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La vendetta di Dio su Gerusalemme nell’anno 70

witness-of-70ad-300x217Fratelli nel Signore, voglio parlarvi della distruzione di Gerusalemme avvenuta nell’anno 70 dopo Cristo per opera dell’esercito romano, e per farlo nella maniera migliore dovrò innanzi tutto parlarvi della rivolta giudaica scoppiata nell’anno 66. Per scrivere questo resoconto storico mi sono avvalso degli scritti di alcuni storici.

Stando al racconto di Giuseppe Flavio (37 – 100 dopo Cristo circa [1]) la scintilla che fece scoppiare la rivolta giudaica e portò alla guerra contro Roma fu il prelevamento da parte di Gessio Floro, il procuratore della Giudea, di diciassette talenti dal tesoro sacro, usando come pretesto le esigenze di Cesare. Il popolo turbatosi di ciò corse in massa al tempio e a gran grida invocava Cesare di liberarli dalla tirannia di Floro. Alcuni di tra la folla cominciarono a lanciare ingiurie pesantissime contro Floro e per schernire Floro fecero passare in mezzo alla gente un canestro domandando l’elemosina per il ‘povero’ Floro. Quando Floro seppe ciò mandò il suo esercito a Gerusalemme, intimando ai principali della città di consegnargli coloro che avevano commesso quell’affronto contro di lui, altrimenti avrebbero subito la sua vendetta. Costoro invece chiesero a Floro di perdonare i colpevoli, al che Floro ordinò ai suoi soldati di saccheggiare una parte della città e di fare strage tra i Giudei: ‘Costoro, allora accogliendo il comando del generale come gente avida di bottino, non solo saccheggiarono il luogo contro cui erano stati inviati, ma irrompendo dentro tutte le case fecero strage degli abitanti. Si fuggiva per i vicoli e chi era preso restava ucciso, né vi fu genere alcuno di rapina che fosse tralasciato; molti pacifici cittadini furono arrestati e condotti davanti a Floro, ed egli, fattili prima percuotere con i flagelli, li crocifisse. Il numero totale degli uccisi in quel giorno, comprese le donne con i figli (…) sommò a circa tremila e seicento’ (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, Libro II, 14 § 9). In quei giorni era a Gerusalemme la sorella del re Agrippa, Berenice, la quale visto ciò che i soldati romani stavano facendo pregò Floro di fare smettere la strage, ma egli rifiutò e Berenice rischiò pure di perdere la vita per mano dei soldati romani. Il giorno dopo la folla si adunò sulla Piazza superiore e si mise a imprecare contro Floro. Visto ciò, i maggiorenti e i sommi sacerdoti si lacerarono le vesti e supplicarono la gente di non provocare Floro; la gente si lasciò persuadere dai loro discorsi. Floro però fu dispiaciuto che il tumulto si fosse spento e cercò di riaccenderlo. Egli chiamò dunque i sommi sacerdoti e disse loro che c’era solo una maniera per capire che il popolo non mirava più ad alcuna innovazione, e cioè che la gente andasse incontro ai soldati che risalivano da Cesarea. Lui intanto mandò ad avvisare i centurioni dicendogli che impartissero l’ordine ai soldati di non rispondere al saluto dei Giudei, e nel caso questi dicessero qualcosa contro di lui usassero le armi contro di essi. La folla andò dunque incontro ai soldati e li salutarono, ma nessuno dei Romani rispose, e i turbolenti allora alzarono delle grida contro Floro. A questo punto i soldati reagirono e massacrarono parecchi Giudei. Siccome però gli Ebrei temevano che i soldati romani si impadronissero del tempio, fecero in modo da impedire ai soldati di Floro di prenderlo. Floro visto ciò, partì dalla città alla volta di Cesarea, lasciando in Gerusalemme una guarnigione dei suoi soldati. 


Il re Agrippa, saputo ciò che era avvenuto venne a Gerusalemme dove la massa dei Giudei gli chiese di mandare contro Floro degli ambasciatori a Nerone. Il re Agrippa allora convocato il popolo tenne loro un discorso in cui li mise severamente in guardia dall’intraprendere una guerra contro i romani perché sarebbero stati certamente sconfitti e ne avrebbero subito dure conseguenze. Con questo discorso riuscì a calmare gli animi dei Giudei. Più tardi però Agrippa cercò di persuadere la folla ad obbedire a Floro, cosa che fece infuriare i Giudei che lo maledissero e lo cacciarono fuori dalla città.


A questo punto, succede che un certo Eleazaro, figlio del sommo sacerdote Anania, il quale aveva un posto eminente nel tempio persuase gli altri sacerdoti a rifiutarsi di offrire qualsiasi sacrificio per un non Ebreo, il che significava non offrire neppure il sacrificio per l’Imperatore; il che significava iniziare la guerra. Coloro che però erano per la pace e i nobili si ribellarono a questa presa di posizione dei sacerdoti, ma Eleazaro e i suoi alleati rimasero fermi in ciò. I nobili allora inviarono dei messaggeri sia a Floro che ad Agrippa affinché li aiutassero contro i rivoluzionari. Floro non rispose, mentre Agrippa mandò un piccolo esercito che si unì ai soldati già presenti in città. I soldati romani allora, assieme a quelli del popolo che erano per la pace, cercarono di reprimere questi rivoluzionari. Nella battaglia che ne seguì furono bruciati gli archivi dove si tenevano i documenti dei debiti dovuti dal popolo, fu incendiato il palazzo di Agrippa, la casa del sommo sacerdote e le case di altri nobili che erano rimasti in città. I soldati romani si trovavano assediati dai rivoluzionari. A questo punto i soldati di Agrippa avvedutisi che non rimaneva loro nessuno scampo inviarono ai seguaci di Eleazaro la richiesta di avere salva la vita dichiarando che erano pronti a consegnare le armi e tutto il resto del materiale. Gli assedianti accettarono la supplica, e perciò i soldati uscirono da dove erano e deposero le armi. Ma quando le ebbero deposte, i seguaci di Eleazaro li trucidarono (scampò solo un certo Metilio che promise di farsi Giudeo). La città rimase turbata da questa strage. Contemporaneamente, in Cesarea successe che i Cesarensi trucidarono migliaia di Giudei, tanto che Cesarea rimase priva di Giudei. Questa strage fece infuriare la nazione giudaica. I Giudei raggruppatisi in bande saccheggiarono le borgate dei Siri e le città confinanti.
Il governatore della Siria allora, che era Cestio Gallio, decise di muoversi contro gli Ebrei ribelli. Durante il cammino distrusse e saccheggiò alcune città ebraiche della Galilea. Arrivato a Gerusalemme, attaccò la città ma subì una dura sconfitta da parte degli Ebrei i quali lo costrinsero a battere la ritirata. Nello scontro e nell’inseguimento gli Ebrei uccisero migliaia di soldati romani e si impossessarono di un grande bottino. Lo storico Tacito di questo tentativo fallito di Cestio Gallo dice: ‘… la guerra scoppiò. Tentava soffocarla Cestio Gallo, legato della Siria, con fatti d’arme incerti e più spesso infausti (…) costui soccombette, o al suo destino o ai crucci,’ (Tacito, Le Storie, Libro V, 10). Era cominciata la guerra contro Roma.


A questo punto gli Ebrei di Gerusalemme consapevoli che Roma non avrebbe lasciato impunita quella sconfitta dei suoi soldati, si organizzarono in vista del peggio formando il Governo della Giudea. Questo governo si preoccupò quindi di nominare i governatori militari nei vari distretti della terra d’Israele. Costoro avevano il compito di organizzare la difesa delle provincie, di reclutare uomini per l’esercito nazionale e di mettere da parte le provviste necessarie per resistere all’assedio dei Romani. La provincia più importante era quella della Galilea in primo luogo perché essendo situata al nord sarebbe stata la prima ad essere attaccata dai Romani, e poi perché un eventuale sconfitta dei Romani in Galilea avrebbe incoraggiato il resto del paese. Al comando del governo militare della Galilea fu messo Giuseppe Flavio, che era di stirpe sacerdotale (il quale poi andò ad arrendersi ai Romani).
Intanto l’Imperatore romano Nerone decise di mandare un forte esercito per sedare la rivolta ebraica; e a capo di essa ci mise il generale Vespasiano.


L’esercito romano conquistò le città della Galilea che si erano ribellate, uccidendo in tutto migliaia di persone. Tacito a riguardo di queste vittorie dice: ‘Vespasiano, colà spedito da Nerone, mercé la fortuna, la propria rinomanza ed eccellenti cooperatori, nello spazio di due estati riusciva a occupare colle vittorie del suo esercito l’intero territorio e tutte le città della Palestina fuorché Gerusalemme’ (Ibid.,).


La rivolta però dalla Galilea si trasferì a Gerusalemme. Vediamo come andarono le cose in base al racconto che ne fa lo storico Giuseppe Flavio. Dalla città di Ghiscala che si trovava in Galilea, era riuscito a fuggire un certo Giovanni, il capo del partito dei sediziosi della città, con alcune migliaia di persone. Era riuscito a fuggire di notte, nonostante le truppe romane fossero nei pressi di Ghischala, perché aveva ingannato Tito (Vespasiano aveva mandato suo figlio Tito contro questa città). Tito infatti aveva proposto la pace agli abitanti di Ghischala a condizione che si arrendessero. Giovanni gli rispose che la proposta gli era piaciuta e che avrebbe persuaso i dissenzienti. Era necessario però che Tito gli facesse grazia di quella giornata in corso che era un sabato, perché di sabato era vietato ai Giudei sia di attaccare con le armi che di stringere un patto di pace. Tito rimase persuaso e si accampò anche più lontano dalla città. Ma Giovanni di notte, non vedendo alcuna guardia dei romani attorno alla città, presi molti uomini armati e anche molti non armati con le loro famiglie riuscì a fuggire dalla città. Il giorno appresso Tito fu accolto dagli abitanti della città che gli riferirono la fuga di Giovanni. Tito allora mandò ad inseguire Giovanni che però non fu preso perché aveva fatto in tempo a rifugiarsi a Gerusalemme. Riuscirono però a uccidere alcune migliaia di uomini che erano fuggiti con lui e a ricondurre a Ghischala alcune migliaia di persone fra donne e bambini. Giovanni arrivato a Gerusalemme aveva cominciato a istigare alla guerra contro i Romani, dicendo in quali deboli condizioni si trovavano i Romani e dicendo che i Romani non avrebbero oltrepassato le mura di Gerusalemme neppure se avessero messo le ali perché avevano logorato le loro macchine da guerra contro le mura delle città della Galilea. La maggiore parte dei giovani rimase ingannata da questi suoi discorsi e si preparavano alla guerra. Intanto nelle città e nei paesi attorno a Gerusalemme infuriavano i briganti, i quali irruppero in Gerusalemme. Arrivati nella città si dettero alla violenza imprigionando alcune delle persone più insigni, e poi uccidendole con il pretesto che avevano trattato con i romani per la consegna di Gerusalemme. La popolazione della città era grandemente smarrita. Questi briganti tra le empietà che commisero fecero del luogo santo nel tempio il loro quartiere generale, ed elessero a sommo sacerdote chi vollero loro. Costoro si chiamavano Zeloti. Il popolo però dinanzi ai delitti e alle violenze di questi briganti insorse. I sommi sacerdoti Gesù figlio di Gamala e Anano figlio di Anano, eccitarono il popolo contro gli Zeloti. Si arrivò allo scontro tra i briganti e il popolo e molti caddero morti e furono feriti. I briganti continuavano ad avere come fortilizio il tempio. Intanto questo Giovanni, fingeva di essere dalla parte del popolo perché poi andava a comunicare ai ribelli le decisioni che venivano prese dal popolo. Il popolo capeggiato dal sommo sacerdote Anano decise di assalire i briganti che si trovavano nel tempio. Gli Zeloti avendo saputo ciò, decisero di mandare a chiamare in loro aiuto gli Idumei, i quali vennero a migliaia e dopo essere riusciti ad entrare in città di notte, assieme agli Zeloti si diedero a massacrare senza pietà il popolo. Allo spuntare del giorno erano più di ottomila i cadaveri; ma non sazi continuarono a trucidare persone tra cui i sommi sacerdoti Anano e Gesù. Fu un massacro, la gente ordinaria era uccisa sul posto dov’era colta, quanto ai nobili e giovani venivano catturati e rinchiusi in prigione incatenati. Quelli che erano catturati di giorno venivano uccisi di notte; dodicimila giovani perirono in questa maniera. Dopo un po’ di tempo però gli Idumei ritornarono alle loro case. Gli Zeloti però continuarono a sterminare persone. Intanto i comandanti incitavano Vespasiano a lanciarsi contro Gerusalemme cogliendo l’occasione propizia. Ma Vespasiano per il momento non ritenne opportuno attaccare Gerusalemme. Tra le ragioni da lui addotte c’era quella che una volta vinta la città si sarebbe detto che la vittoria era merito non dei Romani ma della discordia che regnava tra i nemici, cosa questa che Vespasiano voleva evitare. Intanto tra i ribelli avvenne una frattura perché Giovanni a capo di un gruppo di briganti si stacca dalla brigata. Dopo un certo tempo, allorché Vespasiano si preparava a marciare con tutte le forze contro Gerusalemme, gli arrivò la notizia che era morto l’imperatore Nerone. A Nerone succedette Galba e a quest’ultimo Otone (ambedue regnarono per pochi mesi). La situazione a Roma era incerta per cui la spedizione contro Gerusalemme subì un ritardo. Intanto in Giudea un certo Simone, figlio di Ghiora, raccolta una banda di briganti attorno a sé si dette alla violenza e al saccheggio nei villaggi. Passò poi a saccheggiare anche l’Idumea, dovunque arrivava seminava distruzione e terrore assieme ai suoi compagni. Gli Zeloti sentendo quello che stava facendo Simone e temendolo decisero di rapirgli la moglie e molti dei suoi familiari pensando che egli avrebbe deposto le armi. Ma al contrario, Simone si recò nei pressi di Gerusalemme e cominciò ad ammazzare quanti uscivano dalla città. A molti mozzò le mani rimandandoli in città a riferire che se non gli fosse stata restituita la moglie egli sarebbe entrato in città e avrebbe mutilato le mani a tutti quelli che avrebbe preso. Impauriti da queste minacce gli Zeloti gli restituirono la moglie. Intanto, all’interno della città, Giovanni e il suo partito si davano ad ogni scelleratezza e violenza, al che fu presa la decisione di chiamare in aiuto quello stesso Simone che poco tempo prima metteva paura a tutti loro. E così adesso all’interno di Gerusalemme c’era un’altra banda di briganti, quella capeggiata da Simone che rivaleggiava con quella degli Zeloti capeggiati da Giovanni.


Nel frattempo Vespasiano fu eletto per acclamazione Imperatore dai soldati e dai comandanti. Fu allora che Vespasiano si ricordò della predizione che gli aveva fatto il prigioniero Giuseppe Flavio quando ancora era imperatore Nerone, e perciò ritenne opportuno metterlo in libertà.
Diventato Imperatore, Vespasiano mandò Tito contro Gerusalemme. A Gerusalemme continuava l’accanita lotta tra i partiti dei sediziosi e chi ne faceva le spese era il popolo che veniva angustiato, maltrattato, oppresso in ogni maniera; tanto che molti speravano che i Romani sarebbero venuti presto per mettere fine alle scelleratezze dei sediziosi. Intanto arriva nei pressi di Gerusalemme Tito il quale con alcuni cavalieri va a fare una perlustrazione attorno alle mura di Gerusalemme. Ma mentre faceva questa perlustrazione Tito corse un grave pericolo perché tanti Giudei uscirono da un lato delle mura e si lanciarono contro lui e i suoi e poco mancò che non rimanesse ucciso. Giuseppe Flavio dice a tale proposito: ‘Qui soprattutto verrebbe da riflettere che, tanto le sorti delle guerre quanto i pericoli dei re, sono oggetto delle cure di Dio; infatti, tra tante frecce lanciate contro Tito, che non aveva né elmo né corazza (giacché, come ho detto, era uscito fuori non per combattere, ma per perlustrare), nessuna toccò la sua persona, bensì tutte senza effetto passavano oltre sibilando, come se lanciate da chi a bella posta fallisse il bersaglio’ (Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, Libro V, 2 § 2).
Tornato all’accampamento, Tito dà gli ordini per iniziare l’assedio alla città, un assedio lungo che costerà tanti soldati ai Romani. Nel vedere l’esercito Romano attorniare la città, i partiti dei sediziosi che si facevano la guerra, decisero di unire le forze per affrontare il nemico comune. Va detto tuttavia che Tito mentre portava avanti l’assedio contro Gerusalemme propose pure la pace agli abitanti della città a condizione che si fossero arresi. E per fare ciò gli mandò Giuseppe Flavio, il quale postosi presso le mura più di una volta esortò i suoi connazionali ad arrendersi ai Romani. Ma i sediziosi non vollero saperne di arrendersi. Alcuni abitanti di Gerusalemme però pensarono di andare ad arrendersi ai Romani per avere salva la vita. Intanto nella città c’era una grande penuria di beni alimentari, e quel poco cibo che ancora rimaneva se lo dividevano i partiti dei sediziosi strappandolo dalle mani e dalla bocca degli abitanti. Molti morirono per fame in città. Molti Giudei cercarono allora di fuggire dalla città ma vennero catturati dai Romani e crocifissi fuori dalle mura al fine di indurre a tale vista i sediziosi ad arrendersi. Giuseppe dice che erano così tanti i crocifissi che ‘difettavano sia il terreno per le croci sia le croci per i corpi’ (Giuseppe Flavio, op. cit., Libro V, 11 § 1). A molti dei catturati Tito fece mozzare le mani e li rimandò dai sediziosi dicendogli di non costringerlo a distruggere la città. Durante l’assedio i Giudei per diverse volte erano riusciti a infliggere delle perdite ai Romani facendo delle sortite improvvise contro di loro. Erano riusciti anche a distruggergli dei terrapieni. Tito vedendo tutto ciò decise di fare costruire un muro attorno all’intera città, perché secondo lui solo in questa maniera sarebbero state sbarrate tutte le vie d’uscita ai Giudei, e i Giudei o avrebbero consegnato la città o sarebbero stati debellati a motivo della fame. Giuseppe dice che ‘avendo egli persuaso con tali ragioni i comandanti, ordinò di distribuire le truppe al lavoro. Allora i soldati furono invasi come da un ardore sovrumano, e quando le legioni si furono spartite il recinto da costruire sorse gara, non solo fra loro, ma anche fra i vari reparti di esse: il soldato si studiava di piacere al decurione, il decurione al centurione, questo al tribuno, mentre l’emulazione dei tribuni si estendeva ai comandanti, e della gara dei comandanti era giudice Cesare’ (Ibid., Libro V, 12 § 2). L’intera circonvallazione fu costruita in tre giorni, per cui ‘essendo un lavoro degno di prolungarsi per mesi, quanto a prestezza superò ogni credibilità’ (Ibid.,). Le cose dunque per i Giudei che si trovavano in città s’aggravarono ulteriormente. La fame nella città era terribile e decimava la popolazione, ecco quanto dice Giuseppe: ‘Le terrazze erano piene di donne e bambini svenuti, i vicoli di vegliardi morti; i fanciulli poi e i giovani, tumefatti, come fantasmi s’aggiravano per le piazze e stramazzavano ovunque il malore li cogliesse. A seppellire i congiunti non avevano forza gli spossati, e a chi era meglio in forze rincresceva di seppellire per la moltitudine dei morti e per l’incertezza della sorte riguardo a se stessi: molti, infatti, cascavano morti addosso a quelli sepolti da loro, molti giungevano in anticipo al sepolcro prima che incombesse il Fato. Né v’era fra queste miserie compianto o lamento; bensì la fame avviliva gli affetti, e con occhi asciutti e bocche contratte i più lenti a morire stavano a guardare quei che li prevenivano nel riposo eterno. Un silenzio profondo incombeva sulla città, e una notte piena di morte: ma, ancor più gravosi di tali cose, i briganti. Costoro, scassinando le sepolcrali case, spogliavano i morti, e strappate via le coperture dei corpi se ne uscivano sghignazzando; provavano la punta delle spade addosso ai cadaveri; trafiggevano anche taluni stramazzati, ancor vivi, per saggiare il ferro: quanti invece li imploravano di prestare loro il braccio e la spada, lasciavano essi sdegnosamente in preda alla fame. E ognuno di quei che spiravano, tenendo lo sguardo fisso al santuario, evitava di guardare i sediziosi ch’egli lasciava dietro a sé ancora in vita. Costoro da principio ordinarono di seppellire i morti a spese del tesoro pubblico, non sopportandone il fetore; ma più tardi, siccome non si bastava più, li gettavano dalle mura giù nei burroni. Allorché, Tito, andandovi in giro d’ispezione, vide che erano pieni di morti e che un denso marciume colava da sotto ai cadaveri putrefatti, gemette e levando in alto le mani chiamò Dio in testimonio, che quello scempio non era opera sua. Tali erano le condizioni della città’ (Ibid., 12 § 3-4). La fame portò dunque i sediziosi ad incrudelirsi contro gli affamati: ecco sempre Giuseppe Flavio raccontare quello che avveniva in città per la fame e per mano dei sediziosi nei confronti degli affamati: ‘Del resto, per i facoltosi il rimanere in città era egual rischio di rovina, perché sotto il pretesto di diserzione uno era messo a morte a causa delle sue ricchezze. La ribalderia poi dei sediziosi aumentava di pari passo con la fame, e di giorno in giorno ambedue le calamità divampavano più potentemente. E in realtà, poiché grano non si vedeva palesemente in alcun posto, i briganti irrompendo dentro le case facevano perquisizioni: e allora, se ritrovavano alcunché, maltrattavano gli abitanti come reticenti; se non ritrovavano, li sottoponevano a torture come persone ch’erano riuscite a nascondere troppo accuratamente. Indizio d’averne o no, erano i corpi di quegli infelici: di cui quelli che ancora si tenevano su, erano giudicati aver nutrimento in abbondanza, mentre quelli già disfatti erano trascurati, sembrando irragionevole uccidere gente che stava lì lì per morire di fame. Molti barattavano segretamente i loro beni per una sola misura, di frumento se erano ricchi, di orzo se poveri: poi, rinserratisi nei recessi più occulti delle case, alcuni per estrema penuria divoravano il grano senza prepararlo, altri invece lo cocevano secondo che suggeriva il bisogno e la paura. In nessun posto si apparecchiava la tavola, e i cibi tirati via dal fuoco ancor crudi erano strappati a pezzi. Del resto, miserando era il pasto come degno di lacrime il suo spettacolo, mentre i più robusti s’impossessavano di porzioni maggiori e i più fiacchi restavano a lamentarsi. Su tutti i sentimenti, invero, prevale la fame, ma di nessun altro essa è tanto lesiva quanto del ritegno: ciò, infatti, che in altre circostanze è giudicato degno di rispetto, in quella è disprezzato. Quindi, mogli a mariti, figli a padri, e – cosa miserevolissima – madri a bambini, strappavano via dalle loro stesse bocche i cibi; e quando le persone più amate venivano meno tra le braccia, non si aveva ritegno di privarle delle gocciole di vita. Eppure, anche facendo pasti di tal sorta, quei miseri non rimanevano occulti, bensì i sediziosi sopraggiungevano anche durante le rapine di costoro. Quand’essi, infatti, scorgevano una casa ben rinserrata, ciò era segno che quei di dentro prendevano cibo; allora subito, infrante le porte, balzavano dentro, e quasi, spremendoli su dalla gola di chi mangiava, tiravano fuori i bocconi. Percossi erano i vecchi che s’interponevano a difesa dei cibi; strappati i capelli alle donne che nascondevano quanto avevano in mano: pietà alcuna non esisteva per canizie o per fanciullezza, bensì alzati su i bambini insieme col boccone a cui restavano appesi li scrollavano al suolo (…) A coloro, poi, che di nottetempo s’erano inoltrati carponi verso i posti di guardia dei Romani per raccogliere verdure selvatiche ed erbe, andavano essi incontro al loro ritorno, e mentre quelli credevano d’essere ormai sfuggiti ai nemici, essi strappavano via loro quanto avevano portato: spesso anzi, benchè implorassero – invocando pure il tremendo nome di Dio – affinché si concedesse loro una qualche porzione di quanto avevano portato esponendosi a pericolo, non concedevano affatto nulla: era già una grazia che il derubato non fosse per giunta ucciso’ (Ibid., 10 § 2-3).


La fine si avvicinava. Intanto altri disertori riuscivano a raggiungere il campo dei Romani. Molti di essi però una volta fuori dalla città furono colpiti da una terribile sventura. Era successo infatti che uno dei disertori che si era rifugiato presso i Siri, era stato sorpreso mentre raccoglieva monete d’oro dal mezzo ai suoi escrementi (perché le aveva ingerite prima di fuggire dalla città) e all’improvviso si era sparsa la voce che i disertori erano pieni di oro, ‘e quindi la moltitudine degli Arabi e i Siri tagliarono il ventre, per perquisirli, a quei che supplicavano d’arrendersi’ (Ibid., 13 § 4). In una sola notte ne furono sventrati sui duemila. Quando Tito seppe ciò minacciò di morte coloro che in avvenire avessero di nuovo fatto una simile cosa. La cosa però continuò lo stesso di nascosto. Dentro la città ormai i cadaveri erano ammucchiati dappertutto e i combattenti erano costretti ad avanzare calpestando i cadaveri. Continuavano intanto gli scontri tra Giudei e Romani, e da ambedue le parti cadevano morti diversi uomini. Continuavano anche le diserzioni infatti molti si andavano ad arrendere ai Romani. Finalmente i Romani riescono a impadronirsi della fortezza Antonia un punto strategico per potere penetrare nella città. Prima la conquistano e poi per ordine di Tito la demoliscono per preparare così la strada all’avanzata dell’esercito. La fame nella città era tanta, a tal punto che una donna uccise il suo figliuolo e se ne cibò. Quando Tito ebbe questa notizia si protestò innocente davanti a Dio, affermando che da parte sua egli aveva offerto ai Giudei la pace, l’autonomia e l’amnistia di tutti gli atti di ribellione ma essi avevano preferito la sedizione all’accordo, la guerra alla pace. Tito poi tenne un consiglio di guerra in cui fece presente ai comandanti che egli non avrebbe mai distrutto col fuoco il tempio di Gerusalemme perché ciò avrebbe costituito una perdita per i Romani. Alla fine ci fu l’assalto finale dalla parte del tempio; i soldati romani entrati nella città si spingono fino al tempio dove avviene questo fatto: ‘Uno dei soldati, né aspettando l’ordine né paventando per siffatta impresa, ma piuttosto spinto da un certo impulso soprannaturale, afferra un po’ di legno acceso e, sollevato da un commilitone, getta il fuoco dentro una finestra dorata, attraverso la quale si accedeva alle stanze attorno al santuario, dal lato settentrionale’ (Ibid., Libro VI, 4 § 5). Quando la notizia giunse a Tito, che si trovava nella tenda a riposarsi, egli corse verso il santuario e gridò e fece segno ai combattenti di spegnere il fuoco, ma la confusione era così grande che quelli non udirono la sua voce e non fecero caso ai suoi segni. Intanto le fiamme si propagarono da per tutto nel tempio che sotto gli occhi di tutti veniva consumato dal fuoco, ‘così dunque il santuario, contro il volere di Cesare, fu incendiato’ (Ibid., Libro VI, 4 § 7. Alcuni ritengono che qui Giuseppe difenda Tito dicendo una cosa non vera. Comunque sia, il tempio fu distrutto per volere di Dio). Mentre il tempio bruciava ci fu anche una grande strage da parte dei Romani, ‘giù per i gradini del santuario il sangue scorreva in abbondanza, e vi rotolavano all’in giù i cadaveri di coloro che erano stati uccisi al di sopra’ (Ibid., Libro VI, 4 § 6), ‘non si ebbe né compassione per età né riverenza per dignità, bensì tanto i fanciulli quanto i vecchi, tanto i laici quanto i sacerdoti furono indistintamente trucidati, e la guerra recinse e travolse ogni classe, sia che implorassero pietà sia che facessero resistenza’ (Ibid., Libro VI, 5 § 1). I romani giudicando inutile risparmiare le costruzioni circostanti il tempio, danno fuoco pure ad esse. Rimaneva ancora superstite il portico del tempio esterno su cui si erano rifugiate migliaia di persone tra cui anche donne e bambini. I soldati spinti dall’odio danno fuoco anche a questo portico e così tutte quelle anime perirono chi nel fuoco e chi buttandosi giù per scampare alle fiamme del fuoco. Colpevole della loro rovina – dice Giuseppe Flavio – fu un certo falso profeta, che in quella giornata aveva proclamato alla gente della città che Dio comandava di salire al tempio per ricevere i segni della salvezza. Del resto erano molti in quei giorni i profeti che subornati dai tiranni (i capi della rivolta) riguardo al popolo, andavano intimando d’aspettare il soccorso da parte di Dio (lo scopo era quello di diminuire le diserzioni). A questo punto lo storico dice che il popolo era stato illuso da ciarlatani che parlavano falsamente in nome di Dio, mentre non aveva prestato ascolto ai prodigi che aveva mandato Dio per avvertire la popolazione dell’imminente desolazione. Ecco quello che dice Giuseppe Flavio a riguardo: ‘Quasi fossero stati frastornati dal tuono e accecati negli occhi e nella mente, non compresero gli ammonimenti del dio, come quando sulla città apparvero un astro a forma di spada e una cometa che durò un anno, o come quando, prima che scoppiassero la ribellione e la guerra, essendosi il popolo radunato per la festa degli Azimi nell’ottavo giorno del mese di Xanthico, all’ora nona della notte l’altare e il tempio furono circonfusi da un tale splendore, che sembrava di essere in pieno giorno, e il fenomeno durò per mezz’ora; agli inesperti sembrò di buon augurio, ma dai sacri scribi fu subito interpretato in conformità di ciò che accadde dopo. Durante la stessa festa, una vacca che un tale menava al sacrificio partorì un agnello in mezzo al sacro recinto; inoltre, la porta orientale del tempio, quella che era di bronzo e assai massiccia, sì che la sera a fatica venti uomini riuscivano a chiuderla, e veniva sprangata con sbarre legate in ferro e aveva dei paletti che si conficcavano assai profondamente nella soglia costituita da un blocco tutto d’un pezzo, all’ora sesta della notte fu vista aprirsi da sola. Le guardie del santuario corsero a informare il comandante, che salì al tempio e a stento riuscì a farla richiudere. Ancora una volta questo parve agli ignari un sicurissimo segno di buon augurio, come se il dio avesse spalancato a loro la porta delle sue grazie; ma gli intenditori compresero che la sicurezza del santuario era finita di per sé e che l’aprirsi della porta rappresentava un dono per i nemici, e pertanto interpretarono in cuor loro il prodigio come preannunzio di rovina. Non molti giorni dopo la festa, il ventuno del mese di Artemisio, apparve una visione miracolosa cui si stenterebbe a prestare fede; e in realtà, io credo che ciò che sto per raccontare potrebbe apparire una favola, se non avesse da una parte il sostegno dei testimoni oculari, dall’altra la conferma delle sventure che seguirono. Prima che il sole tramontasse, si videro in cielo su tutta la regione carri da guerra e schiere di armati che sbucavano dalle nuvole e circondavano le città. Inoltre, alla festa che si chiama la Pentecoste, i sacerdoti che erano entrati di notte nel tempio interno per celebrarvi i soliti riti riferirono di avere prima sentito una scossa e un colpo, e poi un insieme di voci che dicevano: ‘Da questo luogo noi ce ne andiamo’. Ma ancora più tremendo fu quest’altro prodigio. Quattro anni prima che scoppiasse la guerra, quando la città era al culmine della pace e della prosperità, un tale Gesù figlio di Anania, un rozzo contadino, si recò alla festa in cui è uso che tutti costruiscano tabernacoli per il dio e all’improvviso cominciò a gridare nel tempio: ‘Una voce da oriente, una voce da occidente, una voce dai quattro venti, una voce contro Gerusalemme e il tempio, una voce contro sposi e spose, una voce contro il popolo intero!’. Giorno e notte si aggirava per tutti i vicoli gridando queste parole, e alla fine alcuni dei capi della cittadinanza, tediati di quel malaugurio, lo fecero prendere e gli inflissero molte battiture. Ma quello, senza né aprir bocca in sua difesa né muovere una specifica accusa contro chi lo aveva flagellato, continuò a ripetere il suo ritornello. Allora i capi, ritenendo – com’era in realtà – che quell’uomo agisse per effetto di una forza sovrumana, lo trascinarono dinanzi al governatore romano. Quivi, sebbene fosse flagellato fino a mettere allo scoperto le ossa, non ebbe un’implorazione né un gemito, ma dando alla sua voce il tono più lugubre che poteva, a ogni battitura rispondeva: ‘Povera Gerusalemme!’ Quando Albino, che era il governatore, gli fece domandare chi fosse, donde provenisse e perchè lanciasse quella lamentazione, egli non rispose, ma continuò a compiangere il destino della città finché Albino sentenziò che si trattava di pazzia e lo lasciò andare. Fino allo scoppio della guerra (…) ogni giorno, come uno che si esercitasse a pregare, ripeteva il suo lugubre ritornello: ‘Povera Gerusalemme!’. (…) Per sette anni e cinque mesi lo andò ripetendo senza che la sua voce si affievolisse e senza provare stanchezza fino a che, vedendo nell’assedio verificato il presagio, cessò. Mentre infatti egli andando attorno sulle mura, gridava in maniera acutissima: ‘Guai ancora alla città!’ e ‘Al popolo!’ e ‘Al santuario’, quando alla fine aggiunse: ‘Guai anche a me!’, una pietra lanciata dalla balista lo colpisce ed uccide all’istante; ed egli esalò l’anima che pronunciava ancora quei presagi’ (Ibid., Libro VI, 5 § 3). Ma proseguiamo con la descrizione della distruzione di Gerusalemme. Tito dette poi ordine d’incendiare e saccheggiare la città. E così Gerusalemme fu incendiata e tantissimi suoi abitanti massacrati. La città era presa, era caduta interamente nelle mani dei Romani dopo avere resistito caparbiamente all’assedio dei Romani. La gioia dei soldati romani fu grande; il dolore dei Giudei che si videro sconfitti e videro che la loro città era stata presa e distrutta fu molto grande. Allorquando Tito entrò nella città – dice Giuseppe Flavio – ‘ammirò la città sia per le altre sue fortificazioni sia specialmente per le torri, che i tiranni stoltamente avevano abbandonate. Osservando egli infatti l’altezza della loro massicciata, la grandezza di ciascun macigno, l’accuratezza delle congiunture, e come fossero ampie ed elevate: ‘Davvero – esclamò – abbiamo fatto la guerra con l’aiuto di Dio e fu Dio colui che da queste fortezze tirò abbasso i Giudei! Poiché mani di uomini o macchine che cosa possono contro queste torri?’ (Ibid., Libro VI, 9 § 1)


Ma quanti Ebrei morirono in tutto durante la ribellione? Giuseppe Flavio dice che il numero complessivo dei morti dall’inizio alla fine dell’assedio fu di un milione e centomila [La ragione di questo alto numero di morti, secondo Giuseppe Flavio, è perché molti erano confluiti alla festa degli Azzimi e all’improvviso erano rimasti presi dentro dalla guerra: ‘In quel tempo, dunque, l’intera nazione era stata rinchiusa dal Destino come dentro una prigione, e la guerra prese in mezzo la città zeppa di gente; e così la moltitudine delle vittime superò quella di qualunque strage, umana o soprannaturale’ (Ibid., Libro VI, 9 § 4)]. Molti poi furono fatti prigionieri; il numero fu di novantasettemila. Di questi alcuni (i giovani più belli e alti di statura) vennero messi da parte per la sfilata trionfale a Roma (tra coloro che furono messi da parte per questo evento ci fu anche Simone ben Ghiora), altri furono mandati in catene ai lavori forzati in Egitto, altri ancora furono mandati in dono alle varie provincie a dare spettacolo nei teatri morendo di spada o dilaniati dalle belve feroci, ed infine altri furono venduti come schiavi. L’assedio era ormai terminato (era durato alcuni mesi), per cui Tito dette ‘l’ordine di abbattere tutta la città e il santuario lasciando quelle torri che superavano per altezza le altre – cioè Fasael, Ippico e Mariamme – e quella parte del muro che ricingeva la città ad occidente: questo, affinché servisse da accampamento alla guarnigione che vi sarebbe stata lasciata; le torri, invece affinché segnalassero ai posteri quale, e in che modo fortificata, fosse la città su cui era prevalso il valore dei Romani. Gli abbattitori, pertanto, livellarono tutto il resto del recinto della città in maniera tale, da non lasciare a quei che vi giungessero alcun argomento per credere che quel posto in qualche tempo fosse stato abitato. Questa dunque fu la fine che l’insensatezza degli innovatori arrecò a Gerusalemme, città illustre e presso tutti gli uomini famosa’ (Ibid., Libro VII, 1 § 1).


Tito poi tornò a Roma, dove fu accolto trionfalmente e dove non molti giorni dopo il suo arrivo si tenne una sfilata trionfale per celebrare la vittoria sui Giudei. In questa sfilata furono anche portati gli oggetti presi nel tempio di Gerusalemme, cioè una tavola d’oro, e un candelabro d’oro a sette braccia, ed anche una copia della legge dei Giudei. Il corteo terminò al tempio di Giove Capitolino; qui fu giustiziato Simone figlio di Ghiora. La città di Roma festeggiò così la vittoria sui Giudei. L’imperatore Vespasiano per commemorare il trionfo romano fece iscrivere sulle monete romane queste due parole: Judea capta, ‘la Giudea è conquistata’. Vespasiano introdusse il Fiscus Judaicus, tassa che gli Ebrei di tutto l’Impero dovevano pagare ad uno speciale dipartimento del tesoro imperiale cioè il Fiscus Judaicus. Inoltre Vespasiano ‘ordinò di ricercare tutti i discendenti della tribù di Davide, perché tra i Giudei non rimanesse più nessuno di stirpe reale. Per questo motivo si abbatté sui Giudei un’altra gravissima persecuzione’ (Eusebio, Storia ecclesiastica, Libro III, 12). A Roma poi, per commemorare la vittoria romana sui rivoltosi Ebrei, fu costruito un arco trionfale (completato sotto l’impero di Domiziano), si tratta dell’Arco di Tito; su questo arco si vedono dei soldati romani portare i sacri cimeli tra cui il candelabro a sette braccia che si trovava nel tempio.
Abbiamo dunque visto come Gerusalemme fu assediata dai Romani, come migliaia e migliaia di Giudei morirono durante tutto l’assedio (sia per fame che per mano dei Romani), e come altre migliaia furono mandati in cattività. Tutto ciò avvenne affinché si adempissero le parole che Gesù Cristo aveva pronunziato contro Gerusalemme dirimpetto al tempio alcuni giorni prima di essere messo in croce: “Poiché verranno su te de’ giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, e ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; e atterreranno te e i tuoi figliuoli dentro di te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata” (Luca 19:43-44), ed ancora: “Perché quelli son giorni di vendetta, affinché tutte le cose che sono scritte, siano adempite. Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in que’ giorni! Perché vi sarà gran distretta nel paese ed ira su questo popolo. E cadranno sotto il taglio della spada, e saran menati in cattività fra tutte le genti; e Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili…” (Luca 21: 22-24).
I Giudei seguaci di Cristo però si salvarono tutti perchè allo scoppio della guerra se ne andarono via dalla Giudea e da Gerusalemme. Essi fecero quello che gli aveva detto Gesù: “Quando vedrete Gerusalemme circondata d’eserciti, sappiate che la sua desolazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano a’ monti; e quelli che sono nella città, se ne partano…” (Luca 21:20-21).

Che cosa ci insegna quello che avvenne a Gerusalemme nell’anno 70?

Che anche sotto la grazia Dio è rimasto un vendicatore, e quindi il suo modo di operare non è cambiato per nulla. Si era vendicato di Gerusalemme già secoli addietro, ai giorni del profeta Geremia, quindi prima della venuta di Cristo, e continuò a vendicarsi di questa città anche dopo la venuta di Gesù Cristo. D’altronde – come abbiamo visto – fu Gesù stesso che predicendo la desolazione di Gerusalemme parlò di “giorni di vendetta … ed ira su questo popolo”. Peraltro, che si trattò di una vendetta di Dio sui Giudei lo confermò sempre Gesù quando disse agli scribi e ai Farisei: “Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della geenna? Perciò, ecco, io vi mando de’ profeti e de’ savî e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, affinché venga su voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figliuol di Barachia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare. Io vi dico in verità che tutte queste cose verranno su questa generazione. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta” (Matteo 23:33-38). E perchè Gesù parlò in questi termini? Perchè Egli sapeva e credeva che “l’Eterno vendica il sangue de’ suoi servi, fa ricadere la sua vendetta sopra i suoi avversari” (Deuteronomio 32:43).

Dio dunque non tiene per innocenti i malvagi, ma a suo tempo riversa su di loro la sua ardente ira punendoli come meritano. Non avete mai letto che la Sapienza dice: “Ecco, il giusto riceve la sua retribuzione sulla terra, quanto più l’empio e il peccatore!” (Proverbi 11:31)?

E’ quindi una menzogna quella che tanti pastori vanno diffondendo, secondo cui sotto la grazia Dio non castiga e non fa morire nessuno. Rigettatela e confutatela.

Nessuno di questi cianciatori vi seduca con vani ragionamenti, affinchè non vi troviate anche voi a contrastare la verità e a soffocare la verità con parole false, perchè l’apostolo Paolo dice che “l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà ed ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia” (Romani 1:18).

Chi ha orecchi da udire, oda

Giacinto Butindaro

Note:

[1] Ebreo di discendenza sacerdotale che durante la rivolta che scoppiò in Galilea contro i Romani (66 dopo Cristo) si andò ad arrendere ai soldati Romani capeggiati allora da Vespasiano. Lui stesso racconta nel suo libro Guerra Giudaica come si svolsero i fatti. Quando le truppe di Vespasiano conquistarono la città di Jotapata cercarono Giuseppe che era il capo militare, e lo trovarono nascosto in una spelonca assieme ad altri. Gli fu proposto di arrendersi e lui in un primo tempo aveva deciso di farlo ma i suoi compagni minacciarono di ucciderlo. Al che lui propose ai suoi compagni di uccidersi l’un l’altro tirando a sorte. Ma Giuseppe rimasto per ultimo assieme ad un altro suo compagno, per evitare di essere messo a morte dal suo compagno nel caso la sorte lo avesse condannato, o di dovere lui medesimo uccidere l’altro nel caso contrario, persuase il suo compagno affinché si andassero ad arrendere ai Romani. Giuseppe fu dunque condotto davanti a Vespasiano il quale ordinò che fosse tenuto sotto sorveglianza, perché lo voleva inviare di lì a poco a Nerone. Udito questo, Giuseppe disse che voleva parlargli in privato, al che Vespasiano acconsentì tenendo vicino a lui il figlio Tito e due sue amici. Ecco quello che Giuseppe disse a Vespasiano in questo incontro privato: ‘Tu, Vespasiano, credi di aver catturato in Giuseppe un prigioniero, e ciò soltanto; io, invece, vengo a te come nunzio di cose maggiori. E in realtà, qualora io non fossi stato preinviato da Dio, conoscevo la legge dei Giudei e quale morte s’addica ai generali. Tu m’invii a Nerone. E che dunque? … coloro che fino a te succederanno a Nerone, rimarranno? Tu, Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e questo tuo figlio. Stringimi adesso in catene più sicure, e custodiscimi per te stesso! Tu, in realtà, sarai padrone non soltanto di me, o Cesare, ma anche della terra e del mare e di tutto il genere umano! Io poi domando in punizione una prigionia più rigorosa, se piglio alla leggera le parole di Dio!’ (G. F., La Guerra Giudaica, Libro III, 8 § 9). Da quello che dice l’autore poco prima, egli aveva avuto dei sogni in cui Dio gli aveva preannunciato le imminenti calamità dei Giudei e sia le cose future dei re romani. Vespasiano udendo queste cose non ci prestò attenzione perché pensava che Giuseppe gli diceva quelle cose per salvarsi la vita. Poi però quando vide che la predizione si era avverata decise di metterlo in libertà. Giuseppe quindi decise di raccontare la rivolta in Galilea e quella in Gerusalemme scrivendo La Guerra Giudaica, un opera letteraria che ci fa capire piuttosto bene come gli Ebrei si ribellarono ai Romani in quegli anni, e soprattutto di che portata fu la sconfitta degli Ebrei sia nella Galilea che in Gerusalemme.

 

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