopone ad essa, tanta minore luce ne riceve. Ma quanto più le si sottomette, tanto più aumenta il suo fulgore’ (citato da Fausto Salvoni in op. cit., pag. 310). Per sostenere la sua autorità assoluta sui regni della terra, Innocenzo fece uso anche delle seguenti parole che Dio rivolse al profeta Geremia: “Io ti costituisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per svellere, per demolire, per abbattere, per distruggere, per edificare e per piantare” (Ger. 1:10). Di fatto Innocenzo III causò molte turbolenze in vari stati; nel 1200 egli pose sotto interdetto la Francia allorquando Filippo si rifiutò di mandare via la sua seconda moglie Agnese e di riprendersi la sua legittima moglie Ingeborg. Questo interdetto del papa provocò un tumulto in Francia per cui Filippo si sottomise al papa, e di malavoglia mandò via Agnese e riprese con sé Ingeborg. Tra il 1205 e il 1213 Innocenzo III si scontrò con Giovanni d’Inghilterra perché quest’ultimo non aveva voluto riconoscere l’arcivescovo che Innocenzo aveva nominato alla sede vacante di Canterbury. Innocenzo lo scomunicò e pose anche l’Inghilterra sotto interdetto. I suoi sudditi allora si opposero al re il quale fu costretto ad umiliarsi davanti ad Innocenzo [46]. Nel 1213 Giovanni dichiarò che da allora in poi lui e i suoi sudditi avrebbero considerato i propri domìni feudi papali e avrebbero pagato ogni anno mille marchi al papa. Ecco come Innocenzo III riuscì ad umiliare i due più potenti sovrani di quel tempo facendo leva sul suo potere temporale. Ma Innocenzo III oltre a tutto ciò promosse la crociata contro gli Albigesi nel sud della Francia sterminandone, a quanto dicono gli storici, decine di migliaia. Secondo Innocenzo anche gli eretici si dovevano piegare davanti al papa, e l’eresia doveva essere estirpata con la forza. Anche Gregorio IX (1227-1241) si darà da fare per reprimere gli eretici come aveva fatto Innocenzo; egli istituirà infatti in Europa tra il 1231 e il 1234 i tribunali dell’Inquisizione, affidandone la direzione ai Domenicani (vedi la parte dove ho parlato dell’Inquisizione).

Il potere temporale dei papi subì un declino sotto Bonifacio VIII eletto papa nel 1294. Durante il suo pontificato avvenne che Filippo di Francia ed Eduardo I d’Inghilterra imposero al clero una tassa per sostenere le spese militari che essi stavano sostenendo nella guerra che li opponeva l’uno all’altro. Bonifacio allora emanò la bolla Clericis Laicos con la quale proibiva ai laici, sotto la minaccia di scomunica e interdetto, d’imporre qualsiasi tassa e imposta agli ecclesiastici senza il consenso della chiesa di Roma, e vietava ai preti, sotto pena di scomunica da parte della chiesa romana, di pagare tali contributi ad un capo temporale. Eduardo reagì dichiarando fuori legge il clero e facendo approvare dal parlamento una legge che proibiva ad esso di prestare ascolto alle pretese papali di autorità temporale in Inghilterra. E Filippo reagì vietando le esportazioni di denaro dalla Francia in Italia, privando così il papato delle sue rendite francesi. Allora Bonifacio si trovò in grande difficoltà e decise di venire ad un accomodamento della legge emanata nella Clericis Laicos, autorizzò quindi Filippo a riscuotere le imposte del clero in caso di estrema necessità, anche senza consultazione papale. Il re da parte sua revocò i provvedimenti contro il papato. E così fu ristabilita la pace tra il re di Francia e il papa. Bonifacio era un papa assetato del sangue dei suoi nemici difatti fece distruggere nel 1299 la città di Palestrina, in mano ai Colonna suoi nemici (i cardinali Colonna affermavano apertamente che la sua elezione era illegittima), sterminando, secondo i cronisti, alcune migliaia di persone. Egli era anche assetato di denaro; sete che lo portò ad inventare il Giubileo (che si tenne nel 1300) che secondo le stime dei cronisti portò a Roma centinaia di migliaia di pellegrini che naturalmente lo arricchirono notevolmente e aumentarono il suo prestigio. Le relazioni tra Filippo e Bonifacio ritornarono ad essere non buone allorquando nel 1301 Filippo fece arrestare un legato pontificio per tradimento contro il re. Il papa ordinò a Filippo di rilasciarlo, ma Filippo si oppose all’ordine di Bonifacio. Allora il papa emanò nel 1302 la bolla Unam Sanctam nella quale sosteneva che fuori dalla chiesa romana non c’era salvezza e né remissione dei peccati e che il papa aveva autorità spirituale e temporale sopra tutti e che per essere salvati era necessario sottoporsi al pontefice romano. Filippo reagì violentemente alla bolla papale, e dato che in Francia erano presenti presso al re i cardinali Colonna (che scomunicati e cacciati da Bonifacio si erano rifugiati presso Filippo) che accusavano il papa dicendo che era illegittimo, eretico e simoniaco, egli colse l’occasione per ordinare a Guglielmo di Nogaret di andare ad arrestare il papa e condurlo a Parigi dove sarebbe poi stato processato. Nogaret giunto in Italia organizzò assieme alla famiglia dei Colonna (nemica acerrima di Bonifacio) una congiura contro il papa che si trovava allora ad Anagni. Entrati nella cittadina assalirono il palazzo pontificio; il papa fu arrestato, ma dopo tre giorni di prigionia gli abitanti di Anagni si rivoltarono contro i congiurati cacciandoli e liberando Bonifacio. Tornato a Roma morì nel 1303. Di lui è stato detto da degli storici cattolici che ‘entrò nel pontificato come una volpe, vi regnò da leone e vi morì come un cane’.

Dal quattordicesimo al sedicesimo secolo

A Bonifacio VIII successe Benedetto XI (1303-1304), e poi Clemente V (1305-1314) che nel 1309 trasferì la corte papale ad Avignone, dove era sotto il diretto controllo del re di Francia. Iniziò così quella che è stata definita la cattività avignonese che durò fino al 1377 allorquando Gregorio XI riportò la sede papale a Roma. Il poeta Petrarca, durante la sua permanenza ad Avignone, descrisse la corte papale come ‘la vergogna del genere umano, un ricettacolo di vizi, una cloaca dove si raccoglie tutta la sozzura del mondo. Là si disprezza Dio e si adora soltanto il denaro, e si calpestano le leggi umane e divine’. Dopo che morì Gregorio XI (1378) ci fu un periodo di tempo in cui ci furono due papi, Urbano VI e Clemente VII che si dicevano ambedue il legittimo papa e il vero successore di Pietro. Urbano VI stava in Roma mentre Clemente VII portò la capitale ad Avignone per la seconda volta. Avvenne così che alcune nazioni riconobbero come vero papa il primo mentre altre il secondo. Lo scisma si protrasse fino agli inizi del secolo successivo quando si riunì il concilio di Pisa (1409) che dichiarò illegittimo l’allora papa di Avignone Benedetto XIII e quello di Roma Gregorio XII (essi furono dichiarati decaduti dalla loro carica pontificia come scismatici ed esclusi dalla comunione della Chiesa), ed elesse papa Alessandro V. Ma siccome le decisioni del concilio di Pisa non ebbero una approvazione generale avvenne che ci furono non più due papi, ma tre papi che rivendicavano l’autorità suprema sulla Chiesa e scomunicavano solennemente gli altri due. Ognuno di essi aveva i suoi sostenitori a livello internazionale; Gregorio XII aveva dalla sua parte l’Italia, la Germania e il nord Europa; Benedetto XIII aveva la Spagna, la Scozia, la Sardegna, la Corsica e parte della Francia; Alessandro V la maggior parte della Francia e numerosi ordini religiosi.

Morto Alessandro V (1410) gli successe Giovanni XXIII che fu deposto dal concilio di Costanza (1415-1418) assieme a Benedetto XIII; Gregorio XII invece abdicò. Al loro posto fu eletto papa Martino V.

Durante il periodo che va dall’inizio della cosiddetta cattività avignonese al concilio di Costanza la corte papale era corrotta oltremodo, i papi si abbandonavano ad ogni dissolutezza, all’impurità e si rendevano colpevoli di ogni sorta di delitti, e nonostante tutto ciò si proclamavano vicari di Cristo; per questo si cominciarono a levare da più parti voci di protesta. Tra coloro che riprovarono la condotta dei papi, il loro potere temporale e molti dei loro dogmi ci furono Giovanni Wycliffe (1320-1384). Egli sosteneva che il capo della Chiesa era Cristo e non il papa romano, che l’unica autorità per il credente era la Bibbia e non la chiesa romana, e che la chiesa romana doveva conformarsi ai precetti del Vangelo dai quali si era profondamente allontanata. Le sue idee furono condannate a Londra nel 1382. Oltre a lui ci fu anche Giovanni Huss (1369-1415) che contestò al papa il primato; quest’ultimo fu scomunicato e condannato al rogo dal concilio di Costanza nel 1415.

Ma vediamo quello che dice Ludovico Von Pastor, che è uno storico cattolico, su alcuni papi vissuti in questo periodo storico al fine di capire quali fossero i costumi di coloro che si dicevano i vicari di Cristo in terra.

Di Clemente VI (1342-1352) egli afferma: ‘Coll’arricchire e favorire i suoi congiunti e col lusso principesco della sua Corte egli arrecò danni sensibilissimi agli interessi della Chiesa (…) Per continuare le abitudini di una vita splendida e spendereccia Clemente VI abbisognò di nuove fonti di denaro, e seppe trovarne, ma a scapito degli interessi della Chiesa, poiché accrebbe i perniciosi artifizi finanziari di Clemente V e di Giovanni XXII (….) Quando gli venivano fatte rimostranze per gli abusi che ne derivavano e si accennava che i suoi antecessori non si sarebbero permesse tali cose, rispondeva: I miei antecessori non seppero essere papi’ (Ludovico Von Pastor, Storia dei papi, Roma 1910, vol. I, pag. 84-85, 87).

Di Bonifacio IX (1389-1404) il Pastor afferma: ‘I mezzi usati da Bonifacio IX per empire le casse della Camera apostolica hanno danneggiato gravemente il prestigio e la venerazione della suprema dignità ecclesiastica. Dense ombre getta sulla memoria di Bonifacio IX anche il suo nepotismo’ (Ludovico Von Pastor, op. cit., pag. 152).

Ed infine di Giovanni XXIII (1410-1415) egli afferma: ‘Questo scaltro politico era talmente tocco dalla corruzione del suo tempo da non potere rispondere neanche lontanissimamente ai doveri della suprema dignità nella Chiesa (…) E’ sicuramente fondata l’accusa di immoralità personale contro il papa pisano; in una bolla di Alessandro V, a quanto so non presa finora in considerazione, io trovo la prova documentaria d’un figlio pubblicamente riconosciuto e d’una figlia di Baldassarre Cossa’ (ibid., pag. 177). Il concilio di Costanza disse di Giovanni XXIII quando lo depose: ‘..egli è stato ed è simoniaco notorio, dilapidatore pubblico dei beni e dei diritti non solo della chiesa romana, ma anche di altre chiese (…) Con la sua vita e i suoi costumi detestabili e disonesti, notoriamente scandalosi per la chiesa e per il popolo cristiano prima della sua assunzione al papato, e anche dopo sino a questi giorni, egli ha scandalizzato e scandalizza apertamente, col suo modo di vivere descritto, la chiesa di Dio e il popolo cristiano (…) in quanto indegno, inutile, dannoso deve essere allontanato, privato e deposto dal papato e da ogni suo governo spirituale e temporale’ (Concilio di Costanza, Sess. XII).

Di Martino V (1417-1431) poi che fu il papa che come abbiamo visto fu eletto dal concilio di Costanza al posto dei tre esistenti a quel tempo il Pastor dice: ‘Uno sguardo ai possedimenti dei Colonna fa vedere che nel favorire i congiunti Martino V sorpassò i limiti del lecito e che andò più avanti di quel che esigessero le cose’ (Ludovico Von Pastor, op. cit., pag. 209-210).

Vediamo adesso di parlare di altri due papi di questo secolo, Sisto IV e Alessandro VI.

Sisto IV (1471-1484) fu, come molti altri papi nepotista e pieno di omicidio. Pastor dice di lui: ‘Il nepotismo eccessivo di Sisto IV, che bene si può spiegare, ma non giustificare, forma la grande obbrobriosa piaga di questo pontificato (…) Resta una verità deplorevole, che Sisto IV (…) nell’esaltare i suoi parenti oltrepassò ogni misura e si avviò per molti aspetti su vie del tutto mondane…’ (Ludovico Von Pastor, op. cit., Roma 1911, vol. II, pag. 612, 621). Egli ebbe anche una parte nella congiura contro i Medici (nella quale fu ucciso Giuliano dei Medici e Lorenzo scampò) infatti sempre il Von Pastor afferma che: ‘Ad ogni modo si dovrà deplorare profondamente, che un papa abbia sostenuto una parte nella storia di questa congiura’ (Ludovico Von Pastor, op. cit., pag. 513); (la congiura fu approvata dal papa perché i Medici in quel tempo costituivano un ostacolo alle sue mire espansionistiche). Fu il primo papa a legalizzare le case di prostituzione di Roma che gli fruttavano migliaia di ducati all’anno ed impose una tassa ai sacerdoti che avevano un amante. Ogni mezzo per raccogliere denaro gli parve buono tanto che era solito dire: ‘Il papa non ha bisogno che di penna e d’inchiostro per la somma che vuole’. Il nome di questo papa è legato anche al terribile tribunale dell’Inquisizione perché fu lui con una bolla del 1478 ad istituire in Spagna l’Inquisizione che avrebbe mietuto migliaia di vittime.

Eccoci ora ad Alessandro VI (1492-1503). Dopo che Rodrigo Borgia diventò papa (comprando i voti dei cardinali) con il nome di Alessandro VI, Giovanni dei Medici disse al cardinale Cybo: ‘Ora siamo nelle grinfie del lupo forse più selvaggio che il mondo abbia mai visto; o fuggiamo, o ci divorerà’. Era dato alla fornicazione e all’adulterio ed ebbe diversi figli. Nominava i cardinali in cambio di forte somme di denaro e poi li avvelenava per favorire l’avvicendamento. Fece inoltre espropriare i latifondi delle grandi famiglie romane – i Colonna, i Caetani, i Savelli – e incamerare i loro patrimoni. Contro i suoi scandali predicò il frate domenicano Girolamo Savonarola che Alessandro VI tentò di mettere a tacere offrendogli il cappello da cardinale, ma avendo il frate rifiutato lo fece processare e condannare all’impiccagione e al rogo. Di lui alcuni dicono che morì di malaria mentre altri che morì avvelenato per errore con il veleno che lui stesso aveva destinato ad un cardinale di cui voleva incamerare i beni.

Siamo arrivati così al sedicesimo secolo: le cose andavano di male in peggio. La corruzione ed ogni sorta di iniquità dominavano a tutti i livelli nella chiesa cattolica romana. I papi non cercavano altro che di divertirsi e di estendere il loro potere temporale.

Un esempio di questa voglia di dominare su un territorio sempre più vasto lo abbiamo in Giulio II (1503-1513). Questo papa tra tutte le passioni possedeva quella della guerra. Infrangendo la legge canonica si mise addosso l’armatura e montato sul suo cavallo alla testa del suo esercito salì al nord per combattere in nome di Dio e dello Stato pontificio. Riuscì ad estendere il territorio dello Stato pontificio annettendo ad esso diversi territori che si erano staccati da esso. Creò così un vasto Stato pontificio, che andava da Piacenza a Terracina, le cui dimensioni sarebbero rimaste praticamente immutate fino all’Ottocento. Giulio II aveva anche la mania della grandezza infatti volle far cominciare la ricostruzione della basilica di San Pietro.

Un altro esempio di papa che dei precetti dell’Evangelo non ne voleva sentire perché era dato alle passioni ingannatrici lo abbiamo nel successore di Giulio II, vale a dire Leone X (1513-1521). Ecco alcune cose che dice il Pastor di questo papa: ‘Più volte Leone X acquistò istrumenti di musica preziosi, ornati di oro e di argento (…) Spesso prendeva parte in persona alle eleganti e spiritose gare, che decoravano la sua tavola più delle preziose stoviglie, delle scelte vivande e dei vini fini (…) Rimase però a sufficienza figlio del suo tempo per trovare sommo contento anche negli scherzi triviali dei buffoni di professione (…) I contemporanei fanno il nome di tutta una serie di simili buffoni, mediante i cui scherzi e arguzie talvolta triviali Leone X si facea passare il tempo, persuaso che questo lieto trattenimento gli allungherebbe la vita (….) Leone X faceva trattare splendidissimamente i suoi ospiti. Il suo successore rimase meravigliato delle colossali spese di cucina, nelle quali in ispecie figurava fortemente un piatto di lingue di pavoni (…) Più comprensibile del piacere che provava per l’arte dei buffoni, è la grande predilezione del Mediceo pel nobile passatempo della caccia. Malgrado il divieto della Chiesa molti cardinali, a partire dai tempi dello Scarampo, attesero a questo sport, al quale ora dedicossi anche un papa (…) Né pioggia e vento, né freddo né la serietà della situazione politica riuscivano a trattenerlo da questo diletto’ (Ludovico Von Pastor, op. cit., Roma 1908, vol. IV, pag. 380, 381, 382, 385, 386.). La corte di Leone X era piena oltre che di buffoni anche di meretrici [47]. Fu lui a decretare la vendita delle indulgenze per la ricostruzione della cosiddetta basilica di San Pietro. E sempre lui disse ad uno dei suoi cardinali: ‘Quanto bene ci ha fatto quella favola del Vangelo’. Quando fu scoperta una congiura che il cardinal Petrucci aveva ordito contro di lui per farlo morire, Leone X fece strangolare questo cardinale e squartare altri due congiurati.

Durante il pontificato di Leone X scoppiò quella che è stata ed è tuttora chiamata la Riforma. Più che dire scoppiò la Riforma sotto Leone X occorrerebbe dire però che sotto questo papa quella protesta contro la chiesa cattolica romana che si era manifestata nel corso dei secoli precedenti in svariate maniere e da parte di gruppi diversi che avevano i più svariati nomi (Valdesi [coloro che si rifacevano agli insegnamenti di Pietro Valdo, ricco mercante di Lione convertitosi verso il 1176.], Lollardi [coloro che si rifacevano agli insegnamenti di Giovanni Wycliffe], Hussiti [coloro che si rifacevano agli insegnamenti di Giovanni Huss], ecc.) assunse delle proporzioni molto grandi, mai raggiunte in precedenza, perché a favore di essa si schierarono o sinceramente o per solo pretesto principi e re (per loro infatti accettare le idee della Riforma significava implicitamente scrollarsi di dosso il dominio del papato nei propri territori di giurisdizione, come anche significava entrare in possesso dei beni ecclesiastici della chiesa romana) che con la loro autorità avrebbero favorito nei territori su cui dominavano la diffusione della Riforma. Va detto però che questo movimento di riforma non solo rimproverava al papa e alla curia romana gli scandali perpetrati a disonore del Vangelo (come avevano già fatto molti) ma metteva enfasi sulla giustificazione per sola fede ossia dichiarava con forza che l’uomo per essere giustificato da Dio deve solo credere nel Signore Gesù non potendo esser giustificato per via di digiuni, di preghiere, di pellegrinaggi, ed altre opere prescritte dalla chiesa papista. Prima di cominciare a parlare di Martin Lutero, che fu l’uomo che in virtù di svariate circostanze preparate da Dio fu quello che divenne, se così possiamo definirlo, l’iniziatore di questo vasto movimento di protesta, è bene riferire alcune parole del cardinale Bellarmino, i cui scritti sono considerati dai Cattolici privi di errori perché è stato fatto ‘santo’, che rendono bene l’idea di quella che era la situazione della chiesa cattolica romana prima che ‘scoppiasse’ la Riforma tramite Lutero. Questo alto prelato papista disse: ‘Alcuni anni prima dell’esplosione dell’eresia luterana e calvinista, non vi era più né severità nei tribunali ecclesiastici, né purezza di costumi, né conoscenza delle sante scritture, né rispetto delle cose divine; in una parola, non vi era più religione’. Stando così le cose non sorprende che le idee di Lutero trovarono subito terreno fertile in tutta Europa e si diffusero come un uragano perché, quantunque non condividiamo diverse dottrine di Lutero, questo uomo si studiò di portare le persone a rigettare il papato per le sue iniquità, superstizioni e sopraffazioni di ogni genere, a leggere la sacra Scrittura nella loro lingua (cosa che la chiesa cattolica romana in quel tempo di fatto vietava) e a rigettare tante eresie della chiesa cattolica che non erano altro che una fonte di disonesto guadagno per i papi e tutta la curia romana (purgatorio, messa come ripetizione del sacrificio di Cristo e sacrificio espiatorio, indulgenze, ecc.). Ma soprattutto quest’uomo mettendosi a predicare che l’uomo è giustificato per sola fede senza il bisogno delle opere di soddisfazione prescritte dalla chiesa cattolica romana, che costituivano per gli uomini dei pesi difficili a portare che non riuscivano a portare pace alla loro anima travagliata perché impotenti a giustificarli dai loro misfatti, fece riapparire da sotto quel cumulo di immondizie papiste la buona notizia della grazia di Dio per la gioia di tutti coloro che volevano essere giustificati da Dio ma che, dato che fino a quel momento erano stati ingannati dai vani ragionamenti dei teologi papisti, non avevano potuto ottenere questa così tanta anelata giustificazione che dà vita.

 Lutero (1483-1546) era un monaco agostiniano che si studiava di seguire scrupolosamente le regole del suo ordine sottomettendo il suo corpo ad un duro regime di mortificazioni. Nel 1510 egli venne a Roma per sbrigare degli affari del suo ordine, e qui credeva di trovare un clero ed un popolo profondamente religiosi, invece vi trovò sacerdoti ignoranti che celebravano la messa rapidamente e senza alcuna devozione, e le donne che nei luoghi di culto della chiesa cattolica tenevano un contegno vergognoso. Visto ciò rimase indignato, disgustato e convinto del bisogno di una riforma in seno alla chiesa cattolica romana. Dopo essere tornato in patria, tra il 1513 e il 1517 meditando le Scritture fu persuaso dal Signore che solo la fede in Cristo poteva giustificare l’uomo davanti a Dio, e nell’accettare questa verità si sentì rinascere. Ecco cosa scriverà in seguito Lutero su quella esperienza che cambierà il corso della sua vita: ‘Ero stato infiammato dal desiderio di intendere bene un vocabolo adoperato nella Epistola ai Romani, al capitolo primo, dove è detto: ‘La giustizia di Dio è rivelata nell’Evangelo’; poiché fino allora lo consideravo con terrore. Questa parola: ‘giustizia di Dio’ io la odiavo, perché la consuetudine e l’uso che ne fanno abitualmente tutti i dottori mi avevano insegnato ad intenderla filosoficamente. Intendevo la giustizia che essi chiamano formale o attiva, quella per la quale Dio è giusto e punisce i colpevoli. Nonostante l’irreprensibilità della mia vita di monaco, mi sentivo peccatore davanti a Dio; la mia coscienza era estremamente inquieta, e non avevo alcuna certezza che Dio fosse placato dalle mie opere soddisfattorie. Perciò non amavo quel Dio giusto e vendicatore, anzi, lo odiavo (…). Ero fuori di me, tanto era sconvolta la mia coscienza; e rimuginavo senza tregua quel passo di Paolo, desiderando ardentemente sapere quello che Paolo aveva voluto dire. Finalmente, Dio ebbe compassione di me. Mentre meditavo giorno e notte ed esaminavo la connessione di queste parole: ‘La giustizia di Dio è rivelata nell’Evangelo come è scritto: ‘Il giusto vivrà per fede’, incominciai a comprendere che la giustizia di Dio significa qui la giustizia che Dio dona, e per mezzo della quale il giusto vive, se ha fede. Il senso della frase è dunque questo: l’Evangelo ci rivela la giustizia di Dio, ma la giustizia passiva, per mezzo della quale Dio, nella sua misericordia, ci giustifica mediante la fede, come è scritto: ‘Il giusto vivrà per fede’. Subito mi sentii rinascere, e mi parve che si spalancassero per me le porte del paradiso. Da allora la Scrittura intera prese per me un significato nuovo (…). Quanto avevo odiato il termine: ‘giustizia di Dio’, altrettanto amavo ora, esaltavo quel dolcissimo vocabolo. Così quel passo di Paolo divenne per me la porta del paradiso’. Lutero capì allora che tutti i suoi sforzi che aveva fatto da monaco per essere giustificato da Dio, cioè i digiuni, le preghiere, le veglie, erano stati inutili perché bastava solo la fede per ottenere la giustificazione [48]. Lutero, dopo avere fatto questa preziosa scoperta, si scontrò nel 1517 con il domenicano Tetzel che si era messo a vendere le indulgenze nei pressi di Wittenberg dove lui insegnava [49]. Il messaggio del Domenicano era: ‘Tosto che il denaro suona nella cassetta, l’anima balza fuori del purgatorio’. In quello stesso anno Lutero affiggeva alla cattedrale di Wittenberg le sue 95 tesi con le quali condannava gli abusi del sistema delle indulgenze e si dichiarava pronto ad un dibattito sull’argomento. Inizialmente quindi, Lutero attaccò gli abusi del sistema delle indulgenze pensando di riformarlo (in effetti, leggendo le sue 95 tesi si può vedere che lui non negò al papa il potere di concedere le indulgenze come neppure il diritto da parte del popolo di acquistarle; cosicché si deve concludere che ancora non gli era pienamente chiara la via di Dio) [50], e da ciò si deduce che egli inizialmente non aveva in mente di separarsi dalla chiesa cattolica romana ma solamente di riformarla al suo interno. Ma poco tempo dopo, convintosi che per operare una riforma che permettesse agli uomini di ritornare al Vangelo era necessario separarsi dal sistema instaurato dalla chiesa romana, egli attaccò il primato del papa, la dottrina dei sette sacramenti quali mezzi per ricevere la grazia perché affermava che si viene giustificati per sola fede, e il sistema gerarchico nella chiesa perché diceva che in virtù della fede ogni credente è un sacerdote. Fu allora che il papa reagì emettendo, nel giugno del 1520, contro Lutero la bolla Exurge Domine (con cui il papa condannava gli ‘errori’ e gli scritti di Lutero e lo minacciava di scomunica se non avesse ritrattato entro 60 giorni), che fu bruciata pubblicamente (e con essa bruciò i libri di diritto canonico) da Lutero sulla piazza di Wittenberg, dicendo: ‘Poiché tu hai turbato il Santo del Signore, così il fuoco eterno ti molesti e consumi’. In seguito, ai primi di gennaio del 1521 Roma emanò la bolla Decet Romanum Pontificem con cui Lutero veniva colpito dalla scomunica. Lutero fu poi convocato dall’imperatore Carlo V alla Dieta imperiale di Worms nel 1521 per rispondere in merito alle sue teorie e ritrattare le sue affermazioni. Lutero vi andò ma non volle abiurare, rimase fermo. Alla domanda riguardante la sua ritrattazione egli rispose: ‘Nei miei scritti non c’è nulla di biasimevole: Roma esercita in Germania la tirannia’ e concluse dicendo: ‘Non posso e non voglio ritrattarmi, perché non è né sicuro né sincero agire contro la propria coscienza. Che Dio mi aiuti. Amen’. Sulla via del ritorno dalla Dieta fu rapito da alcuni suoi amici e messo nel castello di Wartburg di proprietà di Federico il Saggio, un principe che lo difendeva e proteggeva. Qui rimarrà circa diciotto mesi, durante i quali tradurrà in tedesco il Nuovo Testamento, dopo di che tornerà a Wittenberg e si rimetterà a predicare contro le dottrine papiste. Dopo la sua partenza da Worms la Dieta imperiale emanò un editto con cui Lutero veniva messo, assieme ai suoi scritti, al bando dell’Impero, e chi lo incontrava veniva esortato a consegnarlo nelle mani dell’autorità imperiale. Ma questo editto contro Lutero per svariati motivi non fu mai messo in atto.

Ma nonostante l’opposizione del papa e dell’imperatore la Riforma continuò a propagarsi in Germania (con l’aiuto di diversi principi) e da lì si diffuse rapidamente nelle altre nazioni dell’Europa. Il luteranesimo fuori dalla Germania si diffuse molto in Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia (in queste nazioni con l’appoggio dei sovrani che aderirono alla Riforma); ma anche in Francia, Olanda, e in Italia (incominciando dalla repubblica di Venezia), qui però un po’ meno. Oggi le chiese che si rifanno agli insegnamenti di Lutero si chiamano chiese luterane.

Oltre il luteranesimo sorse e si diffuse in Europa il calvinismo ossia quell’insieme di dottrine insegnate da Giovanni Calvino (1509-1564) riformatore nato in Francia che svolse la sua missione soprattutto in Svizzera, a Ginevra, i cui scritti si diffusero anch’essi per tutta l’Europa. Quantunque ci fossero delle differenze dottrinali tra Lutero e Calvino [51] tutti e due predicavano che l’uomo è giustificato soltanto per fede senza le opere e rigettavano il papismo. Il calvinismo si diffuse molto in Francia (qui i suoi aderenti saranno chiamati Ugonotti), in Olanda, in Scozia (qui propagherà il calvinismo Giovanni Knox, 1513-1572) e in Inghilterra (coloro che furono soprannominati i Puritani per esempio erano calvinisti). Oggi le chiese che sul continente (specialmente in Svizzera, Olanda, Francia e parti della Germania) si rifanno agli insegnamenti di Calvino sono denominate chiese riformate: in Inghilterra e in Scozia invece i Calvinisti sono conosciuti comunemente come presbiteriani.

Un altro movimento riformatore sorto in quegli anni che si diffonderà in Europa è l’anabattismo, sorto in Svizzera nei pressi di Zurigo attorno al 1523. L’anabattismo era un movimento che si contraddistingueva sia dal luteranesimo che dal calvinismo perché non accettava il battesimo degli infanti ma solo quello degli adulti (da qui il nome dato ai suoi aderenti di Anabattisti, cioè ribattezzatori), come non accettava l’unione tra Chiesa e Stato perché predicava la completa separazione tra Chiesa e Stato. Gli Anabattisti erano anche pacifisti non ammettendo la violenza né a scopo di offesa che di difesa, e non ammettevano il giuramento in tribunale e che un cristiano ricoprisse la carica di magistrato [52]. Gli Anabattisti si diffonderanno molto nei Paesi Bassi. Dal movimento anabattista sono sorti i Mennoniti (che hanno preso il nome da Menno Simmons un ex sacerdote cattolico, 1496 ca. -1561 ca.) e i Battisti.

Un discorso un po’ diverso merita invece l’anglicanesimo radicatosi in Inghilterra. Perché esso iniziò come movimento politico e proseguì come movimento religioso. In Inghilterra esistevano ancora dei Lollardi (seguaci di Giovanni Wycliffe), e dopo lo scoppio della Riforma luterana si diffusero gli scritti di Lutero che furono accettati da molti. In quel tempo era re d’Inghilterra Enrico VIII che era sposato con Caterina d’Aragona da cui oramai riteneva di non potere avere più un figlio maschio che potesse succedergli al trono. Allora il re chiese al papa Clemente VII l’annullamento di questo suo matrimonio e il permesso di risposarsi con Anna Bolena. Il papa però rifiutò di concedere il divorzio a Enrico, il quale allora pensò di farselo rilasciare dal clero inglese. Il re si fece proclamare nel 1531 dall’assemblea del clero capo e protettore della chiesa e del clero d’Inghilterra. Così il clero accettò Enrico VIII come suo capo e nel 1533 il matrimonio del re con Caterina veniva dichiarato nullo mentre lui si era già sposato segretamente con Anna Bolena. Nel 1534 Enrico fece votare al parlamento la ‘legge di supremazia’ che riconosceva il re come unico capo supremo in terra della Chiesa d’Inghilterra. Venne a consumarsi quindi lo scisma; il re d’Inghilterra era diventato il papa della chiesa nella sua nazione. Ed in questa sua nuova veste fece perseguitare a morte quei prelati che rifiutarono la sua supremazia spirituale e fece chiudere molti monasteri i cui beni e le cui terre passarono in parte alla corona e in parte furono donate o vendute alla nobiltà. Va detto però che benché il re perseguitò a morte quei prelati cattolici che si rifiutarono di riconoscerlo come capo supremo della chiesa, e fece chiudere molti monasteri, egli si mantenne sostanzialmente cattolico nella dottrina. Inizialmente aveva sì fatto delle concessioni ai Protestanti per potere avere il loro favore, ma dal 1539 in poi aveva cambiato atteggiamento facendo promulgare la legge dei Sei Articoli che era fortemente cattolica. Questa legge affermava la transustanziazione, la sufficienza della comunione sotto una specie, il celibato dei preti, la perpetuità dei voti, le messe private e la confessione auricolare. Nonostante ciò, si può dire, che questo re favorì, contro le sue intenzioni, l’opera di riforma in seno alla chiesa inglese. Morto Enrico VIII, gli successe al trono il giovane figlio Edoardo VI (1547-1553) che favorì la diffusione della Riforma nel paese. Nel 1547 il parlamento permise il calice al popolo nella comunione e revocò la legge dei Sei Articoli: nel 1549 rese legale il matrimonio dei preti e ordinò la chiusura delle cappelle votive dove si diceva la messa in suffragio dell’anima del donatore. Inoltre fu decretato che i servizi religiosi dovevano tenersi nella lingua parlata anziché in latino. Nel 1549 veniva stabilito l’uso del ‘Book of Common Prayer’ (‘Libro della preghiera comune’), libro che era opera di un Protestante in cui veniva messo al primo posto l’uso dell’inglese nei servizi religiosi, la lettura della Bibbia e la partecipazione dei fedeli all’adorazione. Nel 1552 venne pubblicato una seconda edizione di questo libro (in cui c’era una chiara influenza calvinista) il cui uso venne ordinato alle chiese. Nel 1553 infine il re sanzionò i Quarantadue Articoli preparati da un Protestante e che erano fortemente calvinisti; questi articoli divennero credo della chiesa anglicana. Alla morte di Edoardo VI gli successe la cattolica Maria Tudor (1553-1558) che abolì i cambiamenti apportati da Edoardo ed emanò delle severissime leggi contro coloro che dissentivano dalla chiesa inglese. Molti credenti furono messi a morte durante il suo regno; da qui il soprannome dato a questa sovrana ‘la sanguinaria’, ben amata naturalmente dal papa. Altri invece furono costretti a fuggire in quei paesi europei dove la Riforma era protetta. Dopo Maria salì al regno Elisabetta che reintrodusse, con qualche modifica, i cambiamenti apportati da Edoardo alla chiesa inglese. E per questa sua decisione si attirò la scomunica dell’allora papa Pio V. Ecco come sorse la chiesa anglicana (da cui poi si sarebbero staccati coloro che verranno chiamati Puritani perché ritenevano che in essa rimanessero troppi avanzi del papismo che dovevano essere tolti, e coloro che furono denominati Metodisti) tuttora esistente.

Tutti coloro che aderirono alla Riforma, non importa se Luterani, Calvinisti, Anabattisti, Anglicani, furono chiamati Protestanti [53].

Dopo avere fatto questa doverosa parentesi per trattare la Riforma che rappresentò dal sedicesimo secolo in avanti per il papato la perdita del suo antico potere in molte nazioni europee come anche una perdita di molte entrate e di molti membri, proseguiamo con il successore di Leone X.

Morto Leone X nel 1521, gli succedette Adriano VI nel 1522. Il nuovo papa era olandese. Costui aveva intenzione di riformare la chiesa cattolica romana a cominciare dalla corte papale mandando via le meretrici, i poeti e i buffoni. Ma i suoi propositi non piacquero alla curia romana che lo prese in avversione. Si ammalò improvvisamente e morì nel 1523.

Prese il suo posto Clemente VII (1523-1534) il quale a motivo della sua posizione politica antimperiale si attirò le ire di Carlo V che mandò le sue truppe contro Roma. I soldati tedeschi giunti a Roma si diedero al saccheggio, uccisero parecchie persone, violentarono le donne e distrussero parecchie opere d’arte. Il papa si rifugiò in Castel Sant’Angelo ma si dovette arrendere, fu fatto prigioniero per alcuni mesi. Il papa dovette pagare molto denaro e grazie alla compiacenza di alcuni ufficiali riuscì a fuggire dalla città travestito da venditore ambulante. Molti interpretarono allora quel flagello abbattutosi su Roma come un castigo inflitto da Dio a motivo della vita scandalosa che conducevano i papi e gli ecclesiastici. Clemente VII poté tornare a Roma, trovandola devastata e spopolata, solo nel 1528. Si riconciliò poi con Carlo V nel 1529. L’anno dopo Clemente VII incoronò imperatore Carlo V a Bologna. Carlo V fece emanare alla Dieta di Spira del 1529 un decreto contro gli Anabattisti secondo cui ‘ogni anabattista, ed ogni persona ribattezzata, uomo o donna che fosse, doveva essere messa a morte o per la spada, o per il fuoco, o altrimenti’. Carlo V farà poi guerra alla Lega di Smalcalda (una lega formatasi nel 1531 a cui avevano aderito dei principi, dei conti e delle città protestanti per proteggere con le armi il protestantesimo in Germania) sconfiggendola nel 1547 a Muhlberg.

Morto Clemente fu eletto papa Paolo III (1534-1549). Dice di lui il Pastor: ‘In generale questo papa non può venire assolto dalla taccia, che per più d’un rispetto si abbandonasse egli stesso ad una vita mondana, che non conveniva colla gravità del tempo. Anche ora come prima non soltanto da cardinali, ma anche dal papa in Vaticano venivano celebrate feste sfarzose, nelle quali comparivano musici, improvvisatori, persino cantatrici, danzatori e buffoni’ (Ludovico Von Pastor, op. cit., Roma 1914, vol. V, pag. 235). Sotto Paolo III sorsero i Gesuiti (1540), ‘gli uomini del papa’, che avrebbero con intrighi e lusinghe di ogni genere aizzati re e governatori contro i Protestanti per estirparli dai territori di questi; fu istituita l’Inquisizione romana (1542) per combattere l’eresia in ogni luogo, e fu convocato il concilio di Trento nel 1545 (che si protrasse fino al 1563) che non fece altro che rafforzare il potere del papa e di tutta la curia romana e confermare tutte le false dottrine cattoliche a cui si opponevano i riformatori lanciando gli anatemi contro coloro che non le avrebbero accettate.

Il papa successivo fu Giulio III (1550-1555). Sempre il Pastor ci dice di lui: ‘Egli assisteva parimente alle rappresentazioni teatrali con cui terminavano i suoi banchetti. Eziando donne venivano invitate in Vaticano (…) Giulio III, che sempre a lato degli affari aveva largamente indulto insieme ai piaceri, amava in ispecie splendidi conviti (…) Come al pari dei papi del rinascimento usciva a caccia, giocava di grosse somme con cardinali amici e altri confidenti e manteneva molti buffoni di corte, così Giulio III non aveva neppure scrupolo alcuno di intervenire a rappresentazioni teatrali sconvenienti’ (Ludovico Von Pastor, op. cit., Roma 1922, vol. VI, pag. 46-47).

A Giulio successe per poco Marcello II (1555), e poi venne Paolo IV (1555-1559). Costui si contraddistinse per le persecuzioni contro gli Ebrei. Ecco cosa dice a riguardo il Pastor: ‘Sollecitudine per mantenere pura la fede fu anche la causa delle severissime prescrizioni, che Paolo IV emanò subito al principio del suo pontificato contro gli Ebrei (…) una bolla del 14 luglio 1555 decretava che in Roma e nelle altre città dello Stato pontificio i Giudei dovessero abitare affatto separati dai cristiani in un quartiere o in una strada con soltanto un ingresso e un’uscita. Fu stabilito inoltre: non è permessa più d’una sinagoga in ciascuna città, gli Ebrei non possono acquistare immobili e debbono vendere entro un determinato tempo ai cristiani quelli che si trovano in loro possesso. Come segno distintivo si prescrissero agli Ebrei cappelli gialli. Venne loro interdetto di tenere servi cristiani, il lavoro pubblico nei giorni di festa per i cristiani, troppo strette relazioni coi cristiani, di stendere contratti fittizi (…) Finalmente non era lecito agli Ebrei esercitare commercio alcuno di grano o altre cose necessarie al bisogno umano, curare come medici i cristiani’ (Ludovico Von Pastor, op. cit., pag. 487,488). Questo papa come si può ben vedere imitò Faraone d’Egitto perché anche lui maltrattò gli Ebrei; ma oltre che ad opprimere e perseguitare gli Ebrei fece perseguitare a morte coloro che avevano abbracciato la Riforma. Sotto di lui molti credenti morirono a motivo della loro fede. Fu un persecutore crudele e spietato dei Protestanti. Nel 1559 egli promulgò il primo Index Librorum Prohibitorum, cioè l’Indice dei libri la cui lettura era proibita ai Cattolici (L’Indice verrà abolito nel 1965 da Paolo VI).

Dopo Paolo IV altri papi che perseguitarono con grande ferocia i Protestanti furono Pio V, Gregorio XIII e Sisto V; tutti e tre pronti ad incoraggiare a sterminare i Protestanti e i sovrani che li favorivano nella loro nazione.

Pio V (1566-1572) incitò il re Carlo IX a sterminare gli Ugonotti in Francia; nel 1570 con una bolla scomunicò la regina Elisabetta d’Inghilterra (perché favorì il protestantesimo in Inghilterra) e sciolse i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà verso di lei; ed oltre a ciò cospirò l’assassinio di questa regina.

Gregorio XIII (1572-1585) con una bolla incitò Carlo IX a perseverare nello sterminio dei Protestanti finché il suo regno fosse interamente purgato dalle ‘eresie blasfeme’: il suo segretario di Stato, cardinale Galli, a nome di papa Gregorio un giorno rispose al nunzio pontificio in Spagna, Filippo Sega (al quale il Cattolico inglese Ely aveva sottoposto un piano per uccidere la regina Elisabetta): ‘Chiunque la toglie dal mondo al debito fine del servizio di Dio, non solo non pecca, ma si acquista un merito, soprattutto tenendo conto della sentenza lanciata contro di lei da Pio V’.

Sisto V (1585-1590) per riconquistare l’Inghilterra alla chiesa cattolica gli mandò contro il re Filippo di Spagna, devoto cattolico, con la sua grande flotta chiamata ‘Armada Espanola’ ma l’impresa finanziata da questo papa sanguinario non riuscì, perché la flotta spagnola fu sconfitta da quella inglese.

La controriforma cattolica (così viene chiamata la reazione papista alla Riforma protestante) produsse un periodo di dure persecuzioni durante le quali trovarono la morte in Europa molte migliaia di credenti. Furono annegati, sepolti vivi, bruciati vivi, impiccati, decapitati, furono insomma trattati come se avessero fatto l’opera dei malfattori. Il loro reato era quello di non volersi sottoporre al papa accettando i dogmi della chiesa cattolica romana.

Dal diciottesimo al ventesimo secolo

Passiamo ora al diciottesimo secolo ed in particolare vediamo quali furono gli effetti della rivoluzione francese sul papato; prima però diciamo qualcosa su Clemente XIV (1769-1774). Questo papa è passato alla storia per la sua decisione di sopprimere i Gesuiti a motivo dei loro misfatti compiuti che avevano incrementato l’avversione al papato di molti sovrani (in Russia e in Prussia però i Gesuiti continuarono a sopravvivere fino alla loro riabilitazione). Di questo papa il Pastor dice: ‘Clemente XIV soleva distrarsi giocando a bigliardo, o, quando il tempo era buono, a bocce nel giardino del Quirinale o a Villa Patrizi (…) Quando Clemente XIV era di buon umore, i suoi intimi potevano permettersi scherzi e burle quanto mai singolari…’ (Ludovico Von Pastor, op. cit., Roma 1933, vol. XVI, pag. 79, 80, 81). Morì avvelenato.

Con la rivoluzione francese il papato ricevette un altro duro colpo. L’Assemblea Nazionale del 1789 dichiarò proprietà dello Stato i beni della chiesa cattolica. Gli ordini vennero sciolti, i voti soppressi, i vescovi da ora innanzi dovevano essere eletti dal popolo e il papa doveva solo ricevere la comunicazione dell’avvenuta scelta, gli ecclesiastici dovevano essere pagati dallo Stato e prestare giuramento di fedeltà ad esso. Le cose per il papato peggiorarono ulteriormente quando il Direttorio ritenne che il governo dei preti in Italia fosse incompatibile con l’esistenza della repubblica francese. Nel 1797 a Roma durante una sollevazione popolare ci fu l’uccisione del generale Duphot da parte di soldati pontifici, il Direttorio colse allora l’occasione per adempiere il suo disegno che era quello di eliminare lo Stato pontificio, e mandò le truppe francesi sotto il comando del generale Berthier ad invadere lo Stato pontificio e ad occupare Roma dove venne proclamata la Repubblica. L’allora papa Pio VI (1775-1799) che era molto vecchio chiese ai suoi nemici che voleva morire qui dove era vissuto. Gli fu risposto che poteva morire dappertutto; la sua camera fu saccheggiata, gli tolsero dal dito l’anello che portava e lo portarono in Francia dove morì nel 1799. In quello stesso anno in Francia salì al potere Napoleone Bonaparte. Egli fece nel 1801 un Concordato con la chiesa cattolica romana (l’allora papa era Pio VII che era stato eletto papa nel marzo del 1800 in un conclave tenuto a Venezia e poi era andato a Roma dove non c’era stato più il papa dal febbraio 1798) in cui riconosceva la religione cattolica come ‘la religione della maggioranza dei Francesi’, pur non facendone la religione di Stato. I vescovi dovevano essere nominati dallo Stato e consacrati dal papa. Il clero doveva essere pagato dallo Stato ma alla chiesa non sarebbero state restituite le proprietà incamerate nel 1790. Nel 1804 Napoleone invitò il papa a recarsi a Parigi alla cerimonia della sua incoronazione imperiale. Pio VII accettò (fu costretto a farlo perché Napoleone minacciava di punirlo se egli avesse rifiutato) pensando che sarebbe stato lui ad incoronare l’imperatore Bonaparte, come aveva fatto il suo predecessore Leone III con Carlo Magno, e che con questo gesto ne sarebbe venuto del bene alla chiesa cattolica romana; ma quando venne il giorno della cerimonia nella cattedrale di Notre-Dame avvenne che Napoleone prese la corona e se la mise sulla testa con le sue proprie mani. Il papa era stato ancora una volta umiliato da Napoleone e tornò a Roma dove tra gli ecclesiastici regnava l’insoddisfazione per il suo comportamento. Dopo di ciò Napoleone chiese a Pio VII di unirsi a lui contro gli Inglesi (che secondo Napoleone non volevano la pace dell’Impero) ma il papa rifiutò attirandosi le ire di Napoleone il quale fece occupare Ancona ed Urbino, e mandò le sue truppe contro Roma occupandola nel 1808. I cardinali che non gli erano amici furono allontanati a cominciare dal segretario di stato. Pio VII (1800-1823) venne deportato da Roma (prima fu portato a Savona e poi a Parigi) e lo Stato pontificio fu annesso all’impero francese. Ma con la sconfitta di Napoleone le cose tornarono come erano prima, perché Napoleone, costretto dalle circostanze che gli erano sfavorevoli, diede ordine di mettere in libertà il papa il quale tornò a Roma trionfalmente. Era il maggio del 1814; lo Stato pontificio ritornava nelle mani del papa.

Nel 1848 l’allora papa Pio IX fu costretto da una sollevazione popolare a fuggire da Roma e a rifugiarsi a Gaeta. La popolazione era stanca di vedere il potere civile nelle mani del clero; essa voleva che il governo civile fosse affidato solo ai ‘laici’, cosa che il papa non voleva assolutamente perché secondo lui lo Stato pontificio era l’eredità di San Pietro che egli aveva ricevuto da Cristo e quindi esso doveva essere governato dal successore di Pietro perché gli apparteneva. Ma Pio IX mentre si trovava in Gaeta, pensò di riprendersi Roma con la forza facendo appello all’Austria, alla Spagna, al regno di Napoli e alla Francia la quale mandò le sue truppe a Roma (dove intanto era stata proclamata la repubblica romana con la sua nuova costituzione che portava in fronte il principio della sovranità popolare, e dichiarata decaduta la sovranità temporale del papa) ‘per restituire la capitale del mondo cattolico alla sovranità della Chiesa, secondo il caldissimo desiderio di tutti i cattolici’. Le truppe francesi dopo essere sbarcate a Civitavecchia, sotto il comando del generale Oudinot, bombardarono Roma e uccisero parecchie persone per restituire la città nelle mani del papa [54]. Le truppe delle altre potenze invece occuparono il resto dello Stato pontificio. La repubblica romana fu così sciolta; e il governo degli affari civili fu trasmesso ad una commissione cardinalizia nominata dal papa. Pio IX poté tornare a Roma nel 1850.

Nel 1859-1860 Vittorio Emanuele II riuscì ad annettersi prima la Romagna e poi l’Umbria e le Marche, iniziando così la conquista dello Stato pontificio. Lo Stato pontificio alla fine del 1860 era limitato solo al Lazio e alla città di Roma dove c’erano delle truppe francesi a difesa dello Stato pontificio. Nel 1870 avvenne che scoppiò la guerra tra la Francia e la Prussia. E la Francia fu costretta per ragioni militari a ritirare le sue truppe che teneva sul suolo italiano in difesa dello Stato della chiesa cattolica. Lo Stato della chiesa si trovò quindi indifeso (e per giunta la Francia uscì sconfitta dalla guerra) e di questa condizione ne approfittarono subito gli Italiani per disfarsi una volta per tutte della tirannia del clero. In quell’anno le truppe piemontesi comandate dal generale Raffaele Cadorna entrarono per la breccia di Porta Pia in Roma annettendo la città del papa al regno d’Italia. Fu una grande umiliazione per lo Stato pontificio [55]; il papa perse quella che egli definiva l’eredità o il patrimonio di San Pietro [56] a cui mai avrebbe rinunciato di sua spontanea volontà, e si dichiarò ‘prigioniero del Vaticano’; scomunicò il re Vittorio Emanuele II e tutti coloro che avevano contribuito all’occupazione dello Stato pontificio e vietò ai Cattolici di partecipare sia in qualità di candidati che di elettori ad elezioni di qualsiasi tipo. A qualsiasi offerta del Governo italiano per giungere ad una riconciliazione Pio IX rispose dicendo: Non possumus. Nel 1871 il Parlamento italiano approvò la cosiddetta Legge sulle Guarentigie con cui andava incontro alle esigenze della ‘Santa Sede’, comprese quelle economiche assegnandole ‘una dotazione di annua rendita di L. 3.225.000’ che sarebbe stata esente da ogni specie di tassa od onere governativo, comunale e provinciale. Ma sia Pio IX che i suoi successori rifiutarono la mano offertagli dal Governo italiano, non vollero riconoscere la Legge sulle Guarentigie.

Nel 1922 salì al potere Benito Mussolini [57], e nello stesso anno fu eletto papa Pio XI (1922-1939). I due capirono che avrebbero potuto trarre enormi vantaggi da un accordo rappacificatore, e perciò iniziarono dei negoziati segreti tra le parti per porre termine all’inimicizia tra papato e governo italiano che ormai durava da diversi decenni. I negoziati portarono alla stipulazione, nel 1929, tra la ‘Santa Sede’, rappresentata in quell’occasione dal cardinale Gasparri, e lo Stato italiano, capeggiato da Benito Mussolini, del Trattato del Laterano e del Concordato (ambedue questi documenti portano in testa la dicitura ‘In Nome della Santissima Trinità’) e di una Convenzione finanziaria. Col Trattato l’Italia riconobbe alla ‘Santa Sede’ la sovranità su un minuscolo territorio chiamato ‘Città del Vaticano’ e la ‘Santa Sede’ dichiarò definitamente conclusa la ‘questione romana’, riconoscendo il Regno d’Italia sotto la dinastia di Casa Savoia con Roma capitale dello Stato italiano. Vediamo adesso alcuni articoli del Trattato e del Concordato del Laterano al fine di capire le concessioni fatte e i privilegi concessi dallo Stato Italiano al Vaticano.

L’art. 1 del Trattato afferma: ‘L’Italia riconosce e riafferma il principio consacrato nell’art. 1 dello Statuto del Regno 4 Marzo 1848, pel quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato’; l’art. 6 afferma che l’Italia ‘provvederà, inoltre, alla comunicazione con le ferrovie dallo Stato mediante la costruzione di una stazione ferroviaria nella Città del Vaticano..’; l’art. 8 del Trattato dice che ‘l’Italia, considerando sacra ed inviolabile la persona del Sommo Pontefice, dichiara punibili l’attentato contro di Essa e la provocazione a commetterlo con le stesse pene stabilite per l’attentato e la provocazione a commetterlo contro la persona del Re. Le offese e le ingiurie pubbliche commesse nel territorio italiano contro la persona del Sommo Pontefice con discorsi, con fatti e con scritti, sono punite come le offese e le ingiurie alla persona del Re’; l’art. 13 dice che ‘l’Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà delle Basiliche patriarcali di San Giovanni in Laterano, di Santa Maria Maggiore e di S. Paolo, cogli edifici annessi…’; l’art. 14 che ‘l’Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà del palazzo pontificio di Castel Gandolfo con tutte le dotazioni, attinenze e dipendenze’ e si obbliga a cederle ‘la Villa Barberini in Castel Gandolfo con tutte le dotazioni, attinenze e dipendenze’ [58] e poi ‘per integrare la proprietà degli immobili siti nel lato nord del Colle Gianicolense appartenente alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide e ad altri istituti ecclesiastici e prospicienti verso i palazzi vaticani, lo Stato si impegna a trasferire alla Santa Sede od agli enti che saranno da Essa indicati gli immobili di proprietà dello Stato o di terzi esistenti in detta zona… l’Italia, infine, trasferisce alla Santa Sede in piena e libera proprietà degli edifici ex-conventuali in Roma annessi alla Basilica dei Santi XII Apostoli ed alle chiese di Sant’Andrea della Valle e di San Carlo ai Catinari, con tutti gli annessi e dipendenze..’; l’art. 16 dice che gli immobili citati nei tre articoli precedenti (nell’art. 15 sono citati diversi palazzi della chiesa cattolica romana situati sul territorio italiano) ‘nonché quelli adibiti a sedi dei seguenti istituti pontifici: Università Gregoriana, Istituto Biblico, Orientale, Archeologico, Seminario Russo, Collegio Lombardo, i due palazzi di Sant’Apollinare e la Casa degli esercizi per il Clero di San Giovanni e Paolo, non saranno mai assoggettati a vincoli o ad espropriazioni per causa di pubblica utilità, se non previo accordo con la Santa Sede, e saranno esenti da tributi sia ordinari che straordinari tanto verso lo Stato quanto verso qualsiasi altro ente’; l’art. 17 afferma quanto segue: ‘Le retribuzioni di qualsiasi natura, dovute dalla Santa Sede, dagli altri enti centrali della Chiesa Cattolica e dagli altri enti gestiti direttamente dalla Santa Sede anche fuori di Roma, a dignitari, impiegati e salariati, anche non stabili, saranno nel territorio italiano esenti, a decorrere dal 1° Luglio 1929, da qualsiasi tributo tanto verso lo Stato quanto verso ogni altro ente’; l’art. 20 recita quanto segue: ‘Le merci provenienti dall’estero e dirette alla Città del Vaticano, o, fuori della medesima, ad istituzioni od uffici della Santa Sede, saranno sempre ammesse da qualunque punto del confine italiano ed in qualunque porto del Regno, al transito per il territorio italiano con piena esenzione dai diritti doganali e daziari’; l’art. 21 afferma: ‘Tutti i Cardinali godono in Italia degli onori dovuti ai Principi del sangue; quelli residenti in Roma, anche fuori della Città del Vaticano, sono, a tutti gli effetti, cittadini della medesima’; l’art. 23 afferma che avranno ‘piena efficacia giuridica, anche a tutti gli effetti civili, in Italia le sentenze ed i provvedimenti emanati da autorità ecclesiastiche ed ufficialmente comunicati alle autorità civili, circa persone ecclesiastiche o religiose e concernenti materie spirituali o disciplinari’.

Cito adesso alcuni passi di alcuni articoli del Concordato. L’art. 1 del Concordato dice: ‘…. In considerazione del carattere sacro della Città Eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e mèta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà cura di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto con detto carattere’. L’art. 2 afferma: ‘… Tanto la Santa Sede quanto i Vescovi possono pubblicare liberamente ed anche affiggere nell’interno ed alle porte esterne degli edifici destinati al culto o ad uffici del loro ministero le istruzioni, ordinanze, lettere pastorali, bollettini diocesani ed altri atti riguardanti il governo spirituale dei fedeli, che crederanno di emanare nell’ambito della loro competenza. Tali pubblicazioni ed affissioni ed in genere tutti gli atti e documenti relativi al governo spirituale dei fedeli non sono soggetti ad oneri fiscali… Le autorità ecclesiastiche possono senza alcuna ingerenza delle autorità civili eseguire collette nell’interno ed all’ingresso delle chiese nonché negli edifici di loro proprietà’. L’art. 3 dice: ‘… ‘Gli studenti di teologia, quelli degli ultimi due anni di propedeutica alla teologia avviati al sacerdozio ed i novizi degli istituti religiosi possono, a loro richiesta, rinviare, di anno in anno, fino al ventesimosesto anno di età l’adempimento degli obblighi del servizio militare. I chierici ordinati in ‘sacris’ ed i religiosi, che hanno emesso i voti, sono esenti dal servizio militare, salvo il caso di mobilitazione generale. In tale caso, i sacerdoti passano nelle forze armate dello Stato, ma è loro conservato l’abito ecclesiastico, affinché esercitino fra le truppe il sacro ministero sotto la giurisdizione ecclesiastica dell’Ordinario militare ai sensi dell’art. 14. Gli altri chierici o religiosi sono di preferenza destinati ai servizi sanitari. Tuttavia, anche se siasi disposta la mobilitazione generale, sono dispensati dal presentarsi alla chiamata i sacerdoti con cura di anime. Si considerino tali gli Ordinari, i parroci, i vice parroci e coadiutori, i vicari ed i sacerdoti stabilmente preposti a rettorie di chiese aperte al culto’. L’art. 5 afferma che ‘i sacerdoti apostati o irretiti da censura non potranno essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico’. L’art. 8 afferma che ‘…. In caso di arresto, l’ecclesiastico o il religioso è trattato col riguardo dovuto al suo stato ed al suo grado gerarchico. Nel caso di condanna di un ecclesiastico o di un religioso, la pena è scontata possibilmente in locali separati da quelli destinati ai laici, a meno che l’Ordinario competente non abbia ridotto il condannato allo stato laicale’; l’art. 9 afferma che ‘di regola, gli edifici aperti al culto sono esenti da requisizioni od occupazioni’ e che ‘salvo i casi di urgente necessità, la forza pubblica non può entrare, per l’esercizio delle sue funzioni, negli edifici aperti al culto, senza averne dato previo avviso all’autorità ecclesiastica’; l’art. 10 dice che ‘non si potrà per qualsiasi causa procedere alla demolizione di edifizi aperti al culto, se non previo accordo colla competente autorità ecclesiastica’; l’art. 11 dice: ‘Lo Stato riconosce i giorni festivi stabiliti dalla Chiesa, che sono i seguenti: tutte le Domeniche; il primo giorno dell’anno; il giorno dell’Epifania (6 Gennaio); il giorno della festa di San Giuseppe (19 Marzo); il giorno dell’Ascensione; il giorno del Corpus Domini; il giorno della festa dei ss. Apostoli Pietro e Paolo (29 Giugno); il giorno dell’assunzione della B.V. Maria (15 agosto); il giorno di Ognissanti (1 Novembre); il giorno della festa dell’Immacolata Concezione (8 Dicembre); il giorno di Natale (25 dicembre)’ (cinque di quelle festività furono soppresse nel 1977); l’art. 14 afferma: ‘Le truppe italiane di aria, di terra e di mare godono, nei riguardi dei doveri religiosi, dei privilegi e delle esenzioni consentite dal diritto canonico…’; l’art. 29 afferma che ‘…b) Sarà riconosciuta la personalità giuridica delle associazioni religiose, con o senza voti, approvate dalla Santa Sede, che abbiano la loro sede principale nel Regno, e siano ivi rappresentate… Sarà riconosciuta infine la personalità giuridica alle Case generalizie ed alle Procure delle associazioni religiose, anche estere. Le associazioni o le Case religiose, le quali già abbiano la personalità giuridica, la conserveranno. Gli atti relativi ai trasferimenti degli immobili, dei quali le associazioni sono già in possesso, dagli attuali intestatari alle associazioni stesse saranno esenti da ogni tributo… h)… non saranno applicate ai ministri del culto per l’esercizio del ministero sacerdotale l’imposta sulle professioni e la tassa di patente, istituite con il Regio decreto 18 novembre 1923, n° 2538, in luogo della soppressa tassa di esercizio e rivendita, né qualsiasi altro tributo del genere’; l’art. 30 che ‘lo Stato Italiano riconosce agli istituti ecclesiastici ed alle associazioni religiose la capacità di acquistare beni, salve le disposizioni delle leggi civili concernenti gli acquisti dei corpi morali’; l’art. 34 dice che ‘lo Stato italiano, volendo ridonare allo istituto del matrimonio, che è base della famiglia, dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili… Le cause concernenti la nullità del matrimonio e la dispensa dal matrimonio rato e non consumato sono riservate alla competenza dei tribunali e dei dicasteri ecclesiastici. I provvedimenti e le sentenze relative, quando siano divenute definitive, saranno portate al Supremo Tribunale della Segnatura, il quale controllerà se siano state rispettate le norme del diritto canonico relative alla competenza del giudice, alla citazione ed alla legittima rappresentanza o contumacia delle parti. I detti provvedimenti e sentenze definitive coi relativi decreti del Supremo Tribunale della Segnatura saranno trasmessi alla Corte di Appello dello Stato competente per territorio, la quale, con ordinanze emesse in camera di consiglio, li renderà esecutivi agli effetti civili ed ordinerà che siano annotati nei registri dello stato civile a margine dell’atto di matrimonio’; l’art. 36 dice: ‘L’Italia considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica. E perciò consente che l’insegnamento religioso ora impartito nelle scuole pubbliche elementari abbia un ulteriore sviluppo nelle scuole medie, secondo programmi da stabilirsi di accordo tra la Santa Sede e lo Stato’; l’art. 40 afferma: ‘Le lauree in sacra teologia date dalle Facoltà approvate dalla Santa Sede saranno riconosciute dallo Stato Italiano. Saranno parimenti riconosciuti i diplomi, che si conseguono nelle scuole di paleografia, archivistica e diplomatica documentaria erette presso la biblioteca e l’archivio nella Città del Vaticano’.

Oltre a tutto ciò lo Stato italiano si obbligò a dare parecchio denaro al Vaticano, nella Convenzione Finanziaria si legge all’art. 1 che ‘l’Italia si obbliga a versare, allo scambio delle ratifiche del Trattato, alla Santa Sede la somma di lire italiane 750.000.000 (settecentocinquanta milioni) ed a consegnare contemporaneamente alla medesima tanto consolidato italiano 5 per cento al portatore (col cupone scadente al 30 giugno p.v) del valore nominale di lire italiane 1.000.000.000 (un miliardo)’ [59].

Ma cosa ottenne lo Stato italiano dalla chiesa cattolica romana in cambio di tutti i favori e privilegi concessigli (si tenga presente che non li ho citati tutti)? Questi, che troviamo negli art. 12, 19, 20, 21 e 43 del Concordato. L’art. 12 afferma: ‘Nelle Domeniche e nelle feste di precetto, nelle Chiese in cui officia un Capitolo, il celebrante la Messa Conventuale canterà, secondo le norme della sacra liturgia, una preghiera per la prosperità del Re d’Italia e dello Stato italiano’; l’art. 19 che ‘prima di procedere alla nomina di un Arcivescovo o di un Vescovo diocesano o di un coadiutore cum jure successionis, la Santa Sede comunicherà il nome della persona prescelta al Governo italiano per assicurarsi che il medesimo non abbia ragioni di carattere politico da sollevare contro la nomina. Le pratiche relative si svolgeranno con la maggiore possibile sollecitudine e con ogni riservatezza, in modo che sia mantenuto il segreto sulla persona prescelta, finché non avvenga la nomina della medesima’; l’art. 20 dice: ‘I vescovi, prima di prendere possesso della loro diocesi, prestano nelle mani del Capo dello Stato un giuramento di fedeltà…’; l’art. 21 dice: ‘Le nomine degl’investiti dei benefici parrocchiali sono dall’autorità ecclesiastica competente comunicate riservatamente al Governo italiano e non possono avere corso prima che siano passati trenta giorni dalla comunicazione. In questo termine, il Governo italiano, ove gravi ragioni si oppongano alla nomina, può manifestarle riservatamente all’autorità ecclesiastica, la quale, permanendo il dissenso, deferirà il caso alla Santa Sede’; l’art. 43 infine afferma: ‘Lo Stato italiano riconosce le organizzazioni dipendenti dall’Azione Cattolica Italiana, in quanto esse, siccome la Santa Sede ha disposto, svolgano la loro attività al di fuori di ogni partito politico e sotto l’immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa per la diffusione e l’attuazione dei principi cattolici. La Santa Sede prende occasione della stipulazione del presente Concordato per rinnovare a tutti gli ecclesiastici e religiosi d’Italia il divieto di iscriversi e militare in qualsiasi partito politico’ [60].

Pio XI espresse la sua soddisfazione per il Concordato il 13 febbraio 1929 parlando ai professori e agli allievi dell’Università cattolica del Sacro Cuore in questi termini: ‘E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale… E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e abili assecondamenti, siamo riusciti ‘per medium profundum’ a concludere un Concordato, che se non è il migliore di quanti ce ne possano essere, è certo tra i migliori’ [61].

Il 18 febbraio del 1984 la ‘Santa Sede’ e la Repubblica Italiana hanno firmato un Nuovo Concordato che ha apportato delle modifiche al Concordato Lateranense. La prima differenza che si nota in questo nuovo Concordato è che a differenza del precedente questo non porta in testa la dicitura ‘In nome della Santissima Trinità’. Un altra differenza la si nota nel primo punto del protocollo addizionale secondo cui ‘si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano’ [62]. Per cui uno è ‘libero’ (quantunque lo Stato italiano continuerà ad assicurare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado) a scuola di avvalersi o meno dell’insegnamento cattolico. L’art. 9 afferma infatti che ‘nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento’ [63].

Per quanto riguarda le facilitazioni fiscali si legge nell’art. 7 che ‘agli effetti tributari gli enti ecclesiastici aventi fine di religione o di culto, come pure le attività dirette a tali scopi, sono equiparati a quelli aventi fine di beneficenza o di istruzione’ (n.3), ma anche che ‘le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario previsto per le medesime’ (n.3) [64].

Anche a proposito del matrimonio in questo nuovo Concordato si nota qualche differenza infatti l’art. 8 dopo avere affermato che ‘sono riconosciuti gli effetti civili ai matrimoni contratti secondo le norme del diritto canonico, a condizione che l’atto relativo sia trascritto nei registri dello stato civile, previe pubblicazioni nella casa comunale’ afferma: ‘La Santa Sede prende atto che la trascrizione non potrà aver luogo: a) quando gli sposi non rispondano ai requisiti della legge civile circa l’età richiesta per la celebrazione; b) quando sussiste fra gli sposi un impedimento che la legge civile considera inderogabile’. Quanto poi alle sentenze di nullità pronunciate dai tribunali ecclesiastici esse sono equiparate a sentenze straniere, quindi viene introdotto l’istituto della deliberazione.

 Come reagisce il papato quando un governo di una nazione si mette contro la chiesa cattolica romana togliendogli i suoi privilegi

Lo Stato ‘Città del Vaticano’ è uno Stato anomalo perché oltre ad essere uno Stato è anche una organizzazione religiosa che possiede centinaia di milioni di membri in tutto il mondo che quantunque non possono definirsi cittadini dello Stato ‘Città del Vaticano’, perché sono cittadini di un altro Stato, hanno come loro capo chi governa questo minuscolo Stato presente sulla penisola italiana per cui si trovano a dover ubbidire a due capi di Stato, quello della loro nazione di cui sono effettivamente cittadini e dove abitano e quello dello Stato del Vaticano qui a Roma perché egli si ritiene anche il capo visibile della chiesa di cui loro fanno parte e fuori dalla quale – secondo loro – non c’è salvezza. Naturalmente nel caso il capo dello Stato di cui loro fanno parte va contro gli interessi della chiesa cattolica romana essi sono tenuti a disubbidire al capo della loro nazione e opporglisi con la forza per ubbidire al loro sommo pontefice che per loro è il vicario di Cristo sulla terra non importa quello che egli dice pena la scomunica che comprometterebbe il loro destino eterno. Leone XIII (1878-1903) lo ha detto chiaramente nell’enciclica Sapientiae Christianae quello che devono fare i cittadini cattolici in questo caso: ‘Se le leggi dello Stato apertamente dissuonino dal diritto divino, se impongano offese alla Chiesa o contrarino i doveri religiosi o manomettano l’autorità di Gesù Cristo nel suo Vicario, allora è dovere il resistere e colpa l’ubbidire..’ (quel ‘resistere’ significa insorgere contro l’autorità civile). Ecco perché molti capi di Stato cercano di conciliarsi il favore del papa di Roma perché sanno che avendo il suo favore avranno i loro cittadini di religione cattolica dalla loro parte. Ed ecco perché sempre il papa riesce ad influenzare politicamente molte nazioni della terra perché sa di avere sotto di sé tante e tante persone, che sono persuase che la loro salvezza eterna dipende da lui e che per non andare all’inferno quindi sono pronti ad ubbidirgli in tutto e per tutto, per cui egli si fa forte perché sa di averle dalla sua parte o meglio in pugno. Facciamo un esempio esplicativo. Mettiamo caso che il Governo italiano un giorno emanasse una legge che ordina di distruggere tutte le cosiddette statue e immagini sacre presenti sul territorio italiano perché ritiene che esse siano degli idoli e di sopprimere i pellegrinaggi che si fanno qui in Italia e le processioni del Corpus domini e di pregare Maria, e di togliere alla chiesa papista tutti i suoi privilegi (tra cui ricordiamo c’è la esenzione da tasse e tributi di svariato genere), ecc. Che cosa avverrebbe? Che ciò farebbe infuriare il papa che lancerebbe subito una scomunica sia contro il Governo italiano che contro tutti coloro che ardiranno distruggere le statue e le immagini ed ubbidire agli altri ordini governativi. E siccome che il Governo italiano sarebbe considerato eretico e apostata per avere preso queste decisioni i cittadini italiani cattolici non sarebbero più tenuti ad ubbidirgli (magari anche non pagando le tasse) per non essere considerati anche loro eretici ed apostati. Succederebbe pure che molti zelanti Cattolici (incitati e aiutati come sempre succede in questi casi dai Gesuiti) si rivolterebbero pure contro il governo fomentando tumulti di ogni genere, e, come sempre è avvenuto in questi casi, molti rimarrebbero feriti ed uccisi. E perché tutto questo? Per paura di incorrere nella scomunica del papa che li priverebbe del paradiso, a loro dire. Ma c’è di più, potrebbe pure succedere che il papa chiami l’esercito di una nazione sua amica sul territorio italiano al fine di difendere le sue statue e le sue immagini e permettere i pellegrinaggi e le processioni e che si continui a dire l’Ave Maria, e per ripristinare la ‘libertà cristiana’ in questa nazione (il che significa per fare ritornare la chiesa cattolica in possesso di tutti i suoi privilegi affinché possa continuare a svolgere tranquillamente la sua missione) in altre parole per impedire che gli ordini governativi surriferiti non siano messi in pratica, e così lo Stato italiano si troverebbe invaso da un esercito straniero e costretto a difendersi con la forza per cui molti cadrebbero morti. Ricordatevi infatti che il papa è a capo di uno Stato e come capo di Stato può pure chiamare in suo aiuto una nazione straniera quando sono in gioco i suoi interessi economici e temporali in Italia o in qualche altra nazione. Succederebbe insomma quello che è già successo nel passato; niente di nuovo. Forse alcuni, sentendoci parlare in questa maniera, diranno che simili cose non possono più succedere nel nostro secolo. Ma costoro si sbagliano grandemente e per dimostrarlo citerò due casi avvenuti in questo ventesimo secolo in cui la chiesa cattolica romana quando il governo di una nazione gli si è messo contro compromettendo i suoi grandi interessi gli si è lanciato contro fomentando tra il popolo la rivoluzione contro il governo a suo dire ribelle. I casi sono quelli della Spagna e dell’Argentina, due paesi dove la chiesa cattolica ha goduto e gode tuttora di molti privilegi.

Il 14 Aprile 1931 gli spagnoli proclamarono la Repubblica. La nuova costituzione decretò la completa separazione fra chiesa e Stato. Tra i provvedimenti contro la chiesa cattolica ci furono i seguenti: fu proibito l’insegnamento agli ordini religiosi perché lo Stato acquisì il monopolio sull’educazione, lo Stato smise di pagare gli stipendi ai parroci col denaro pubblico e di mantenere a sue spese l’apparato della chiesa, fu sciolta la Compagnia di Gesù ed i suoi beni furono confiscati. In altre parole la Repubblica spagnola non fu disposta a riconoscere ‘la libertà della Chiesa’ come la riconosceva il governo di Mussolini in Italia. Tali provvedimenti costituirono un grande attacco agli enormi interessi della chiesa cattolica allora molto potente, ricca e piena di privilegi sul territorio spagnolo. I Gesuiti avevano infatti il controllo della pubblica istruzione, un terzo delle terre apparteneva alle congregazioni religiose e la chiesa aveva ingentissime somme di denaro investiti nelle banche, nelle industrie, negli affari. Il 16 febbraio 1936 il Fronte Popolare dei repubblicani vinse le elezioni alle Cortes (prima delle elezioni, Gomà, il cardinale primate della Spagna, aveva ordinato ai Cattolici di votare contro le forze repubblicane). Le gerarchie ecclesiastiche allora, con in testa i Gesuiti, sostennero che i Cattolici avevano il diritto di insorgere contro il governo della repubblica spagnola. Il 17 luglio 1936 scoppiò la rivolta militare contro la Repubblica spagnola; questa rivolta fu guidata dal generale Franco, fu preparata dalle gerarchie ecclesiastiche, e sostenuta da Hitler e Mussolini con armi e uomini (in America nel mentre la stampa cattolica presentava il conflitto in atto in Spagna come una guerra santa per la salvezza del cristianesimo, e la chiesa cattolica ebbe un ruolo decisivo nell’impedire che fosse tolto l’embargo per le armi per la Spagna, armi che molti ritengono avrebbero permesso alle forze repubblicane di vincere il conflitto). La rivolta, che portò allo sterminio da parte dei fascisti capeggiati da Franco di decine di migliaia di persone, ebbe il sostegno dei cardinali e dei vescovi e ricevette la benedizione e l’approvazione papale che pensava in questa maniera di potere riprendere il suo dominio in Spagna. Le forze armate capeggiate da Franco (che includevano tedeschi e italiani al loro interno) ebbero la meglio sui repubblicani e così la chiesa cattolica poté ritornare a farla da padrona in Spagna. Sul quaderno di Civiltà Cattolica del 28 Maggio 1938, la rivista riportò, dal Bollettino ufficiale dello Stato spagnolo, la motivazione con la quale il governo nazionale aveva ridato la personalità giuridica alla Compagnia di Gesù, restituendole i beni confiscati dai repubblicani: ‘Nel presente glorioso risveglio della tradizione Spagnuola, è parte principale la restaurazione della Compagnia di Gesù in Ispagna, nella pienezza della sua personalità, e questo per varie ragioni. In primo luogo, per riparare debitamente l’ingiustizia consumata contro di essa. In secondo luogo, siccome lo Stato spagnolo riconosce ed afferma l’esistenza della Chiesa cattolica quale società perfetta, con la pienezza dei suoi diritti, così deve anche riconoscere la personalità giuridica agli Ordini religiosi canonicamente approvati, com’è la Compagnia di Gesù fin da Paolo III, e posteriormente da Pio VII e dai suoi successori. In terzo luogo, per essere la Compagnia di Gesù un Ordine eminentemente spagnolo, e di grande significato universale, che fa atto di presenza all’apice dell’Impero spagnolo, partecipando intensamente a tutte le sue vicissitudini, di modo che, con felice coincidenza, vanno sempre congiunte nella storia le persecuzioni contro di essa e il processo di sviluppo dell’anti-Spagna. Finalmente, per l’enorme suo apporto culturale, che tanto ha contribuito all’ingrandimento della nostra Patria e all’aumento del tesoro scientifico dell’umanità; per il che Menendes y Pelayo qualificò la persecuzione contro di essa un colpo mortale per la cultura spagnuola e un attentato brutale e oscurantista contro la scienza e le lettere umane’. Il 19 Maggio 1939 Franco fece il suo ingresso trionfale in Madrid. Pio XII il giorno della vittoria gli mandò questo messaggio: ‘Innalzando il nostro cuore a Dio, ringraziamo Lui e Vostra Eccellenza per l’auspicata vittoria della Spagna cattolica e preghiamo perché questo nostro diletto paese, trovata la pace, rinnovi energicamente la sua antica tradizione cristiana che lo fece così grande. Con tali sentimenti inviamo a V. E. e a tutto il popolo spagnolo la nostra apostolica benedizione…’. Il regime di Franco si sdebitò verso la casta ecclesiastica cattolica; le restituì e perfino aumentò i suoi possedimenti, introdusse speciali tasse a favore dei fondi ecclesiastici ed assunse a carico del bilancio dello Stato il mantenimento della chiesa e del clero, e la religione cattolica venne proclamata unica religione di Stato.

Dalla Spagna spostiamoci in Argentina al tempo in cui governava il generale Peròn. L’Argentina è sempre stato un paese cattolico, tanto che secondo la costituzione del 1853 il Presidente e il vice Presidente della Repubblica dovevano appartenere ‘alla comunione cattolica apostolica romana’. Il generale Peròn fu eletto Presidente della Repubblica Argentina nel 1946 e questa sua elezione ebbe il benevolo assenso della chiesa cattolica romana. Salito al potere Peròn favorì la chiesa cattolica romana aumentando le congrue del clero e introducendo nuovamente l’istruzione religiosa nelle scuole. Egli stesso si dimostrava essere un Cattolico convinto perché invocava con appropriate cerimonie Maria e i Santi a speciali protettori di singole istituzioni; tanto lui che sua moglie Evita assistevano a funzioni religiose e si comunicavano in pubblico. Il 15 novembre 1953 in ginocchio sulla Plaza de Mayo aveva persino indirizzato una speciale preghiera a Maria. Tutto lasciava quindi presagire che la chiesa cattolica sotto il suo regime avrebbe goduto del favore del governo. Ma verso la fine del 1954 le cose presero una brutta piega per la chiesa cattolica romana [65]; il Congresso in pochi mesi approvò molte leggi contro di essa; soppressione dell’insegnamento religioso, dei sussidi governativi alle scuole private, legalizzazione del divorzio, abolizione dell’esenzione fiscale per i beni destinati al culto, soppressione dal calendario civile delle feste religiose dell’Epifania, del Corpus Domini, dell’Assunzione, d’Ognissanti, dell’Immacolata Concezione e la chiusura dei locali dell’Azione Cattolica. L’Osservatore Romano dichiarò tale politica oppressiva per il cattolicesimo. Al principio del 1955 più di cento religiosi erano stati privati della cattedra o esonerati come ispettori scolastici, e 200 scuole libere erano state chiuse. Invece degli insegnanti di religione apparvero nelle scuole elementari e medie dei ‘consiglieri spirituali’. Alla fine di giugno 125 religiosi e laici cattolici erano in carcere per attività sediziose. Fu poi approvato un disegno di legge che dichiarava tassabili i conventi, i luoghi di culto della chiesa cattolica e in genere le proprietà ecclesiastiche. Il 16 giugno il Vaticano scomunicò ‘tutti coloro che avevano calpestato i diritti della Chiesa’; anche se Peròn non era nominato si capì molto bene che il provvedimento era diretto a colpirlo direttamente (facciamo presente che la scomunica il Vaticano non la lanciò neppure contro Hitler quando invadeva le altre nazioni e faceva sterminare milioni di persone nei campi di concentramento). Contemporaneamente alla scomunica papale, a Buenos Aires scoppiò la rivolta che era stata preparata dal clero cattolico. Nel giugno del 1955 alcuni aerei militari bombardarono il Palazzo del Governo ed altri edifici pubblici; l’attacco fece circa trecento vittime fra la folla e oltre un migliaio di feriti; ma poche ore dopo l’insurrezione veniva soffocata. L’Osservatore Romano allora annunciò apertamente che il Vaticano non avrebbe desistito dalla sua offensiva se non dopo avere conquistato l’autorità secolare in Argentina: ‘Quando un capo si ribella contro Dio sottoscrive la propria condanna’ – minacciò l’organo di stampa vaticano. Dopo qualche mese di tregua la rivolta scoppiò di nuovo a metà di settembre del 1955. Qualche bomba cadde sulla Capitale Federale e si parlò di 350 vittime; allora lo scomunicato presidente Peròn decise di dimettersi e di lasciare l’Argentina per ‘salvare la nazione dal massacro’ che era iniziato per opera del clero cattolico.

Questi fatti avvenuti verso la metà di questo secolo mostrano dunque in maniera chiara come il papato non è cambiato per nulla; esso è ancora pronto a lanciare scomuniche e a fomentare rivoluzioni e violenze di ogni genere contro quei governi che decidono di ‘opprimere’ la chiesa cattolica romana nei loro paesi. Nessuno si illuda dunque sul reale carattere del papato; esso come nell’antichità è ancora una bestia feroce pronta a sbranare i suoi nemici. I sorrisi del papa dunque, le sue dolci parole, le sue strette di mano, i suoi incoraggiamenti a fare il bene, sono solo delle maschere sotto cui si nasconde un uomo che se vede che qualche capo di Stato ardisce mettersi a ‘perseguitare’ la sua chiesa è pronto a incoraggiare l’assassinio e la violenza pur di rimuovere il ‘persecutore’. Ma è anche pronto a tacere, a fare finta di niente, a non dire una parola, nel caso un dittatore, con cui egli si è alleato e favorisce la chiesa cattolica, si abbandoni a soprusi e violenze, e crimini di ogni genere contro Ebrei, Protestanti, ecc., e questo per non perdere la sua amicizia e quindi i suoi favori e privilegi. Le scomuniche lui le lancia solo contro chi intacca fortemente gli interessi della chiesa cattolica.

 Due sogni e una visione dati da Dio sul Giovanni Paolo II

Termino questa mia confutazione sul papato riferendovi quello che io e mio fratello abbiamo sognato e quello che una nostra sorella in Cristo ha visto in visione attorno a Giovanni Paolo II [66].

Alcuni anni fa in sogno io mi vidi di fronte a Wojtyla e gli dissi puntando il dito contro di lui: ‘Tu stai mandando all’inferno milioni di persone!’

Mio fratello ha sognato invece che si trovava sdraiato e Wojtyla arrabbiato lo percuoteva sul petto, e egli (mio fratello) gli ha detto: ‘La Chiesa non è tua ma di Dio’.

La sorella Maria invece (mentre aveva gli occhi aperti) lo ha visto in visione vestito di bianco con un collare nero al suo collo. Questa visione le fu concessa da Dio una sera pochi istanti dopo che io avevo riferito in presenza di lei e di mio fratello il sogno che avevo avuto sul papa anni prima e che ho riferito sopra.

Chi ha orecchi da udire oda.

 CONCLUSIONE

Abbiamo visto nella seconda parte di questo capitolo come è sorto questo piccolo Stato ‘Città del Vaticano’, che esercita un enorme potere politico sulla faccia della terra [67]. Per riassumere molto brevemente la storia del papato possiamo dire quanto segue. Si cominciò a dire che la Chiesa di Roma era stata fondata da Pietro e che lui vi aveva adempiuto un lungo episcopato, poi – facendo leva su delle parole di Gesù a Pietro – che Pietro era stato costituito principe degli apostoli e capo della Chiesa e che alla sua morte aveva lasciato il suo ufficio al vescovo di Roma, suo successore. Quando poi la Chiesa cominciò a ricevere onori e privilegi dall’Imperatore romano il vescovo di Roma, appoggiato dall’Imperatore, rafforzò notevolmente la sua posizione fino a diventare un autorità politica a capo di un regno terreno e a ritenersi il capo della Chiesa universale. Aggiungiamo a tutto ciò le frodi di ogni genere, gli inganni, gli intrighi dei vescovi di Roma e le alleanze con i principi e i re che si sono succeduti nel corso dei secoli, e le guerre sanguinose eccitate dai papi per salvaguardare i loro interessi ed estendere il loro potere ed ecco il papato di oggi. Troppo tempo ci sarebbe voluto per raccontare in maniera approfondita la lunga storia del papato; per questo ho voluto citare solo i fatti principali. Ma anche senza averla raccontata tutta sono persuaso che avete ben compreso come esso si fonda sull’arroganza, sulla menzogna e su soprusi e violenze di ogni genere perpetrati dai vescovi di Roma. E’ stato fondato sull’errore e costruito con il sangue, la violenza e la frode, e continua a sussistere mediante la sua arroganza e la sua malvagità. Ma viene il giorno che Dio gli farà ricadere sul suo capo tutta la violenza e la malvagità da esso perpetrata contro l’umanità in tutti i tempi. Sì perché il papato ha fatto del male sia materialmente che spiritualmente a tanta gente; di sangue ne ha versato e ne ha fatto versare tanto; di crudeltà di ogni genere ne ha perpetrate a non finire contro gli uomini; e di seduzioni pure. Dio ha visto e ascoltato tutto, Dio vede ed ascolta tutto; e lui a suo tempo farà giustizia di tutto il sangue dei martiri di Gesù che esso ha sparso e fatto spargere; lui farà giustizia di tutte le menzogne che esso ha predicato usandosi del suo santo nome.

Col papato non va fatta nessuna alleanza. L’unica cosa che vale la pena fare nei suoi confronti è smascherarlo, cioè dimostrare come esso non è parte integrante della Chiesa di Cristo, che non è – come invece vogliono fare credere i Cattolici – alla base della Chiesa, perché esso si oppone alla Chiesa di Dio, colonna e base della verità, nella stessa maniera in cui vi si oppone il regno del diavolo. Ma lo fa in una maniera particolare, con dei sofismi tutti particolari. Certamente il papato fa parte del regno del diavolo; ma purtroppo molti non se ne avvedono, perché sulla fronte porta la dicitura ‘santa chiesa cattolica apostolica romana’. Ma viene quel giorno in cui tutti, dal primo all’ultimo vedranno cosa è veramente il papato.

NOTE

 

 [1] Anteriormente al concilio Vaticano I molti Cattolici negavano l’infallibilità papale. Per esempio, negli Stati Uniti prima del Vaticano I era stato pubblicato il libro Controversial Catechism che recava l’Imprimatur dell’arcivescovo di New York, Hughes, in cui c’era la seguente domanda con la relativa risposta: ‘Domanda: i cattolici non devono credere che il papa è infallibile? Risposta: è un invenzione dei protestanti, e non un dogma della fede cattolica; nessuna sua decisione può essere vincolante sotto pena di eresia, a meno che non sia accolta ed applicata dal corpo dottrinale, cioè dai vescovi della Chiesa’. Questa domanda fu soppressa dal Catechism nell’edizione successiva. La ragione è evidente, dopo il Vaticano I l’infallibilità papale non era più un invenzione dei Protestanti ma un dogma cattolico da accettare per forza, sotto pena di scomunica. [ç]

[2] A proposito della votazione di questo dogma va detto che alla vigilia della votazione centocinquantacinque vescovi dell’opposizione lasciarono Roma in segno di protesta, dopo avere sottoscritto una dichiarazione in cui affermavano che, in segno di rispetto per il papa, preferivano astenersi dalla votazione pubblica anziché pronunziare dinanzi al papa il non placet. Alla votazione poi tra i 535 cosiddetti padri presenti 533 votarono a favore dell’approvazione del dogma mentre 2 (il cardinale americano Kenrick e quello italiano Guidi) dissero non placet. [ç]

[3] Le dichiarazioni fatte da un papa ex-cattedra, su cui in ambito cattolico c’è unanimità, sono rare. La definizione dell’immacolata concezione, fatta da Pio IX nel 1854, fu per esempio una di queste, un’altra fu quella dell’assunzione di Maria in cielo fatta da Pio XII nel 1950 con il relativa anatema contro chi la negherà. Ancora però non è stato stilato un elenco di tutte le dichiarazioni ex-cattedra fatte dai papi sino ad ora. Come anche non è stata invocata l’infallibilità su dichiarazioni che concernono il sacerdozio delle donne, l’aborto, ecc. Cosicché neppure i Cattolici sanno con certezza quali sono le dichiarazioni dei loro papi in cui devono credere perché infallibili. Ma d’altronde questo comportamento del papato è comprensibile; non gli conviene infatti fare una cosa che gli impedirebbe nel futuro di smentire qualcuna delle sue attuali prese di posizione e di introdurre altri dogmi. Si sa infatti che nella tradizione cattolica col passare del tempo entrano a fare parte nuove leggi e nuovi dogmi papali che vanno a smentire quelle di papi precedenti. In altre parole, il fatto che molto raramente si sente dire che il papa ha parlato ex-cattedra o che questa o quell’altra dichiarazione è stata fatta ex-cattedra sta a dimostrare che i papi stessi si rendono conto del pericolo che corrono nel parlare ex-cattedra. Giovanni XXIII (1958-1963) ebbe ad affermare un giorno: ‘Non sono infallibile. Sarei infallibile soltanto se parlassi ex cattedra, cosa che non intendo fare’. Questa sua affermazione che sembra una battuta in realtà fa capire il perché i papi non ricorrono con frequenza a parlare ex cattedra. [ç]

[4] Egli ha il suo personale confessore, ma particolarità della sua confessione è che il confessore alla fine riceve la benedizione dal papa. ‘Si sa che ordinariamente al Venerdì verso sera il confessore del Papa si reca al Vaticano per ascoltarne la confessione come quella di ogni fedele. Unica differenza è che, dopo la confessione, il confessore riceve la benedizione del Papa’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 209). [ç]

[5] Liberio era stato mandato in esilio dall’imperatore Costanzo perché si era opposto alla deposizione di Atanasio, egli sosteneva infatti assieme ad Atanasio la identica natura tra il Padre e il Figlio (Ario invece sosteneva che il Figliuolo era stato creato e perciò non era della stessa sostanza e natura del Padre). Ma mentre era in esilio scrisse delle lettere in cui aderiva alla dottrina di Ario e scomunicava Atanasio, al fine di cattivarsi l’amicizia dell’imperatore e poter tornare così in Roma. Girolamo scrisse: ‘Liberio vinto dal tedio dell’esilio, sottoscrivendo alla pravità eretica, entrò vittorioso a Roma’. Anche Ilario e Atanasio rimproverarono a Liberio la sottoscrizione dell’eresia ariana. [ç]

[6] Il termine ortodosso deriva dalle parole greche orthos che significa ‘corretto’ o ‘diritto’, e doxa che significa ‘opinione’ o ‘onore’ e viene usato per definire chi insegna la retta dottrina. Quando però questo termine è usato in riferimento agli Ortodossi greci bisogna dire che è usato impropriamente perché la chiesa ortodossa greca-bizantina, di cui dicono fanno parte, non possiede una dottrina retta. [ç]

[7] Per questa ragione questo papa definì eretici i Francescani e i funzionari civili furono obbligati a mandarli al rogo sotto pena di essere trattati essi stessi quali eretici. [ç]

[8] Affermazione quest’ultima che si scontra con questa presente nel decreto Graziano: ‘Nessuno può giudicare i peccati del papa, perché lui può giudicare gli uomini, ma non essere giudicato da alcuno, a meno che sia trovato colpevole d’eresia’ (Decretum Gratiani, Divis. 1 Dist. XI c. 6), e con quello che hanno detto altri teologi papisti del passato. Pietro D’Ailly (m. 1420) per esempio affermò esplicitamente che il papa può errare in materia di fede, come fece Pietro quando Paolo gli resistette in faccia; e Gersone (m. 1429) disse che il papa può errare, come Pietro. [ç]

[9] La prima canonizzazione, di cui esiste ancora il documento pontificio, è quella di Udalrico, vescovo di Augusta, eseguita da Giovanni XV nel 993 durante il Sinodo celebrato al Laterano. Secondo l’Enciclopedia Cattolica il merito di avere indirizzata la procedura canonica della canonizzazione a quella austerità e sicurezza che vige ancora spetta a Urbano VIII (1623-1644) il quale fece pubblicare in un volumetto tutti i decreti e i successivi schiarimenti emanati durante il suo lungo governo in materia di canonizzazione, che porta il titolo Urbani VIII Pont. O. M. Decreta servanda in canonizatione et beatificatione sanctorum. [ç]

[10] A proposito della cerimonia dell’incoronazione va detto che anticamente era circondata da uno sfarzo straordinario. Con Giovanni Paolo I (1978) però è scomparso una parte dello sfarzo che la caratterizzava. Sono stati infatti banditi alcuni sfarzi: niente triregno, niente sedia gestatoria, niente guardie nobili. Solo l’altare bianco dove viene celebrata una messa per la sua consacrazione; poi la ‘professione di ubbidienza’ dei cardinali che sfilano davanti a lui, col bacio dell’anello e l’abbraccio. Giovanni Paolo II si è adeguato alle innovazioni del suo predecessore. [ç]

[11] Ecco alcuni esempi; dalla morte di Giovanni XXI (1276-1277) all’elezione di Nicolò III (1277-1280) la sede fu vacante per sei mesi; dalla morte di Nicolò IV (1288-1292) all’elezione di Celestino V (1294) la sede fu vacante per ventisette mesi; dalla morte di Clemente V (1305-1314) all’elezione di Giovanni XXII (1316-1334) la sede fu vacante per circa due anni. [ç]

[12] Badate che con questo non si vuole dire che il papato non sia sorto per volere di Dio perché essendo uno Stato come tanti altri è Dio che lo ha fatto sorgere: su questo non c’è il minimo dubbio. Ma vogliamo solo dire che il papato non è la Chiesa che Dio ha edificato sul fondamento degli apostoli e dei profeti essendo lui stesso la pietra angolare, e quindi non ha nessun diritto di dire che le sue origini risalgono a Cristo quando egli disse a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…”. Quindi noi non neghiamo che esso sia uno Stato, ma neghiamo nella maniera più categorica che esso sia il risultato naturale, spontaneo e giusto delle suddette parole del Signore a Simon Pietro. Il papato non ha nulla a che fare con il Vangelo, come la zizzania non ha nulla a che fare con il grano. [ç]

[13] A Vittore si oppose pure Ireneo, vescovo di Lione. Bisogna dire però che lo stesso Ireneo con alcune sue parole ha contribuito alla nascita del primato del vescovo di Roma su tutta la Chiesa, infatti egli disse: ‘Ma poiché sarebbe troppo a lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la tradizione ricevuta dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d’accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte – essa nella quale per tutti gli uomini sempre è stata conservata la tradizione che viene dagli Apostoli’ (Ireneo, Contro le eresie, Milano 1981, Libro III, pag. 218). Nonostante questa opposizione ricevuta da Vittore, i teologi cattolici persistono nell’affermare l’origine divina del primato del vescovo di Roma. Uno scrittore ha detto per esempio che la supremazia del vescovo di Roma in quel tempo era ‘sentita ma non definita’, un altro dice che ‘Roma fin dalla fine del II secolo si dimostra cosciente d’una missione ch’essa adempie con una dirittura ed una fermezza di procedimento davvero sorprendenti!’. Ciance, solo ciance. [ç]

[14] Anche nel caso di Cipriano però, come in quello di Ireneo, va detto che benché in questa occasione si oppose al vescovo di Roma, con delle sue parole egli contribuì a far sorgere il primato del vescovo di Roma su tutta la Chiesa. Perché egli sosteneva che tra tutte le chiese quella di Roma avesse una qualche superiorità su tutte le altre. Per esempio a Cornelio, parlando degli scismatici cartaginesi, scrisse: ‘Dopo tutto questo, creatisi addirittura uno pseudovescovo, osano imbarcarsi e portare alla cattedra di Pietro e alla Chiesa principale, da cui è sorta l’unità sacerdotale, delle lettere da parte di scismatici e profani’ (Lettera 59, 14). In altri passi comunque Cipriano sembra escludere che per lui il vescovo di Roma avesse un primato di giurisdizione sulla Chiesa universale infatti dice: ‘Noi non facciamo violenza ad alcuno, né stabiliamo una legge, dal momento che nel governo della Chiesa ogni vescovo è padrone delle proprie decisioni, pronto a rendere conto delle proprie azioni al Signore (Lettera 72, 3) ed ancora ‘Ogni vescovo è libero di esercitare il suo potere come meglio crede, e non può essere giudicato da un altro, né giudicare egli stesso un altro..’.

Anche Firmiliano, vescovo di Cesarea di Cappadocia (dal 230 a dopo il 268), si oppose a Stefano perché non riteneva valido il battesimo degli eretici. In una sua lettera a Cipriano scrisse parole dure contro Stefano, come per esempio: ‘Come Giuda: il perfido tradimento consumato empiamente contro il Salvatore non può permettergli di presentarsi – neppure apparentemente – come promotore dei frutti copiosi maturati dalla passione del Signore, dalla quale ha origine la liberazione del mondo e dei popoli. Ma sorvoliamo, intanto, sul contegno di Stefano, per evitare il pericolo, che mentre indugiamo nel ricordo della sua temerarietà ed insolenza, troppo a lungo perduri in noi la mestizia causata dal suo sconveniente modo d’agire (…) E’ quanto, invece, ha ora osato consumare Stefano con l’iniziativa di rompere con voi la pace, che sempre, con amore e rispetto vicendevoli, i suoi predecessori hanno salvaguardato nei nostri riguardi. Peggio: ha denigrato i beati apostoli Pietro e Paolo, come se a trasmettergli quelle norme fossero stati essi, che al contrario nelle loro lettere aborriscono gli eretici e ci danno ammonizioni, perché ce ne teniamo lontani. Se ne può trarre l’evidente conclusione che è tradizione d’origine umana quella che favorisce gli eretici, sostenendo a forza che essi posseggono il battesimo, che non può appartenere invece – e in modo del tutto esclusivo – che alla Chiesa (…) A questo punto, doveroso sdegno mi coglie di fronte all’evidente e tangibile follia di Stefano, soprattutto perché – mentre va tronfio della preminenza della sua sede episcopale e rivendica il possesso della successione di Pietro, sul quale poggiano le fondamenta della Chiesa – non si perita d’intromettere una gran quantità di altre pietre e di gettare così, di fresco, il basamento di altre chiese, con il corredare del sostegno della sua autorità l’esistenza d’un battesimo presso gli eretici (..) Stefano che pure si vanta d’occupare per diritto di successione la cattedra di Pietro, non è affatto stimolato da zelo nella sua azione di fronte agli eretici…’ (Cipriano, Le lettere, Ventimiglia 1979, pag. 494, 498-499, 510). [ç]

[15] Gli Gnostici (da non confondere con gli agnostici che sono quelli che dicono che Dio non si può conoscere) che prendevano il nome dalla parola greca gnosis che significa ‘conoscenza’ erano suddivisi in diversi gruppi e raggiunsero la loro massima diffusione verso la metà del secondo secolo. Per loro la materia si identificava con il male e lo spirito con il bene, per cui Dio non poteva essere il creatore di questo mondo materiale. Il creatore del mondo materiale non era per essi l’Iddio buono di cui parla il Nuovo Testamento ma l’Iddio dell’Antico Testamento, che essi chiamavano demiurgo e detestavano, e che per loro era una emanazione dell’alto dio dello gnosticismo (in altre parole per loro l’Iddio del Nuovo Testamento era un Dio totalmente diverso da quello dell’Antico). Per quanto riguarda Cristo essi affermavano che dato che la materia era il male e lui era assoluto bene spirituale egli non poteva rivestire un corpo umano; egli non poteva unirsi alla materia. Per loro quindi il Cristo entrò nel corpo di Gesù solo per il periodo che intercorse tra il suo battesimo e l’inizio della sua sofferenza sulla croce, lasciando morire sulla croce l’uomo Gesù. In altre parole per loro Gesù non era il Cristo. Per loro poi questo cristo che dimorò in Gesù per un po’ di tempo avrebbe insegnato una speciale gnosi o conoscenza che avrebbe aiutato l’uomo a salvarsi mediante un processo intellettuale. Tra gli Gnostici a Roma si diffusero molto i seguaci di un certo Marcione, natio del Ponto. [ç]

[16] Uno scrittore cattolico a proposito di questa lettera arriva a dire: ‘E’ il primo testo che in pratica affermi la superiorità del vescovo di Roma su tutte le Chiese sparse nel mondo’. [ç]

[17] A questo passo poi furono aggiunti anche quello che dice: “Quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli” (Luca 22:32) e quello che dice: “Pasci le mie pecore” (Giov. 21:17). [ç]

[18] I Cristiani vennero perseguitati sotto Nerone (54-68) il quale accusò i Cristiani di Roma di avere causato l’incendio che poi distrusse parte della città e servendosi di questo motivo ne fece morire parecchi, tra cui alcuni bruciandoli vivi. La tradizione dice che fu sotto il suo regno che morirono martiri in Roma sia l’apostolo Paolo che l’apostolo Pietro. Ci furono persecuzioni contro i Cristiani anche sotto Domiziano (81-96): sotto il suo impero la tradizione dice che Giovanni fu esiliato sull’isola di Patmo (dove scrisse il libro dell’Apocalisse). Sotto Settimio Severo (193-211); sotto Massimino (235-238); sotto Decio (249-251) che ordinò ai Cristiani di sacrificare agli dèi e molti avendo rifiutato di ubbidire furono messi a morte; sotto Valeriano (253-260); sotto Diocleziano (284-305) che vietò ai Cristiani di riunirsi e ordinò la distruzione dei loro luoghi di culto e degli Scritti sacri, ordinò la deposizione e l’arresto dei vescovi che persistevano a testimoniare del Vangelo. I Cristiani vennero puniti con la perdita delle proprietà, con l’esilio, la prigione, con l’esecuzione per mezzo della spada o delle fiere, e con i lavori forzati. [ç]

[19] Fu lui – secondo quanto ci viene detto -, per esaudire i desideri del vescovo di Roma Silvestro I, a costruire (sopra la tomba dell’apostolo Pietro, dicono) l’antichissima basilica di San Pietro qui a Roma, basilica che poi nel corso del tempo sarebbe stata abbellita da re e papi e ricostruita a partire dal sedicesimo secolo per opera di Giulio II, ricostruzione che fu terminata nella sua interezza verso la fine del diciottesimo secolo. La Fabbrica nel suo complesso era costata fino ad allora la somma di circa 46.800.000 scudi. Altre basiliche fatte costruire dall’imperatore qui a Roma sono queste: la basilica di S. Paolo che sarebbe stata fatta costruire da Costantino dietro richiesta di Silvestro I; quella di S. Croce in Gerusalemme dietro quella di sua madre (in questa basilica sua madre avrebbe riposto un pezzo della vera croce di Cristo da lei stessa ritrovata in terra santa); e quella Lateranense a cui regalò statue d’oro e d’argento, candelabri e vasellame di ogni tipo. [ç]

[20] Viene detto da molti che Costantino diventò un cristiano. Le sue opere però non confermano questo. Sappiamo infatti che fece uccidere sua moglie, un suo figlio, e fece costruire magnifici templi pagani in Costantinopoli, mantenne il titolo di Pontifex Maximus (Pontefice Massimo) della religione romana e non smise di offrire il culto al dio sole. [ç]

[21] Costantino diede al vescovo di Roma anche il palazzo del Laterano, proprietà personale dell’imperatrice Fausta; questo palazzo sarà la dimora dei papi per tutto il Medio Evo. [ç]

[22] Anche sotto altri imperatori i Donatisti furono perseguitati. Successe allora che venne a formarsi una classe di gente che simpatizzava con i Donatisti i quali furono chiamati circumcellions perché vaganti attorno alle capanne dei contadini. Costoro si diedero a vendicarsi di tutti coloro che attaccavano i Donatisti e molti caddero loro vittime. I Donatisti più moderati rifiutarono di allearsi con loro e di approvare le loro inique opere; ma altri cercarono il loro aiuto. [ç]

[23] Ario sosteneva che Dio non fu sempre Padre perché il Figlio non sempre fu. In altre parole egli negava che Gesù fosse Dio nella stessa maniera in cui lo era il Padre suo. Il concilio di Nicea oltre che a condannare l’eresia ariana decise che d’ora innanzi la Pasqua doveva essere celebrata nella stessa data da tutta la Chiesa; gli Orientali dovettero accettare così la posizione dei Romani. [ç]

[24] L’ingerenza negli affari civili della città e nelle vicende politiche da parte del vescovo di Roma farà esclamare in seguito a Gregorio Magno: ‘Chi è quivi pastore spirituale, è talmente caricato di cure per cose esterne, che non si sa spesso, se egli copra l’ufficio d’un pastore spirituale ovvero quello d’un Grande della terra’. [ç]

[25] E’ chiaro che non si può dire che tutti i credenti di allora si mostrarono d’accordo con coloro che permisero all’imperatore di immischiarsi nelle cose spirituali, come anche non tutti furono d’accordo che la Chiesa si servisse dell’autorità civile per convertire gli increduli e gli eretici. E questo lo diciamo perché sappiamo che Dio ha avuto sempre un residuo di uomini e donne anche nei tempi più tenebrosi che si è mantenuto attaccato alla sua Parola. Un po’ come oggi insomma; molte chiese si sono alleate con lo Stato, ma non tutti i credenti sono d’accordo con coloro che hanno contratto questa alleanza. [ç]

[26] Atanasio subì durante la sua vita ben cinque esili a motivo della sua posizione antiariana e questo perché quando in quegli anni saliva al potere un imperatore che si mostrava a favore della dottrina di Ario costui faceva sì che quei vescovi che si opponevano ad Ario fossero esiliati. Dimostrazione questa che quando l’autorità temporale viene fatta entrare nella Chiesa e gli si permette di dettare legge in materia di dottrina (o in altre parole quando la Chiesa si allea con lo Stato), può costringere la maggioranza in una maniera o nell’altra (in cambio di favori) ad accettare anche delle eresie perché ha la forza materiale di farlo e punire coloro che non si vorranno sottomettere ad essa. [ç]

[27] Per antipapa i teologi papisti intendono chiunque abbia assunto il nome di pontefice e abbia esercitato o preteso di esercitare le funzioni senza fondamento canonico. L’antipapa può essere dunque sia un papa eletto in maniera non canonica, dopo la morte o la deposizione di un pontefice regolare, sia un concorrente designato in condizioni dubbie a fronte di un papa regolarmente eletto, o ancora un intruso che con la forza si sia imposto durante il pontificato. Ora, Felice, che era anche lui ariano, è considerato un antipapa ma ciò non può corrispondere a verità perché la sua elezione era stata regolare. E’ chiara la ragione; bisognava scegliere chi mettere tra i due nella lista dei legittimi papi perché tutti e due non ci potevano stare avendo ricoperto l’ufficio di vescovo di quella città nello stesso tempo, e si è finiti con lo scegliere il vecchio ed escludere il nuovo. C’è poi chi afferma, per giustificare gli avvenimenti, che Felice faceva il vicario di Liberio in sua assenza. Ma anche questo non è vero perché Felice fu dall’imperatore, dal clero e dal popolo eletto veramente vescovo di Roma. [ç]

[28] Setta che prese il nome da un certo Mani o Manicheo (216 ca. – 267) proveniente dalla Mesopotamia. Secondo costoro l’anima teneva l’uomo legato al regno della luce, ma il suo corpo lo teneva schiavo del regno delle tenebre. La salvezza avveniva con la liberazione della luce esistente nella sua anima dalla schiavitù nei confronti della materia del corpo. Questa liberazione poteva essere raggiunta per mezzo dell’esposizione alla luce, Cristo. Tra i Manichei c’era una casta sacerdotale chiamati i perfetti che vivevano una vita ascetica ed eseguivano alcuni riti essenziali per l’emanazione della luce. Gli uditori o ascoltatori divenivano partecipi della santità di questo gruppo eletto provvedendo ai loro bisogni materiali, partecipando così anche alla salvezza. Nella setta veniva esaltata la superiorità del celibato. [ç]

[29] Si tenga presente che due anni prima, vale a dire nel 449, c’era stato un altro concilio convocato ad Efeso dall’imperatore Teodosio II il quale simpatizzava per Eutiche; questo concilio, in cui ci furono scene di violenza, approvò l’eresia di Eutiche. Fu definito il ‘brigantaggio di Efeso’. A questo concilio parteciparono pure i legati del vescovo di Roma che furono minacciati; esso è un esempio che mostra in maniera palese per l’ennesima volta come le decisioni dei concili erano influenzate dagli imperatori. [ç]

[30] In un libro di storia della Chiesa scritto da parte cattolica a proposito di questa decisione presa a Calcedonia si legge: ‘Il concilio di Calcedonia non intendeva negare il primato del papa, ma riteneva che questo primato della sede apostolica fosse fondato sulla funzione politica di Roma capitale; in ciò stava l’errore. I papi fecero sempre poggiare il principio del loro primato sulla venuta di san Pietro a Roma e sulla loro dignità di successori di Pietro’. Questo fa capire che la curia romana per sostenere il primato spirituale del papa si basa principalmente sulla venuta di Pietro a Roma e sulla cosiddetta successione apostolica secondo cui Pietro avrebbe lasciato ad un successore la sua presunta autorità spirituale su tutta la Chiesa che avrebbe ricevuto da Cristo. Essa non accetta che si dica che il primato del vescovo di Roma inizialmente era inesistente perché fu il risultato naturale di certe condizioni e certi avvenimenti storici che si verificarono nei primi secoli dopo Cristo, perché questo significherebbe negare ‘l’installazione divina’ del primato del papa. [ç]

[31] Noi sappiamo dalle Scritture che una delle maniere in cui Dio punisce i popoli è quella di chiamare gli eserciti stranieri contro di essi. Per cui siamo persuasi che fu Dio a chiamare i barbari contro l’impero Romano per abbatterlo; impero che non ci si deve mai dimenticare aveva durante i secoli devastato tante nazioni e città e massacrato tante persone, e che a differenti riprese aveva perseguitato i Cristiani a motivo della loro fede. “Come hai fatto, così ti sarà fatto” (Abdia 15) dice Dio. [ç]

[32] I Montanisti erano i seguaci di un certo Montano e comparvero in Frigia dal 135 circa al 160. Montano si reputava il paracleto o avvocato attraverso cui lo Spirito Santo parlava alla Chiesa. Egli sosteneva anche che il regno celeste di Cristo sarebbe stato presto stabilito a Pepuza in Frigia e lui vi avrebbe occupato un posto preminente. Alla morte di uno dei coniugi era vietato all’altro di passare a nuove nozze, si dovevano osservare molti digiuni e mangiare cibi secchi. Tertulliano (160 ca. – 220 ca.), considerato uno dei più grandi padri della Chiesa, aderì al montanismo. [ç]

[33] Il termine indicava gli scritti di Teodoro di Mopsuestia e Teodoreto di Ciro, e una lettera di Ibas di Edessa. Questo editto in realtà contrastava il concilio di Calcedonia che aveva riconosciuto ortodossi (di retta dottrina) sia Teodoreto che Ibas. [ç]

[34] Questo spiega il perché il patriarca di Costantinopoli non poté divenire il capo di uno Stato come il vescovo di Roma, perché l’imperatore lo teneva sotto diretto controllo. [ç]

[35] La parola iconoclasta significa letteralmente ‘spezzatore di icone o di immagini sacre, dipinte o scolpite, raffiguranti Gesù Cristo, Maria e i santi’. Sono chiamati iconoclasti coloro che riprovano il culto delle cosiddette immagini e statue sacre definendolo idolatria e distruggono le statue e le immagini. Costoro sono anche chiamati iconomachi o nemici delle immagini. [ç]

[36] A proposito di questo re va detto che poco tempo prima aveva ricevuto un ‘favore’ dal papa Zaccaria (741-752). Era successo infatti che il ‘maestro di palazzo’ Pipino stava in dubbio se potesse o no venire meno al giuramento di fedeltà fatto al suo re Childerico III, detronizzarlo e diventare lui stesso sovrano. Che fece allora? Nel 751 decise di affidare la questione ad un concilio e mandò a Roma un vescovo ed un abate per chiedere al papa, la cui autorità morale e religiosa era considerata incontestabile, se fosse possibile l’annullamento di un sacro giuramento fatto ad un re. Zaccaria, che in quei giorni aveva bisogno dell’aiuto dei Franchi contro i Longobardi che minacciavano Roma, rispose che Pipino fosse incoronato re; in altre parole dichiarò nullo un giuramento per assicurare al papato la protezione militare del re franco. E così Childerico III finì in un monastero e Pipino il Breve venne incoronato da un vescovo tra la fine del 751 e gli inizi del 752. Zaccaria aveva così concesso questo grande favore a Pipino. Ma Zaccaria non poté beneficiare del contraccambio del re franco perché morì subito dopo la sua incoronazione. [ç]

[37] E’ evidente che se di restituzione alla sede di Roma si poteva parlare per un certo numero di territori conquistati da Astolfo, certamente per molti altri il termine restituzione non si poteva usare perché in realtà erano territori che non erano affatto proprietà della chiesa di Roma ma di altri. Per esempio l’Esarcato di Ravenna e la Pentapoli che Astolfo aveva conquistato appartenevano all’imperatore. Ma Stefano appoggiandosi sulla Donazione di Costantino si sentì autorizzato a chiedere anche questi non curandosi affatto che con quel suo gesto lui si impossessava di territori di altri. [ç]

[38] Facciamo notare che nel frattempo si erano presentati a Roma alcuni legati dell’imperatore Costantino V che inoltrarono a Pipino la richiesta da parte del loro sovrano di rientrare in possesso dei territori bizantini da lui riconquistati. Al che Pipino rispose loro che aveva compiuto due spedizioni in Italia alla riconquista di quei territori per amore di San Pietro, al quale appartenevano, e per la salvezza della propria anima. E precisò che non sarebbero bastati tutti i tesori del mondo per indurlo a tradire la parola data a S. Pietro e ribadì la sua intenzione di consegnare tutti i territori al papa. Per quanto riguarda i territori consegnati al papa, oltre all’Esarcato il Liber Pontificalis li elenca per città: Ravenna, Rimini, Pesaro, Cesena, Cattolica, Fano, Senigallia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì, Castrocaro, Montefeltro, Arcena, Monte di Lucaro, Serra dei Conti, Castello di S. Marino, Sarsina, Urbino, Cagli, Canziano, Gubbio, Comacchio, Narni, Roma e il territorio circostante. [ç]

[39] Gregorovius, storico tedesco, a proposito della nascita di questo Stato affermò: ‘Con la fondazione di tale stato, cessò il periodo della storia puramente vescovile e sacerdotale e si chiuse l’epoca più bella e gloriosa della Chiesa romana. Essa diventò cosa mondana e i pontefici che, contro la legge del Vangelo e delle dottrine di Cristo, associarono il sacerdozio al principato, non poterono dappoi serbarsi alla pura missione di vescovi apostolici. La loro duplice natura, contraddizione in se medesima, li trascinò ognor più al basso, in mezzo all’agitazione delle ambiziose arti politiche, laonde eglino, per necessità, furono tratti a lotte depravatrici, affine di mantenersi nel possesso dei loro titoli temporali; furono costretti a discendere a guerre civili interne contro la città di Roma e a lotte continue contro le potestà politiche’ (Gregorovius, La Storia della città di Roma nel Medioevo, Roma 1900, vol. I, pag. 546). [ç]

[40] Questo Formoso quando era ancora vescovo di Porto era stato secondo alcuni il capo, secondo altri aveva avuto parte nella cospirazione conosciuta sotto il nome di congiura di Gregorio il Nomenclatore, congiura che aveva niente di meno lo scopo di consegnare Roma ai Saraceni. Scoperta la congiura papa Giovanni VIII (872-882) scomunicò Formoso e lo depose; ma il suo successore Marino I (882-884) lo aveva riabilitato restituendogli il vescovado. Da papa (891-896) si era reso colpevole di avere rinnegato la casa di Spoleto invocando a tradimento in Italia un re barbaro. Per questo atto si era attirato un forte odio da parte degli spoletini; Stefano era stato eletto papa appunto dal partito degli spoletini. Da qui il macabro atto di Stefano VI. [ç]

[41] Il cardinale Baronio nei suoi Annali ecclesiastici entrando a parlare del papato del decimo secolo in una specie di prefazione afferma: ‘Sono cose che superano ogni immaginazione quelle che ha dovuto soffrire la Chiesa in questo secolo. Nessuno può immaginare quante indegnità, quante turpitudini, quante deformità, esecrazioni, ed abominazioni, sia stata costretta soffrire la S. Sede apostolica (…) In quella santa Sede furono intrusi dei mostri, dai quali sono venuti mali infiniti, e si sono compiute sanguinose tragedie; e così essa che era immacolata fu ricoperta di ogni lordura, e denigrata con infamia perpetua’. Ed è un Cattolico che ha detto queste cose. [ç]

[42] L’arcivescovo Genebrardo (1537-1597), adulatore dei papi, nella sua cronaca, all’anno 904 dice: ‘Per lo spazio di circa 150 anni, vi furono 50 papi, incominciando da Giovanni VIII fino a Leone IX, che per primo fu da Dio chiamato come un nuovo Aronne, e richiamò dal cielo nella sede apostolica l’antica integrità; ma i papi fino a lui avevano interamente abbandonate le virtù dei maggiori, e debbono essere chiamati piuttosto apostati che apostoli’. Elfrico, arcivescovo di Canterbury, parlando della situazione della curia romana nel decimo secolo si lamenta che: ‘In quei giorni vi era una trascuratezza orribile nell’ordine dei preti e dei vescovi, che dovevano essere le colonne della Chiesa; ch’essi non si curavano né di leggere la Scrittura sacra, né d’istruire discepoli per farne i loro successori; che quei preti e vescovi erano attaccati agli onori mondani, alla concupiscenza e all’avarizia più dei laici, dando cattivi esempi al loro gregge, e non osando parlare della giustizia, perché essi non l’amavano e non la seguivano’ (Serm. ad Sacerd. m. s. m. bibl. collect. Bened. Cantab.). [ç]

[43] Il cardinal Baronio all’anno 912 afferma: ‘Quale era allora la faccia della Chiesa romana! Oh quanto essa era orribile! Le cortigiane le più infami, ma potenti, dominavano in Roma, ed a loro piacere si distribuivano i vescovati, si traslocavano i vescovi; e, quello che è più orribile a dirsi, sulla sede di Pietro, erano da esse intrusi i loro amanti, falsi papi, i quali non debbono essere registrati che per la cronologia. Imperciocchè chi potrà credere che siano stati legittimi papi, coloro che senza alcuna legge sono stati intrusi da cotali empie femmine? Giammai nella elezione di quei falsi papi si parla del clero che elegge, o acconsente almeno alla elezione: tutti i canoni erano costretti a tacere; i decreti dei papi precedenti erano soffocati, le antiche tradizioni proscritte, le consuetudini, avvalorate coll’uso nella elezione dei papi, ed i sacri riti interamente tolti. La libidine aveva preso il luogo di tutto…’. Stando così le cose, vorremmo domandare a questo punto ai difensori del papato: ‘E la successione apostolica di cui tanto parlate che fine fece in quel tempo? Dov’era?’. [ç]

[44] E a motivo di questa legge molte donne, vistesi separate con la forza dai loro mariti, dal dolore si suicidarono. Un gruppo di vescovi che si riunì a Pavia nel 1076 scomunicò il papa per avere separato i mariti dalle mogli. [ç]

[45] Per quanto riguarda la tanto dibattuta questione delle investiture il papato arriverà ad un accordo con l’imperatore nel 1122 a Worms. Nell’accordo si stabiliva che l’investitura del potere spirituale del vescovo col pastorale e l’anello spettava esclusivamente al papa; all’imperatore spettava invece l’investitura feudale. In Germania quest’ultima precedeva la consacrazione episcopale, al contrario che in Italia, dove il vescovo doveva essere prima consacrato. Inoltre veniva consentito all’imperatore di essere presente all’elezione episcopale. [ç]

[46] I comportamenti di Gregorio VII e di Innocenzo III sono una manifestazione dell’arroganza dei papi che pensavano di avere il diritto divino di deporre i re della terra quando gli pareva e di ‘sciogliere’ i loro sudditi dal giuramento di fedeltà nei loro confronti suscitando così tumulti nelle loro nazioni. Questo modo di considerare i loro comportamenti è stato però condannato da Pio IX che nel suo Sillabo del 1864 ha dichiarato che è errato affermare che ‘i Romani pontefici (…) si scostarono dai limiti della loro potestà, usurpando i diritti dei Principi…’ (XXIII). Anche lui fu arrogante come lo furono i suoi predecessori; basta considerare che fu lui a far proclamare il dogma dell’infallibilità papale. [ç]

[47] A proposito delle meretrici presenti in Roma va detto che Leone si mostrò molto tollerante nei loro confronti, anzi compiacente, e questo sempre per amore di denaro. Ecco infatti cosa dichiarò questo papa: ‘Noi, di nostra piena conoscenza, impulso, e pienezza di potere, decretiamo che, per sostenere siffatti oneri, tutti e singoli beni, e spoglie dei Curiali e delle meretrici – guadagnati illecitamente, vivendo nella nostra Roma, fuori del vincolo matrimoniale, e che muoiono senza facoltà di poter fare testamento in qualsiasi abitazione, siano adibiti per medesimo monastero, e per la loro Congregazione, e per le Suore pro tempore ivi esistenti; e, in virtù della surriferita autorità, moto e scienza, applichiamo, ed incorporiamo detti beni, e decretiamo applicati ed incorporati, ora e in avvenire, escluso qualsiasi caso in contrario possa avvenire. Però, se essi Curiali e donne disoneste volessero lasciare, legare, o donare al suddetto monastero, convento, e monache, per sopperire ai loro oneri, la quarta, o la quinta parte dei loro beni, siano mobili, o immobili, od altro qualsiasi, noi allora concediamo loro facoltà di potere fare testamenti intorno agli altri loro beni di qualunque qualità, quantità e valore si siano, e disporre di essi liberamente e lecitamente sin da ora, e per l’avvenire, e ciò per la surriferita autorità, moto, scienza e pienezza di potere’ (Bolla Salvator noster). [ç]

[48] Ecco cosa dirà Lutero: ‘Io fui un buon monaco ed osservai la disciplina del mio ordine così rigorosamente da poter dire che, se mai un monaco avesse potuto andare in cielo per la sua disciplina monastica, quello ero io. Tutti i frati del monastero lo possono confermare (…) Tuttavia la mia coscienza non mi dava la certezza, anzi, dubitavo continuamente e mi dicevo. ‘Questo non l’hai fatto bene. Non eri abbastanza contrito. Quest’altro non l’hai confessato’. Quanto più mi sforzavo di guarire con tradizioni umane questa mia coscienza dubbiosa, incerta e turbata, tanto più la ritrovavo, giorno per giorno, più dubbiosa, più debole e più turbata’. Ed ancora: ‘Sono stato monaco per vent’anni e mi sono talmente mortificato con preghiere, digiuni, veglie, col non attribuire alcuna importanza all’inverno, al freddo, che da solo avrebbe potuto farmi morire; mi sono talmente torturato che per nulla al mondo vorrei ricominciare, quand’anche lo potessi. Se fossi rimasto in convento, per me sarebbe giunta ben presto la fine. Durante i quindici anni che sono stato monaco, mi stancavo a dir la messa tutti i giorni, mi sfinivo con i digiuni, le veglie, le preghiere e con altre pratiche estremamente penose. Dal mondo tutte queste pratiche esteriori degli ebrei, dei turchi, dei papisti sono osservate con la più grande serietà, ed anch’io sotto il papismo mi sarei ben guardato dal riderne o dal farne beffe. Ebbene, chi lo crederebbe? Tutto ciò è fatica sprecata… Chi avrebbe creduto che tutto questo era una perdita di tempo e che un giorno sarei giunto a dirmi: I miei vent’anni di vita monastica sono perduti? Al convento non ci sono stato che per perdere la mia anima, la mia vita eterna, la salute fisica… Con l’astinenza noi pensavamo, noi volevamo diventare tanto meritevoli da uguagliare il prezzo del sangue di Cristo ed io pure nella mia follia questo credevo. Non sapevo, allora, che Dio voleva che io avessi cura del mio corpo e che non confidassi nella temperanza. Io mi sarei ucciso coi digiuni, con le veglie e la resistenza al freddo. Nel cuore dell’inverno non portavo che un abito leggero, gelavo quasi, tanto ero pazzo e stolto. Perché in convento mi sono sottoposto alle austerità più dure? Perché mi sono afflitto il corpo con i digiuni, le veglie, il freddo? Perché io cercavo di giungere alla certezza che queste opere mi ottenevano il perdono dei peccati’. [ç]

[49] Vi ricordo che una parte del ricavato della vendita delle indulgenze andava nelle casse papali e servivano alla ricostruzione della basilica di San Pietro. Leone X aveva infatti promulgato nel 1515 una indulgenza allo scopo di ricostruire in Roma la basilica di San Pietro. All’arcivescovo di Magonza, Alberto di Brandeburgo, fu affidata la predicazione di tale indulgenza per una parte della Germania. E Alberto delegò al domenicano Tetzel il compito di predicare l’indulgenza. [ç]

[50] Ecco alcune delle tesi che attestano questo: 26) Il papa fa benissimo, quando concede la remissione alle anime non per il potere delle chiavi (che non ha), ma a modo di suffragio. 27) Predicano l’uomo coloro che dicono: ‘Appena il soldino ha tintinnato nella cassa, un’anima se ne vola via’; 28) Quel che è certo, è che al tintinnio della moneta nella cassa può accrescersi il guadagno e l’avarizia; ma il suffragio della Chiesa dipende dal beneplacito di Dio solo; 47) Si deve insegnare ai cristiani che l’acquisto delle indulgenze è cosa libera, non di precetto; 49) Si deve insegnare ai cristiani, che i perdoni papali sono utili se non confidano in essi, ma estremamente nocivi se perdono per essi il timore di Dio; 50) Si deve insegnare ai cristiani, che se il papa conoscesse le estorsioni dei predicatori di indulgenze, preferirebbe che la basilica di San Pietro andasse in cenere, piuttosto che fosse edificata con la pelle, la carne e le ossa delle sue pecore; 54) Si fa offesa alla Parola di Dio, quando, in una stessa predica si dedica alle indulgenze un tempo eguale o maggiore che ad essa; 67) Le indulgenze, che i predicatori proclamano come le più grandi grazie, si capisce che sono veramente tali quanto al guadagno che promuovono; 81) Questa scandalosa predicazione delle indulgenze fa sì che non è facile neanche a dei dotti difendere la riverenza dovuta al papa dalle calunnie, o se si preferisce, dalle sottili obiezioni dei laici; 86) Perché il papa, le cui ricchezze sono oggi più crasse di quelle dei più ricchi Crassi non costruisce una sola basilica di San Pietro col suo danaro, invece che con quello dei poveri fedeli?

Comunque, bisogna riconoscere che le tesi di Lutero, prese e viste nella loro globalità, costituirono un attacco contro il papato e contro il suo potere di concedere indulgenze, e di questo si accorsero subito i teologi papisti del tempo e Leone X che cercarono subito di fermarlo perché vedevano nelle sue idee un qualcosa che poteva portare il popolo a disprezzare le indulgenze e mettersi contro il papato. [ç]

[51] Per esempio Lutero affermava che il pane ed il vino usati nella santa cena fossero veramente il corpo ed il sangue di Gesù Cristo (dottrina che è denominata consustanziazione), mentre Calvino negava ciò: una altra differenza dottrinale tra i due riformatori è quella sulle immagini, Lutero le ammetteva tanto è vero che nel suo Piccolo Catechismo nel commento ai dieci comandamenti egli escluse dalla lista dei comandamenti il secondo comandamento (la differenza con la lista dei comandamenti dei Cattolici è che il terzo comandamento è ‘Ricordati di santificare il giorno del Signore’ ed il sesto ‘Non commettere adulterio’, il nono ‘Non concupire la casa del prossimo tuo’ e il decimo ‘non concupire la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bestiame, né alcuna cosa gli appartenga’) mentre Calvino non accettava le immagini e le sculture e difatti nel suo Catechismo nel commento ai dieci comandamenti si trova il secondo comandamento così come lo diede Dio. [ç]

[52] Per questa posizione quella degli Anabattisti è stata denominata ‘Riforma radicale’, per contrapporla a quella propugnata dai Luterani e Calvinisti denominata ‘Riforma classica’. In effetti, gli Anabattisti in diverse cose, a differenza dei Luterani e dei Calvinisti, si mostrarono più attaccati alla Parola di Dio. E’ un dato di fatto. E per questo loro attaccamento alla Parola di Dio su quei punti su cui invece gli altri riformatori preferirono il compromesso saranno perseguitati persino da Lutero e Zwingli (1484-1531), per i quali la Chiesa doveva servirsi della forza per portare avanti la Riforma e proteggerla. [ç]

[53] Ecco l’origine di questo appellativo. Alla Dieta (riunione di Stato) di Spira (Germania) del 1526 i principi che avevano accettato la Riforma ottennero che fino a che fosse convocato un concilio il principe di ogni stato fosse libero di seguire quella che riteneva la giusta fede. Ma nella Dieta di Spira del 1529 questo diritto venne loro negato perché fu riconosciuta unica fede legalmente riconosciuta solo quella cattolica romana. Alcuni principi tedeschi allora protestarono e furono perciò chiamati protestanti. Appellativo che da quel momento sarà affibbiato a tutti coloro che si opporranno alla chiesa cattolica romana perché accetteranno la dottrina che l’uomo è giustificato soltanto per fede. [ç]

[54] Ecco come Gioacchino Ventura, un prelato cattolico francese, si espresse in una lettera datata 12 Giugno 1849 a riguardo di quei tragici avvenimenti causati dal ricorso all’aiuto francese da parte di Pio IX: ‘Caro amico e fratello. Vi scrivo con le lacrime agli occhi, ed il cuore spezzato per il dolore. Mentre scrivo queste linee, i soldati francesi bombardano Roma, distruggono i suoi monumenti, uccidono con la mitraglia i suoi cittadini, ed il sangue scorre a torrenti. Ruine si accumulano sopra ruine, e Dio sa quale sarà la fine di questa terribile lotta. (…) Il popolo vede che i Francesi a nome del papa fanno scorrere il sangue romano e distruggono la loro bella città. Il popolo vede che è il papa il quale ha sguinzagliato quattro potenze armate di tutti i mezzi di distruzione contro il popolo romano, come si sguinzagliano i mastini contro una bestia feroce; e, vedendo tali cose, egli non sente più nulla e si leva contro il papa e contro la Chiesa in nome della quale il papa proclama essere suo dovere riacquistare colla forza il dominio temporale’ (…) Ah! mio caro amico, l’idea di un vescovo che fa mitragliare i suoi diocesani, di un pastore che fa scannare le sue pecore, di un padre che manda sicari ai suoi figli, di un papa che vuol regnare ed imporsi a tre milioni di Cristiani per mezzo della forza, che vuole ristabilire il suo trono sulle ruine, sui cadaveri e sul sangue; quest’idea, dico, è così strana, così assurda, così scandalosa, così orribile, così contraria allo spirito ed alla lettera dell’Evangelo, che non vi è coscienza che non ne sia stomacata, non vi è fede che possa resistere ad essa, non vi è cuore che non ne frema, non vi è lingua che non si senta spinta a maledire, a bestemmiare! era mille volte meglio perdere tutto il temporale e il mondo intero se fosse bisognato, piuttosto che dare un tale scandalo al popolo (…) E’ probabile che Roma soccomba sotto l’attacco delle armi francesi: come difatti resistere alla Francia? E’ possibile che il papa rientri in Roma portando in mano la spada anziché la croce, preceduto dai soldati e seguito dal carnefice, come se Roma fosse la Mecca ed il Vangelo il Corano. Ma egli non regnerà più sul cuore dei Romani; sotto questo aspetto il suo regno è finito, finito per sempre; egli non sarà più papa che sopra un piccolo numero di fedeli…’. Il Ventura, per questa sua lettera, di cui ho citato solo pochi passaggi, fu costretto a stare in esilio a Montpelier e poi a Parigi e a perdere il cappello cardinalizio che gli era stato promesso. [ç]

[55] Vi faccio notare che questa umiliazione Dio la inflisse al papa proprio nell’anno in cui lui si fece dichiarare infallibile ex-cattedra: in verità “Dio resiste ai superbi” (1 Piet. 5:5). [ç]

[56] Quello che era chiamato lo Stato pontificio era un’area di circa 41.600 chilometri quadrati con circa 3 milioni di abitanti. E’ chiaro che venendogli a mancare questo Stato vennero a mancare al papa anche tante risorse finanziarie. Il papa rifiutò ogni indennità propostagli decidendo di poggiarsi sull’Obolo di S. Pietro. La chiesa cattolica fece allora distribuire alle sue parrocchie nel mondo, delle cartoline postali raffiguranti il papa giacente in un letto di paglia in una prigione sotterranea. E questo per stimolare i Cattolici a dare offerte al papa prigioniero dei ‘malvagi italiani’. E molti ci credettero che il papa vivesse nella più profonda miseria e una gran quantità di pfennings, pennies, scellini, ducati, talleri, pesos e dollari si riversarono nelle casse del Vaticano permettendogli di sovvenire alle sue spese. [ç]

[57] Il partito fascista di Benito Mussolini andò al potere con l’aiuto del Vaticano. Questo infatti aveva impedito in ogni maniera che il Partito Popolare fondato da Luigi Sturzo (un prete cattolico) nel 1919, partito che aveva in parlamento circa cento deputati e che era antifascista, si alleasse con i socialisti in maniera da formare un governo antifascista che impedisse la salita al potere del fascismo. Oltre a ciò il Vaticano in una circolare dell’ottobre del 1922 invitava i vescovi e i preti a rimanere neutrali nelle lotte politiche interne, il che andò a favore di Mussolini. A proposito di Luigi Sturzo va detto che fu costretto dal Vaticano a dare le dimissioni da segretario politico del Partito Popolare e poco dopo ad emigrare dall’Italia. [ç]

[58] Nella residenza di Castel Gandolfo, Wojtyla, con i soldi dei polacchi d’America, vi ha fatto costruire una piscina. [ç]

[59] Durante le trattative, un alto prelato, che si occupava delle finanze vaticane, disse a un suo confratello: ‘Questa volta bisogna che l’Italia paghi care le indulgenze’. I mezzi finanziari che lo Stato italiano diede al Vaticano costituirono il fondamento su cui venne costruito quell’impero finanziario che il Vaticano costituisce oggi. Il giorno stesso in cui l’accordo con Benito Mussolini fu ratificato Pio XI creò una nuova agenzia finanziaria, la Amministrazione Speciale della Santa Sede e ne nominò suo direttore e manager Bernardino Nogara. Costui accettò la proposta del papa perché il papa soddisfece le sue richieste tra cui c’erano queste: che tutti gli investimenti che egli scegliesse di fare fossero totalmente e completamente liberi da qualsiasi considerazioni religiose o dottrinali; che egli fosse libero di investire i fondi del Vaticano dovunque nel mondo. E così Nogara si mise in moto. Martin Malachi, Gesuita ex-professore al Pontificio Istituto Biblico di Roma, nel suo libro Rich Church, Poor Church (Chiesa Ricca, Chiesa Povera) edito nel 1984, dice: ‘Fedele ai suoi piani iniziali, i primi maggiori acquisti di Nogara in Italia furono attuati nel ramo del gas, dei tessili, nella costruzione pubblica e privata, nell’acciaio, nell’arredamento, negli alberghi, in prodotti minerari e metallurgici, prodotti dell’agricoltura, energia elettrica, armi, prodotti farmaceutici, cemento, carta, legname da costruzione, ceramica, pasta, ingegneria, ferrovie, navi passeggeri, telefoni, telecomunicazioni e banche’ (pag. 40). Prima dello scoppio della seconda guerra mondiale il Vaticano acquisì il controllo di molte compagnie e banche sia in Italia che all’estero e in molte altre compagnie invece riuscì ad avere una partecipazione minore ma sostanziale. Verso gli anni ‘30 il Vaticano possedeva circa 3 milioni e 716.000 metri quadrati di beni immobili a Roma, e col tempo sarebbe diventato il maggior proprietario terriero in Italia dopo lo stesso governo italiano. Quando Mussolini ebbe bisogno di armamenti per l’invasione dell’Etiopia nel 1935 una sostanziosa parte di essi fu provveduta da una fabbrica di munizioni che Nogara aveva acquisito in nome del Vaticano. Il 27 giugno 1942 Pio XII, su proposta di Nogara, fondò una nuova società finanziaria nel Vaticano chiamata Istituto per le Opere Religiose (IOR). La proposta di Nogara era stata questa: ‘Stabilire una società ecclesiastica centrale per la Chiesa Universale, una società dotata dello status di una banca all’interno dello Stato sovrano della Città del Vaticano e che avesse il vantaggio di appartenere al papato e al Vaticano; una società che si specializzasse nell’investire e nel negoziare i fondi e le risorse degli enti ecclesiastici della Chiesa intera’ (Martin Malachi, op. cit., pag. 43). Tramite lo IOR i vari organismi ecclesiastici erano in grado di investire il loro denaro in tutta segretezza ed esenti da tasse. (Ricordiamo che lo IOR diversi anni fa, quando era diretto da Paul Marcinkus, risultò coinvolto in alcuni scandali finanziari a motivo di manovre finanziarie illegali da esso compiuto con l’aiuto del finanziere siciliano Michele Sindona – il mandato di cattura spiccato contro Sindona parlava ‘di prove documentali di operazioni irregolari effettuate da Sindona per conto del Vaticano’ -, e di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano). Dopo la seconda guerra mondiale, sempre sotto Nogara, l’impero finanziario vaticano continuò a crescere. Quando Bernardino Nogara morì nel 1958 lasciò un Vaticano enormemente ricco. L’opera compiuta da questo finanziere a pro del Vaticano fece dire all’allora cardinale Spellman di New York: ‘Dopo Gesù Cristo la più grande cosa che sia successa alla Chiesa Cattolica è Bernardino Nogara’! Ma anche dopo la morte di Nogara le finanze continuarono a crescere. Verso la metà degli anni sessanta, le agenzie finanziarie del Vaticano controllavano la metà delle agenzie di credito in Italia. Molte industrie avevano dietro denaro del Vaticano. L’Istituto Farmacologico Serono di Roma per esempio era di proprietà Vaticana. Questo Istituto nel periodo in cui la chiesa cattolica romana condannava la contraccezione artificiale (Paolo VI la condannò esplicitamente con l’enciclica Humanae Vitae del 1968) lanciava sul mercato un contraccettivo molto popolare chiamato Luteolas, che fece intascare molto denaro al Vaticano (a dimostrazione questo che quando ci sono di mezzo i suoi interessi finanziari il Vaticano non ha per nulla timore di rinnegare nei fatti quello che insegna a parole). Nel 1968, secondo quanto dichiarò l’allora ministro delle Finanze Preti, la ‘S. Sede’ possedeva titoli azionari italiani per un valore di circa 100 miliardi, con un dividendo che oscillava dai tre ai quattro miliardi l’anno. Anche all’estero il Vaticano possedeva titoli azionari per molti miliardi. Esso aveva pacchetti azionari in diverse grandi compagnie internazionali tra cui la General Motors, la Shell, Gulf Oil, General Electric, Betlehem Steel, International Business Machines (IBM), e TWA. Il Vaticano possiede una forte riserva aurea negli Stati Uniti, a Forte Knox. Quanto al valore delle attuali ricchezze in mano al Vaticano non ci sono dei dati che permettono di dire con una certa esattezza quanto in realtà possiede in titoli, azioni, beni immobili; c’è un velo su tutto ciò. Di sicuro c’è che il Vaticano è molto ricco materialmente, e che se sulle sue finanze la curia romana mantiene un forte riserbo, ci sono svariate ragioni. Una delle quali è quella di poter fare credere ancora alla gente che la chiesa cattolica romana è ‘la chiesa dei poveri’ ed ha continuamente bisogno dei soldi dei suoi fedeli per portare avanti la sua missione nel mondo. [ç]

[60] Il Vaticano si alleò anche con Hitler (che – si tenga presente – era salito al potere con l’aiuto del partito cattolico di centro) infatti nel 1933 fu stipulato un Concordato tra la ‘Santa Sede’ e il Reich tedesco. In questo concordato si trovano degli articoli simili a quelli che si trovano in quello stipulato con il governo di Mussolini. Per esempio il Vaticano nell’art. 32 si impegnava a vietare agli ecclesiastici e ai sacerdoti l’appartenenza ai partiti politici e ogni attività in loro favore; nell’art. 14 di comunicare al luogotenente del Reich il nome delle persone che intendeva scegliere come arcivescovi e vescovi; nell’art. 16 di fare prestare ai vescovi un giuramento di fedeltà al Reich; nell’art. 30 di fare recitare tutte le Domeniche e le feste di precetto una preghiera per la prosperità del Reich e del popolo germanico. Il Vaticano in cambio ottenne che l’insegnamento religioso diventasse obbligatorio nelle scuole elementari, professionali, medie e superiori ‘in conformità con i princìpi della Chiesa cattolica’. Il Vaticano fu aspramente criticato anche da giornali cattolici che videro in questo Concordato la ‘canonizzazione dell’hitlerismo’. Ma l’Osservatore Romano del 27 luglio rispose che ‘la Santa Sede trattava con gli Stati in quanto tali, per assicurare i diritti e la libertà della Chiesa, prescindendo da ogni considerazione e apprezzamento di altra natura’. Queste parole fanno chiaramente capire che la chiesa cattolica è disposta ad allearsi con il governo di qualsiasi nazione, non importa se democratico o dittatoriale, pur di salvaguardare i suoi propri interessi. E di interessi il Vaticano ne aveva da difendere parecchi anche in Germania ai giorni di Hitler. Ecco perché la cosiddetta santa Sede, quantunque Hitler in seguito infrangerà il Concordato perseguitando diversi prelati cattolici e organizzazioni cattoliche, non condannò mai l’hitlerismo perché un simile comportamento avrebbe significato arrivare alla rottura con il Führer cosa che al papa metteva paura perché avrebbe di conseguenza significato compromettere i suoi interessi in Germania. E sempre questa è la ragione per cui il papa (Pio XII) dinanzi allo sterminio degli Ebrei non espresse mai una parola di solidarietà verso gli Ebrei (come si è abituati a sentire che fa oggi quando in qualche guerra vengono perpetrati i cosiddetti crimini contro l’umanità) che venivano portati a decine di migliaia nei campi di concentramento nazisti e quivi sterminati nelle camere a gas, perché la sua preoccupazione era quella di salvaguardare gli interessi del Vaticano in Germania, e una sua parola di condanna contro quello sterminio ordinato da Hitler avrebbe compromesso quegli interessi. A riguardo di questo silenzio del papa durante le persecuzioni naziste contro gli Ebrei durante la seconda guerra mondiale in una nota del libro Il manganello e l’aspersorio di Ernesto Rossi si legge: ‘L’ambasciatore tedesco presso il Vaticano e il Nunzio a Berlino continuarono a mantenere ‘buone relazioni’ fra i due governi, e i rapporti sulle atrocità in Germania e in Polonia, che il Nunzio presso il governo tedesco inviava a Roma, rimasero negli archivi del Vaticano. Buone relazioni: infatti l’Ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, barone Ernesto Weizsasaecker, restò nel Vaticano fino al 26 agosto 1946, mentre l’ultimo diplomatico giapponese l’aveva lasciato in gennaio’ ed ancora: ‘Dopo la razzia perpetrata dalle SS a Roma il 16 ottobre 1943, l’ambasciatore Weizsasaecker (condannato poi come criminale di guerra, dal tribunale di Norimberga, a quindici anni di carcere per delitti contro l’umanità) scrisse a Keppler e a Ritter un telegramma, datato 28 ottobre, in cui si legge: ‘Benché sollecitato da ogni parte, il Papa non si è lasciato convincere a esprimere ufficialmente qualsiasi riprovazione per le avvenute deportazioni degli ebrei di Roma. Pur sapendo che tale suo atteggiamento in questa circostanza verrà severamente giudicato dai nostri nemici, e sarà sfruttato dagli ambienti protestanti dei paesi anglosassoni nella loro propaganda contro il cattolicesimo, egli si è comportato, in questa delicata circostanza, in modo da non turbare minimamente le relazioni con il governo tedesco e con ambienti tedeschi di Roma’. Il nazismo verrà chiaramente condannato dal papa solo dopo la resa incondizionata della Germania; quando oramai il Vaticano non aveva nulla da temere dai nazisti. [ç]

[61] Benito Mussolini, mediante questi patti Lateranensi, si guadagnò la stima e il favore della curia romana e dei Cattolici romani che non mancarono di manifestarglieli a poco più di un mese di distanza dalla firma dei Patti nelle ‘elezioni plebiscitarie’. Cardinali e vescovi scesero in campo apertamente incitando i Cattolici a dare il loro voto di approvazione a Mussolini. Il plebiscito del 24 Marzo diede 8.506.676 ‘sì’ su 8.650.470 votanti. Inoltre va detto che Mussolini ebbe il sostegno della curia romana quando volle conquistare l’Etiopia. Tra i messaggi dati da prelati papali ai Cattolici in favore di quella guerra riportiamo solo i seguenti. Il 28 ottobre 1935 il cardinale Schuster di Milano disse ai Cattolici raunati nella cattedrale di Milano: ‘Cooperiamo con Dio in questa missione nazionale e cattolica di bene, soprattutto in questo momento in cui, sui campi di Etiopia, il vessillo d’Italia reca il trionfo della Croce di Cristo, spezza le catene agli schiavi, spiana le strade ai missionari del Vangelo (…) Pace e protezione all’esercito valoroso che, in obbedienza intrepida al comando della Patria, a prezzo di sangue, apre le porte di Etiopia alla fede cattolica e alla civiltà romana’. Il 12 dicembre Giorgio Maria Del Rio, arcivescovo di Oristano, pubblicò sul bollettino della archidiocesi un appello ai Cattolici in cui si legge tra le altre cose: ‘Le popolazioni abissine sono ad un infimo livello religioso e morale, sono lontane dalla vera fede, dalla nostra religione cattolica, che è fonte di civiltà e di progresso. Tutto ciò che si fa quindi per dare alla Italia i mezzi necessari ad affermare in quelle terre la sua influenza e la sua autorità non è solo in vantaggio della Patria e della civiltà, ma anche della religione cattolica. La nostra povera ma generosa Italia, dietro i suoi soldati, porta in Abissinia non solo il pane, le strade, la liberazione dalla schiavitù, tutte le provvidenze della civiltà; ma vi porta ancora la Croce di Gesù Cristo, gli insegnamenti e gli aiuti della Religione cattolica, apostolica, romana, che nelle mani dei nostri missionari non ha mai servito a preparare conquiste politiche’. Ricordiamo che nella guerra d’Etiopia Mussolini autorizzò l’impiego di gas lacrimogeni e di iprite, per l’artiglieria e l’aviazione. Le vittime fra gli Etiopi furono migliaia. Il 5 maggio 1936 le truppe italiane con alla testa il Maresciallo Badoglio entrarono in Addis Abeba. Tornato in Italia un mese dopo, Badoglio fu ricevuto da Pio XI. ‘Il colloquio con Pio XI si protrasse per oltre un’ora e mezzo, superando di gran lunga i venti minuti protocollari delle visite pontificie. Nel pomeriggio, il Legato del Papa gli restituì la visita nel suo appartamento in via XX settembre’ (Vanna Vailati, Badoglio racconta, Torino 1955, pag. 323). Evidentemente il papa era rimasto molto contento della conquista dell’Etiopia da parte dell’esercito italiano. [ç]

[62] La Conferenza Episcopale Italiana comunque a proposito di questa modifica, per tranquillizzare i Cattolici, ha detto: ‘Se poi il Protocollo addizionale avverte che ‘si considera non più in vigore il principio… della religione cattolica come sola religione dello Stato’, si possono comprendere le ragioni di un simile cambiamento che, anche alla luce della Dichiarazione del Concilio sulla libertà religiosa, si ispira al rispetto dovuto a chiunque abbia altra fede o diversa convinzione di coscienza. Questo cambiamento nulla toglie ai valori della religione cattolica. Essa appartiene da sempre al popolo italiano nel quale si è largamente radicata per la forza del Vangelo, fino ad essere fermento della sua storia, della sua civiltà, della sua cultura, dei suoi impegni per un’ordinata convivenza civile, per aperti rapporti di collaborazione in Europa e nel mondo, per il progresso di tutti i popoli e per la pace’. [ç]

[63] A proposito di questa ‘libertà’ concessa ai non Cattolici di professare la loro fede va detto che la chiesa cattolica è stata costretta dalle circostanze (così diverse per molti versi da quelle di secoli fa) a concederla loro perché se le circostanze fossero state altre questa ‘libertà’ essa non l’avrebbe giammai concessa. In altre parole essa si è adattata ai tempi, come sempre ha fatto, ma senza rinunciare con questo alla tesi che solo lei ha il diritto di essere completamente libera di divulgare la sua dottrina perché solo lei è la depositaria della verità. A conferma che nella realtà la chiesa cattolica anche quando dà ad altri libertà religiosa lo fa con rammarico e ipocritamente ecco quanto si legge in un articolo di Civiltà cattolica: ‘Ora la Chiesa cattolica, convinta per le sue divine prerogative di essere l’unica vera Chiesa, deve reclamare per sé soltanto il diritto alla libertà, perché unicamente alla verità, non mai all’errore, questo può competere; quanto alle altre religioni essa non impugnerà la scimitarra, ma domanderà che con mezzi legittimi degni della persona umana, non sia loro consentito di diffondere false dottrine. Per conseguenza in uno stato cattolico, in cui la maggioranza è cattolica, la Chiesa chiederà che all’errore non sia data esistenza legale e che, se esistono minoranze di religione diversa, queste abbiano solo un’esistenza di fatto, senza la possibilità di divulgare le loro credenze… in alcuni paesi poi, i cattolici saranno costretti a chiedere la piena libertà religiosa per tutti, rassegnati di potere convivere, là dove essi solo avrebbero il diritto di vivere. In questo caso la Chiesa non rinuncia alla sua tesi, che suona come la più imperativa delle leggi, ma si adatta all’ipotesi, cioè alle condizioni di fatto, dalle quali la sua vita concreta non può prescindere… La Chiesa non può arrossire di questa sua intransigenza, così come l’afferma nel principio e così come l’applica nella pratica’ (F. Cavalli, S. J. ‘Le condizioni dei protestanti in Spagna’ in Civiltà Cattolica, 3 aprile 1948). Tradotto nella pratica questo significa che se in Italia salisse al potere un dittatore come Hitler o Mussolini la chiesa cattolica si alleerebbe con esso e chiederebbe subito che ai Protestanti venga tolta (o almeno ridotta) la libertà di professare la loro fede e di divulgare la Parola di Dio – cosa che riteniamo non gli verrebbe rifiutata dal dittatore perché il papa sa come persuadere qualsiasi dittatore a concedergli favori – e perciò ritornerebbero le persecuzioni di un tempo. [ç]

[64] Per quanto riguarda le remunerazioni dei sacerdoti cattolici va detto che esse vengono loro conferite dagli Istituti diocesani per il sostentamento del clero che sono strettamente collegati all’Istituto centrale per il sostentamento del clero che ha il fine di integrare le risorse degli Istituti diocesani. La remunerazione è equiparata, ai soli fini fiscali, al reddito di lavoro dipendente. L’IDSC opera, su tale remunerazione, le ritenute fiscali e versa anche, per i sacerdoti che vi siano tenuti, i contributi previdenziali e assistenziali previsti dalle leggi vigenti. Lo Stato interviene con agevolazioni fiscali e con consistenti contributi pubblici per garantire, attraverso l’Istituto centrale per il sostentamento del clero, che agli IDSC non manchino i fondi necessari per corrispondere la remunerazione a tutti i sacerdoti delle rispettive diocesi. Si tenga presente che il denaro che la chiesa cattolica incamera (dal 1990) dall’otto per mille del gettito complessivo IRPEF può essere utilizzato anche per il sostentamento del clero. [ç]

[65] Voglio fare presente che proprio in quello stesso anno Dio visitò l’Argentina perché ci fu un grande risveglio in quella nazione. In quell’occasione Dio si usò di Tommy Hicks un fratello americano. In The Christian Century del luglio 1954 si leggono a proposito delle riunioni tenute da questo fratello in Buenos Aires le seguenti cose: ‘Hicks prega per loro. Egli grida: ‘Satana, lasciali andare, esci da loro, lasciali andare’. Improvvisamente un isterismo di massa sembra colpire ognuno. I paralizzati si muovono e cominciano a camminare. Le madri gridano con gratitudine mentre i piccoli figli camminano. L’aria della notte è sconvolta da migliaia di gridi di ‘Ti ringrazio, Gesù’, ‘Gloria, gloria, gloria’, ‘Amen, amen’. ‘Alleluia’. Le lacrime scendono dalle guance di molti. I piccoli bambini, guariti, corrono verso Hicks per baciarlo. I bastoni e le grucce sono agitate nell’aria per significare che esse non servono più. Uno grida ‘Posso vedere’ ed un altro ‘Posso sentire’…. Ministri con esperienza e missionari da molte nazioni dicono che non hanno mai visto niente di simile’. [ç]

[66] Karol Wojtyla è nato in Polonia a Wadovice presso Cracovia il 18 maggio 1920. E’ stato eletto papa il 16 ottobre 1978. E’ molto devoto a Maria e ne ha promosso altamente il culto. Ha viaggiato molto per tutto il mondo e dovunque è andato si sono raccolte centinaia di migliaia di persone per vederlo e sentirlo. Lui dice che i viaggi li compie ‘per annunziare il Vangelo… per confermare i fratelli nella fede… per consolare la Chiesa… per incontrare l’uomo’. Ha finanziato il movimento polacco di Solidarnosh facendogli pervenire parecchi soldi per portare avanti la protesta contro il regime comunista polacco di allora. Ama nuotare e sciare. Secondo gli attuali elenchi del Vaticano Giovanni Paolo II risulta essere il 264esimo papa. Ma occorre dire che su questo numero di papi tra gli studiosi e i teologi cattolici non c’è per nulla unanimità a motivo di fonti storiche contraddittorie e di alcune questioni controverse. Per esempio attualmente dall’elenco dei papi è omesso quello di uno Stefano eletto papa nel 752 tra Zaccaria (741-752) e Stefano II (752-757), perché costui morì tre giorni dopo la sua elezione senza essere stato consacrato. Il che costituisce una contraddizione palese perché nello stesso elenco ci sono dei papi che morirono senza esser stati incoronati. Inoltre ci sono delle incertezze sul numero degli antipapi (i papi illegittimi); per esempio tuttora ne sono riconosciuti 37 ma in realtà furono 39 perché non sono inclusi Clemente VIII (1423-1429) e Benedetto XIV (1425-1430); oltre a ciò ci sono taluni considerati antipapi che però ricevettero una elezione regolare. Poi permangono i seguenti forti dubbi, Leone VIII (963-965) viene messo tra i papi ma dovrebbe essere antipapa fino alla morte di Giovanni XII (955-964), come anche Benedetto V (964-966) che viene messo tra i papi legittimi dovrebbe essere considerato antipapa fino alla morte di Leone VIII. Come si può ben vedere risulta dal presente elenco che Leone VIII fu papa legittimo assieme a Giovanni XII per un certo tempo e che Benedetto V fu papa legittimo per un certo tempo contemporaneamente a Leone VIII. Oltre a tutto ciò c’è il dubbio della triplice elezione di Benedetto IX; nell’elenco dei papi costui viene fatto regnare per tre volte (1032-1044: 1045; 1047-1048) per cui si dovrebbero ritenere antipapi sia Silvestro III (1045) che Damaso II che pontificò nel 1048 (messi nell’elenco dei papi) se si considerassero illegali le sue deposizioni. Come potete vedere i Cattolici non sono sicuri neppure sul numero dei loro papi perché non sanno dire con esattezza chi furono tutti gli antipapi; ci sono antipapi che taluni reputano veri papi, e papi che altri reputano degli antipapi. Che confusione c’è persino sulla loro cosiddetta successione apostolica! [ç]

[67] Il Vaticano è un piccolo Stato di circa 0,44 chilometri quadrati (ancora più piccolo del Liechtenstein, di Monaco e di San Marino); si compone di cinquanta edifici, sei basiliche oltre la basilica di San Pietro, alcuni cimiteri, i Musei e la Biblioteca, ed ospita circa diecimila stanze, atri e gallerie. Possiede una stazione ferroviaria, un eliporto da cui spicca il volo l’elicottero che deve portare il papa all’aeroporto di Fiumicino o Ciampino o alla sua villa di Castel Gandolfo, alcuni uffici postali, un tribunale, alcune caserme, un posto di Vigili del fuoco, e un laboratorio dove si restaurano arazzi. C’è poi l’Annona, una specie di supermarket dove le merci, essendo esenti da imposte, costano meno che sul territorio italiano, e per questo è stato denominato ‘il paradiso dello shopping’: un parco macchine, un garage sotterraneo e un grande e proprio parcheggio; la tipografia Poliglotta che è in grado di stampare in quasi tutte le lingue conosciute e per questo è ritenuta la stamperia più ricca del mondo per caratteri tipografici; e gli uffici di alcune pubblicazioni vaticane tra cui quella dell’Osservatore Romano. Il Vaticano possiede anche un suo albergo, e una farmacia. Possiede anche un esercito tra cui il corpo più famoso è quello delle Guardie svizzere che come dice il nome sono tutte svizzere; il loro numero fu ridotto da Paolo VI a settantacinque. [ç]

tratto da: http://www.lanuovavia.org/chiesacattolicaromana_4.htm

 

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