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L’astuzia e la malvagità usate dai Gesuiti per ‘la maggior gloria di Dio’

220px-ihs-logo-svg-1Quando si parla delle persecuzioni che tanti nostri fratelli subirono in Europa dopo che scoppiò la Riforma non si può non parlare dei Gesuiti, chiamati anche Compagnia di Gesù e a ragione soprannominati ‘gli uomini del papa’ per la loro cieca ubbidienza al papa. E questo perché essi furono coloro che più di altri si diedero da fare con il permesso del papa per estirpare il ‘protestantesimo’ da dove si era diffuso e convertire al cattolicesimo coloro che lo avevano abbandonato. Vediamo dunque di dare qualche cenno storico e dottrinale su questo ordine della chiesa cattolica romana tuttora esistente nel suo seno e tuttora molto influente in essa.

Il fondatore di questo ordine fu uno spagnolo di nome Ignazio Loyola (1491 ca. – 1556). Costui assieme a dieci suoi amici che egli aveva reclutato per formare un ordine che doveva avere come obbiettivo la conversione degli infedeli, dopo avere assieme a loro redatto gli statuti della loro Società ed averla chiamata ‘Compagnia di Gesù’ ne chiese l’approvazione a Paolo III il quale gliela accordò il 17 settembre del 1540. Ai tre voti ordinari di castità, di povertà e di obbedienza, la società ne aggiunse un altro. Essa giurava di ‘votare la sua vita al servizio costante di Cristo e dei papi, di combattere sotto la bandiera della Croce, di servire solo il Signore e il romano pontefice, suo vicario in terra; essa s’impegnava d’obbedire al papa ed i suoi successori in tutto quanto concerneva la salvezza delle anime e la propagazione della fede, qualunque fossero i paesi ove li avrebbero condotti gli ordini di Sua Santità’. Così il papa si trovò a sua disposizione un ordine pronto a tutto pur di difendere i suoi interessi che in quel tempo erano fortemente attaccati dai Protestanti le cui idee si erano diffuse per tutta l’Europa.

L’ordine era strutturato gerarchicamente. Al suo vertice c’era il generale. Egli aveva il diritto di fare le costituzioni e le regole, conferiva tutte le cariche, regolava ed ordinava a suo piacimento tutta la società; tutta l’autorità dei provinciali e degli altri superiori dipendeva da lui; poteva dispensare dalle costituzioni e dai voti; insomma era un monarca assoluto a cui tutti dovevano una obbedienza cieca. Il primo generale fu Ignazio Loyola.

Il corpo della compagnia era composto da quattro categorie o gradi. La prima categoria o grado era quella dei preti professi che avevano pronunciato i tre voti solenni di povertà, castità, e obbedienza e aveva fatto uno speciale voto di ubbidienza al papa. Anche se tutti i Gesuiti erano tenuti ad ubbidire al papa i preti professi facevano questo particolare voto. Solo i Gesuiti di questa categoria potevano accedere alla carica di generale e ai posti immediatamente inferiori.

La seconda categoria o grado era costituita da preti che prendevano i voti semplici, non solenni, e che non pronunciavano il quarto voto al papa. Erano chiamati coadiutori spirituali.

Il terzo grado era quello dei fratelli laici; questi non diventavano mai preti, ma prendevano i tre voti semplici ed erano incaricati del lavoro manuale nelle case: cucinare, pulire, ecc.

La quarta categoria era quella dei giovani allievi, generalmente chiamati scolastici perché la loro preparazione avveniva attraverso le varie scuole del sapere. Alla fine dei loro studi venivano ordinati preti e a secondo dei loro progressi entravano tra i professi o tra i coadiutori spirituali.

Per entrare nell’ordine occorreva prima seguire un periodo di noviziato che durava due anni durante il quale il novizio era sottoposto ad una dura disciplina perché doveva perdere la sua individualità e mettersi interamente nelle mani del suo superiore. Chi riusciva a superare il noviziato prendeva i tre voti semplici; alcuni restavano fratelli laici, altri continuavano come scolastici per diventare professi o coadiutori spirituali. Alla fine dell’istruzione pronunciavano i voti finali; i professi aggiungevano anche il quarto voto speciale.

Gli effettivi della compagnia erano organizzati in ‘provincie’ in cui si trovavano le diverse case dell’ordine che erano di sei tipi. Le residenze (per scrittori, studiosi, superiori locali, membri a riposo o malati); le case di studio (per giovani Gesuiti); un noviziato (dove venivano esaminati e preparati gli aspiranti della provincia); e poi c’erano scuole e collegi destinati all’educazione dei laici e case per il ritiro spirituale dove i laici andavano in cerca di aiuto spirituale o per compiere delle devozioni. Ogni casa aveva un superiore (sotto cui c’erano altri superiori intermedi), e al di sopra di tutti i superiori delle case della provincia c’era un provinciale e al di sopra di tutti i provinciali c’era un assistente che risiedeva a Roma con il generale.

Ad ogni Gesuita era richiesto di ubbidire incondizionatamente al suo superiore qualunque cosa egli gli ordinasse infatti nel libro delle regole dei Gesuiti dal titolo Regulae societatis Jesu alla costituzione numero 36 si legge: ‘Ciascuno persuada sé stesso, che coloro che vivono sotto la ubbidienza, sono condotti e diretti dalla divina provvidenza; e che perciò debbono lasciare che i superiori lo trattino come se fosse un cadavere, che si lascia far tutto senza lagnarsi; ovvero come il bastone di un vecchio, il quale colui che lo tiene in mano se ne serve quando, dove, ed in qualunque cosa egli vuole’. Il Gesuita doveva vedere nella persona del superiore Gesù stesso: nella regola n° 16 e 18 si legge: ‘Non guardate nella persona del superiore l’uomo soggetto ad errare, e sottoposto alle umane miserie; ma riguardate in lui la stessa persona di Cristo, che è somma sapienza, immensa bontà, e carità infinita, il quale né può essere ingannato, né può volere ingannare voi. E siate certi che seguendo la volontà del superiore, voi seguite con tutta certezza la divina volontà. Voi dovete fermamente credere che tutto quello che il superiore comanda è precetto e volere di Dio’. Con simili regole è chiaro che il Gesuita ritenesse il suo superiore infallibile e perciò disubbidirgli per lui avrebbe significato disubbidire a Dio. E poi che il superiore si trovava nei confronti di coloro che erano alle sue dipendenze in una posizione che gli permetteva di far fare loro tutto quello che avrebbe voluto senza essere contraddetto. Inoltre, affinché il superiore conoscesse bene i suoi schiavi alla costituzione n° 40 era prescritto al Gesuita che entrava nella compagnia che egli ‘debba manifestare al superiore tutta la sua coscienza con grande umiltà, purità e carità, non nascondendo nulla di quello col quale avesse potuto offendere Iddio, e renda ad esso, od a chi sarà da lui deputato, un intero conto della sua vita precedente; ed ogni sei mesi renda poi lo stesso conto incominciando dall’ultimo’. Il Gesuita aveva inoltre l’ordine di non riferire agli esterni le cose dell’ordine. Le regole comuni n° 38 e 39 dicono infatti: ‘Nessuno riferisca a quei di fuori quello che si fa o si pensa fare fra noi. Nessuno, senza espressa licenza del superiore, comunichi le nostre costituzioni, i nostri libri, ovvero scritti nei quali si contengono le nostre ordinazioni o privilegi. Nessuno dia o mandi fuori le istruzioni spirituali, le meditazioni, o gli esercizi della società’.

L’ordine si proponeva di convertire gli eretici e i pagani tramite la predicazione, l’insegnamento e la confessione. Esso affermava di fare tutto ad majorem Dei gloriam (a maggiore gloria di Dio) il che significava a maggiore gloria del papato perché per i Gesuiti glorificare il papa – per loro il vicario di Cristo sulla terra – significava glorificare Dio. Ecco perché diversi papi concessero loro tanti privilegi e li appoggiarono; perché la loro opera tendeva a consolidare ed estendere il dominio del papato nel mondo. Ma nello stesso tempo, e questo lo si deve ben tenere presente, l’ordine procacciava pure i suoi propri fini che erano quelli di voler dominare il mondo e arricchirsi.

Ma l’ordine affermava altresì che per raggiungere i propri obbiettivi erano leciti tutti i mezzi anche quelli illeciti (o come esso affermava tutti i mezzi erano indifferenti), e quindi la menzogna [1], l’astuzia [2], il furto [3], la frode [4] e la violenza ecc. erano consentiti. Avevano una morale che giustificava il peccato con ogni sorta di sofismi, cosicché l’aborto, l’omicidio, l’adulterio, il furto, il duello, la menzogna, la doppiezza, l’idolatria, l’impurità, erano permessi in svariate circostanze e se non diventarono proprio delle virtù di certo venivano fatti passare per delle lievi colpe o per cose da nulla. Insomma il peccato nelle mani dei Gesuiti divenne irriconoscibile e nei loro libri introvabile. Per cui con le loro lusinghe si acquistarono il favore di coloro che prendevano piacere in ogni sorta di peccato. Perché questo era il loro scopo, volgere più persone dalla loro parte per dopo spogliarle dei loro beni se erano ricche e se in posti di autorità per usarsi di loro per estendere la compagnia nel loro paese. La diabolica massima il fine giustifica i mezzi era (ed è) l’essenza del gesuitismo. Si insediarono alle corti dei re e dei principi sia come predicatori che come confessori e riuscirono con la loro astuzia ad avere da loro il permesso di aprire collegi ed altre istituzioni e a persuaderli a distruggere quelli che per loro erano degli eretici. In Italia aprirono diversi collegi, furono protetti dai principi e presero parte ai massacri dei Valdesi sia al nord che al sud d’Italia. Anche nelle altre nazioni aprirono dei collegi, e si cattivarono l’amicizia di imperatori e principi (facendogli credere che cercavano il loro interesse) per indurli a favorire la loro società e sterminare i Protestanti [5]. Quando qualche re dimostrava di favorire il protestantesimo a danno del cattolicesimo o di non gradire la ‘Compagnia di Gesù’ nel suo paese essi erano pronti a toglierlo di mezzo o ad incoraggiare altri a farlo. Perché anche questo era permesso ad majorem Dei gloriam. Suarez, uno dei loro teologi più conosciuti disse infatti che un re eretico prima può essere deposto, e dopo, se continua a regnare può essere legalmente ucciso come un tiranno. Ecco le sue parole: ‘Ma però data che è la sentenza, (il Sovrano) è decaduto dal trono, sicché per giustizia, non può più possederlo. Fin d’allora adunque può essere trattato come un Tiranno, e come tale da qualunque privato può essere ucciso’ (Franc. Suarez, Def. Fid. Cathol. lib. VI, cap. 4) (questa diabolica dottrina si chiama regicidio). Alcuni esempi che confermano questo loro modo di agire sono i seguenti. Baldassare Gèrard, l’assassino di Guglielmo d’Orange, ‘confessò che aveva partecipato la sua intenzione al rettore del collegio dei Gesuiti di Trèves, il rettore la aveva approvata, gli aveva impartito la benedizione, assicurandolo che ove avesse perduto la vita eseguendo l’attentato, sarebbe stato compreso nel numero dei martiri’ (G. Huber, I Gesuiti, Roma 1909, pag. 134). Ma non sempre riuscirono i loro complotti contro i re; per esempio il re del Portogallo scampò all’attentato che i Gesuiti avevano ordito per ucciderlo [6] e per questo vennero espulsi con la forza dal paese, imbarcati su navi reali e sbarcati sulle coste dello Stato della chiesa e tutte le loro proprietà furono confiscate (questo avvenne tra il 1759 e il 1761). Anche in Inghilterra un tentativo di assassinare il re non ebbe il risultato che essi volevano perché fu scoperta la mina che doveva fare saltare il parlamento alla sua apertura il 7 febbraio 1605. I tre Gesuiti che erano tra i congiurati fuggirono, ma furono presi, processati e condannati a morte.

L’ordine fu soppresso (anche se i Gesuiti nella pratica continuarono a sussistere in Prussia e in Russia) da Clemente XIV nel 1773 [7] ma fu restaurato da Pio VII nel 1814. E in mezzo a molte polemiche sussiste ancora in seno alla chiesa cattolica romana [8].

NOTE

[3] Sul furto, Casnedi, un loro teologo, affermava: ‘Dio non proibisce il furto se non che quando esso è riconosciuto come cattivo; ma quando è considerato come buono, non è vietato’ (Casnedi, Giudizi teologici, tomo I, pag. 278). Appoggiandosi su questo diabolico insegnamento i Gesuiti si sono appropriati nel corso dei secoli per il mondo intero dei beni altrui con l’astuzia, sempre naturalmente ad majorem Dei gloriam. Per esempio tante volte hanno carpito con l’inganno a danno dei legittimi eredi (tra i quali molti sono stati da loro calunniati e poi fatti cacciare in prigione) donazioni e testamenti. Avendo l’autorità di confessare quando si presentavano al letto dei ricchi che erano in procinto di morire e che confessavano di essersi arricchiti illecitamente gli dicevano che se volevano salvarsi dovevano dare il loro denaro ai santi in cielo. E per sostenere ciò prendevano le parole di Gesù: “Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; affinché, quand’esse verranno meno, quelli vi ricevano ne’ tabernacoli eterni” (Luca 16:9); che loro interpretavano astutamente in questa maniera: se essi davano le loro ricchezze acquistate illecitamente ai preti o ai frati in onore dei santi (facendosi in questa maniera per amici i santi in cielo) si sarebbero guadagnati il paradiso. E così avveniva che il moribondo non veniva esortato a pentirsi e a riparare i danni fatti restituendo i beni a coloro che erano stati da lui frodati ma venivano esortati a lasciare i suoi beni ai Gesuiti (e i legittimi eredi naturalmente si ritrovavano senza nulla). Ma questa non è che una delle svariate maniere in cui i Gesuiti si sono arricchiti alle spalle delle persone facendo ricorso all’astuzia. Di loro si può ben dire quello che dice Geremia: “Son diventati potenti nel paese, ma non per agir con fedeltà; poiché procedono di malvagità in malvagità, e non conoscono me, dice l’Eterno” (Ger. 9:3).

[4] Ecco come i Gesuiti dovevano comportarsi verso le vedove ricche e verso gli uomini ricchi: ‘…se queste vedove accettano simili offerte e cominciano a visitare le nostre chiese, si proveggano le medesime di un confessore dei nostri per dirigerle, particolarmente per farle perseverare nello stato vedovile, enumerando e lodando gli effetti e la felicità di questo stato, e si facciano i nostri padri mallevadori di quell’eterno merito che verranno esse ad acquistarsi nel conservarsi in un tale stato, e di essere anche un rimedio efficacissimo per evitare le pene del purgatorio’ (Secreta monita societatis Jesu – Le norme segrete della società di Gesù -, cap. VI, 1); ‘…Si descrivano ancora i vizi e i cattivi costumi di altri che aspirassero alle sue nozze, sempre che si avvegga il direttore che tali persone sieno di genio alla vedova, acciocché possa con tutti aborrire le seconde nozze’ (op. cit., capo VI, 9); ‘Si visitino spesso, e si ricreino, e si rallegrino con giocondi discorsi, ed istorie spirituali, ed ancor con facezie secondo l’umore ed inclinazione di ciascheduna’ (ibid., capo VII, 4); ‘Finalmente, purché non vi sia pericolo che queste vedove lascino l’affezione alla società e ci voltino le spalle, anzi proseguiscano ad esserci sempre più fedeli e liberali, si conceda loro tutto ciò che ricerca il piacere, il lusso e la sensualità, ma moderatamente ed escluso lo scandalo’ (ibid., capo VII, 7); ‘Per indurre la medesima vedova a testare di tutto ciò che possiede a favore della nostra Società si proponga la perfezione dello stato degli uomini santi, i quali, abbandonato il mondo ed i parenti, e rinunciati tutti i beni, servirono a Dio con gran rassegnazione e con ilarità di animo. Si espongano a questo effetto tutte quelle cose che si dicono e si enunciano nella costituzione e nell’esame della Società intorno a queste rinunzie e distacchi da tutti i beni che si posseggono. Si alleghino gli esempi di quelle vedove le quali in tal guisa in poco tempo diventarono sante, con speranza di canonizzazione, perché in tal maniera hanno perseverato sino alla fine della vita; e si dimostri alle medesime che non mancherà l’autorità dei nostri religiosi presso il papa per venire all’atto di questa canonizzazione’ (ibid., capo VII, 10); ‘Tutte queste cose che si sono dette delle vedove dovranno eseguirsi ancora in ordine ai mercanti, ai ricchi cittadini, agli ammogliati privi di prole, dai quali la società non rade volte acquisterà tutta l’eredità, se prudentemente si eseguiranno queste regole’ (ibid., capo IX, 4); ‘Se accaderà che le vedove o i ricchi a noi addetti abbiano figlie, procurino i nostri religiosi di incamminarle dolcemente allo stato di bizzocche o di monache con far loro lasciare una onesta dote, e gli altri beni poi a poco a poco si acquistino per la Società. Che se abbiano figli i quali siano atti per la Società, si procuri di tirarli alla medesima…’ (ibid.,capo IX, 8).

[5] Ecco come i Gesuiti erano ammaestrati a comportarsi nei confronti dei principi delle nazioni ad majorem Dei gloriam: ‘Insegnando poi la sperienza, che i principi ed i magnati allora specialmente sono attaccati alle persone ecclesiastiche quando queste dissimulano le loro odiose pratiche, e piuttosto interpretano le medesime nel miglior senso, come sarebbe nei matrimoni da contraersi cogli affini e consanguinei o simili, dovendosi in tal caso animare ed incoraggiare quei signori che mostrano un tal desiderio, ed anche speranzarli che per mezzo dei nostri religiosi possano facilmente impetrarsi simili dispense dal papa, il quale le concederà, se si spieghino le ragioni, si adducano gli esempi, e si portino le favorevoli opinioni, col pretesto del bene comune e della maggior gloria di Dio, che è lo scopo della Società’ (Secreta monita societatis Jesu – Le norme segrete della società di Gesù –, capo II, 2); ‘Le persone più particolarmente favorite e domestiche dei principi, delle quali essi principi si servono familiarmente, dovranno vincersi ed obbligarsi per mezzo di piccioli doni, e particolarmente per mezzo di varii offizi di pietà, acciocché informino i nostri religiosi fedelmente degli umori e delle inclinazioni dei principi e dei magnati; e così facilmente la Società troverà la maniera di accomodarsi all’animo dei principi medesimi’ (op. cit., capo II, 5); ‘I nostri religiosi dirigano talmente le coscienze dei principi e della nobiltà, che mostrino, che tutto venga da essi religiosi suggerito, tenda unicamente alla maggiore gloria di Dio, ed a quella medesima autorità di coscienza, che gli stessi principi richieggono dai medesimi religiosi. Ma per quanto riguarda la direzione dei medesimi signori ad un esterno e politico governo, dovrà farsi dai nostri confessori e predicatori a poco a poco, ed insensibilmente non meno nella confessione, che nei familiari discorsi’ (ibid., capo IV, 1); ‘Si ricordino principalmente i confessori e predicatori nostri di trattare soavemente e blandamente i principi, di non mai riprenderli nelle prediche e nei privati colloqui, di scacciare da essi tutti i timori e di esortarli particolarmente nella speranza, nella fede e nella giustizia politica’ (ibid., capo IV, 4).

[6] Il cardinale Acciajuoli quando tornò dal Portogallo avrebbe dichiarato ‘that the Jesuits were undoubtedly the authors of the attempted assassination of H. M. Dom. Joseph’ (‘che i Gesuiti erano senza dubbio gli autori del tentato assassinio di H. M. Dom. Joseph’). Cfr. Leopold von Ranke, op. cit., pag. 1031.

[7] Luigi Desanctis racconta in Roma papale che poco dopo la soppressione dei Gesuiti si trovò una mattina affisso sulle porte del Vaticano un cartello con queste lettere I. S. S. S. V. Nessuno capiva il significato ed il cartello fu portato al papa il quale lo comprese immediatamente perché prima di diventare papa era stato frate e conosceva i Gesuiti. Egli lo lesse così: ‘In settembre sarà sede vacante’. Il 22 settembre del 1774 il papa morì. Sia nella maniera in cui morì e sia sul suo cadavere furono riscontrati i segni di un avvelenamento.

[8] La Pontificia Università Gregoriana, il Pontificio Istituto biblico, e il Pontificio Istituto di studi orientali, che si trovano qui a Roma sono tutti gestiti dai Gesuiti. Francis Sullivan e Carlo Maria Martini, ora arcivescovo cardinale di Milano, tramite cui, viene detto, il movimento carismatico cattolico si è diffuso qui a Roma sono Gesuiti. Civiltà cattolica è un periodico dei Gesuiti. Pierre Teilhard de Cardin, molto apprezzato nel New Age, era un Gesuita che al suo tempo fu condannato dalla chiesa cattolica per le sue idee panteiste ma oggi è riconosciuto da molti Cattolici come ‘un teologo all’avanguardia dei suoi tempi’ e come ‘ il più grande modello per il pensatore cattolico moderno’. Tra i canonizzati santi della chiesa cattolica Bellarmino, Francesco Saverio, Luigi Gonzaga, erano Gesuiti.

Molti Gesuiti di oggi insegnano apertamente cose che si oppongono alla dottrina cattolica (per esempio approvano l’omosessualità, l’aborto, il sacerdozio delle donne, il coinvolgimento diretto nella politica, mettono in dubbio la divinità di Cristo, l’infallibilità papale, ecc.) per cui non sono affatto ben visti dal papa. Si deve quindi dire che i Gesuiti nel loro insieme non sono più gli uomini del papa (quali erano per esempio al tempo di Loyola) di cui il papa si può fidare per mantenere ed estendere la sua autorità nel mondo. E’ guerra aperta ormai tra papa e Gesuiti. Giovanni Paolo I eletto papa il 26 Agosto 1978 aveva un atteggiamento sfavorevole alla compagnia di Gesù e si proponeva di pronunciare un duro discorso di monito alla Congregazione generale dei Gesuiti che si sarebbe tenuta a Roma il 30 settembre 1978. Il papa aveva in mente, se la Compagnia non ritornava ad assumere il ruolo che gli era stato assegnato, di liquidare definitivamente l’ordine. Ma quel discorso non poté tenerlo perché la mattina del 29 settembre fu trovato morto sul suo letto. Giovanni Paolo II nel 1981 depose l’allora Generale dell’ordine Pedro Arrupe perché aveva fama di liberale (costui infatti permetteva la pubblicazione di libri di autori Gesuiti che andavano contro gli insegnamenti tradizionali della chiesa cattolica) e nominò un altro al suo posto. Il cattolicesimo rimane comunque fortemente impregnato di gesuitismo perché molti istituti cattolici sono in mano ai Gesuiti e là gli studenti imparano la ‘morale’ dei Gesuiti.

 

Tratto dal libro di Giacinto Butindaro ‘La Chiesa Cattolica Romana’ pag. 321-324

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