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Massoneria e finanza

La Massoneria ha forti legami con l’alta finanza, l’economia e gli affari (legami che ovviamente determinano anche scelte e indirizzi politici sia a livello nazionale che internazionale); e questo perchè ‘da sempre la libera muratoria rappresenta le élites, il mondo dell’establishment’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 351).


Prima di parlare di questi legami però è bene tenere presente che la massoneria ha avuto un ruolo fondamentale nell’unità d’Italia, in quanto dietro Garibaldi e Cavour c’era la Massoneria inglese, che infatti finanziò la spedizione dei Mille condotta da Giuseppe Garibaldi, lui stesso massone (anzi ‘Primo massone d’Italia’). Ed inoltre bisogna considerare che i primi passi dell’Italia unita furono guidati da un Parlamento costituito in gran parte da massoni ed è cosa risaputa che i Massoni si aiutano tra di loro per cui i politici massoni spesso e volentieri aiutano e favoriscono i finanzieri e imprenditori massoni e viceversa. D’altronde è stato provato che persino nella magistratura i giudici massoni non sono imparziali, in quanto favoriscono i loro fratelli massoni nei processi. Tra i numerosi parlamentari che erano massoni ricordiamo i seguenti.


Bonaventura Mazzarella (1818-1882). Il 27 gennaio 1861, quando si tennero le consultazioni elettorali per scegliere il primo Parlamento del Regno d’Italia, fu eletto nel collegio di Gallipoli. Nel gennaio 1863 riprese la sua attività di magistrato dopo essere stato richiamato dal ministro di Giustizia a svolgere le funzioni di consigliere presso la corte d’appello di Genova. La nomina a magistrato lo costrinse a dimettersi da deputato fino alle elezioni del 22 ottobre 1865, quando entrò alla Camera, dove sarebbe rimasto anche per le successive legislature schierato nelle fila dell’estrema Sinistra.


Carlo Pellion di Persano (1806-1883). Deputato nelle legislature VII e VIII per il collegio della Spezia, divenne Ministro della Marina nel primo governo Rattazzi e fu nominato senatore l’8 ottobre 1865.


Agostino Depretis (1813-1887). Fu presidente del Consiglio dei ministri italiano ben nove volte tra il 1876 e il 1887.


Michele Coppino (1822-1901). Nel 1860 venne eletto nell’ultima legislatura del Regno di Sardegna, e rieletto nel 1861 nella prima legislatura del Regno d’Italia. Da allora fece parte del Parlamento quasi ininterrottamente per quarant’anni, e fu più volte Presidente della Camera dei deputati. Ministro della pubblica istruzione nel primo e nel secondo governo Depretis (1876-1878), nel 1877 varò la riforma (Legge Coppino) che rese obbligatoria e gratuita la frequenza della scuola elementare. Fu nuovamente ministro dell’istruzione nei governi Depretis e Crispi tra il 1884 e il 1888.


Francesco Crispi (1818-1901). Fu presidente del consiglio dei ministri del Regno d’Italia dal luglio 1887 al febbraio 1891 e dal dicembre 1893 al marzo 1896.


Giuseppe Zanardelli (1826-1903). Fu per alcune volte presidente della Camera; ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo Depretis del 1876 e ministro della Giustizia nel governo Depretis del 1881. Fu inoltre Presidente del Consiglio dei ministri dal 1901 al 1903.


Tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, la massoneria ebbe un ruolo importante nel decollo economico e finanziario del Nord Italia, infatti la Banca Commerciale Italiana (Comit) – che è stata una delle prime e più importanti banche italiane – fu fondata nel 1894 dal massone Otto Joel (insieme a Federico Weil) il quale ne fu direttore centrale tra il 1894 e il 1908, e successivamente ne fu amministratore delegato. Sarà proprio Otto Joel a chiamare in Italia il potente banchiere massone Giuseppe Toepliz nel 1891, il quale avrà grande parte nello sviluppo del Nord industriale italiano negli anni a venire. Terminata la prima guerra mondiale, la Comit contribuì alla riconversione postbellica dell’apparato produttivo. Nel corso degli anni venti, la banca – guidata da Giuseppe Toeplitz – fu sempre più coinvolta nel finanziamento dei grandi gruppi industriali, diventandone in molti casi azionista di maggioranza. Nello stesso periodo la Comit proseguì la sua espansione all’estero, soprattutto nell’Europa Centrale, Orientale e balcanica, fino alla Turchia e all’Egitto.


La grande economia – spiega lo storico Aldo Mola – era in mano allora a uomini della finanza di appartenenza massonica: ‘Giuseppe Volpi, Otto Joel, Giuseppe Toepliz, vale a dire l’alta banca privata, Bonaldo Stringher, direttore generale della Banca d’Italia e membro autorevole della ‘Dante Alighieri’, e numerosi altri esponenti di prima fila del mondo finanziario, largamente rappresentato tra le colonne dei Templi massonici oltre che presso Borse, Camere di commercio, consigli d’amministrazione di società finanziarie, commerciali, industriali, erano andati ultimamente imprimendo fiduciosa e dinamica baldanza alla politica estera italiana’ (Aldo Mola, Storia della Massoneria Italiana, pag. 393-394).


Tra gli imprenditori massoni che in quel periodo contribuirono a far decollare l’economia dell’Italia Unita, segnaliamo il potente imprenditore Luigi Orlando che apparteneva alla Loggia segreta Propaganda, che era stata creata nel 1877 per accogliere importanti personaggi della vita politica, economica e finanziaria del paese. Luigi Orlando (1862-1933) comprò nel 1902 da un gruppo di francesi la Società Metallurgica Italiana (SMI) che era una società metallurgica con tre stabilimenti situati a Limestre, Livorno e Mammiano. Nel 1905 poi Orlando fondò la SELT – Società Ligure Toscana di Elettricità con il sostegno del gruppo industriale degli Odero di Genova e della Banca Commerciale Italiana.


Nel primo dopoguerra la massoneria finanziò il movimento fascista aiutandolo ad andare al potere, e questo perchè ‘nel primo dopoguerra la massoneria, composta in prevalenza di elementi della piccola e media borghesia, sebbene si ispirasse a un patriottismo democratico di origine risorgimentale e coltivasse in larga misura propensioni progressiste, fu coinvolta dalla paura del bolscevismo e dall’ansia del ristabilimento dell’ordine. «Si spiega così come mai alcune logge vedessero con favore il movimento fascista fin dalle origini e molti massoni partecipassero a questo e poi al Pnf» …. «Questi massoni fascisti appartenevano in parte a logge dipendenti dal Grande Oriente di Palazzo Giustiniani, di cui era Gran Maestro Domizio Torrigiani, e in parte forse maggiore alle logge scissioniste di tendenza conservatrice, dipendenti dalla Gran Loggia di piazza del Gesù di cui era Gran Maestro Raoul Palermi, che a Mussolini, già incontrato alla vigilia della marcia su Roma, conferì in seguito la sciarpa e il brevetto di 33° grado». Il rapporto tra fascismo e massoneria, quindi, per alcuni anni fu tutt’altro che conflittuale. «E’ così, a cominciare dal finanziamento offerto da alcune logge milanesi alle squadre fasciste che si apprestavano a marciare su Roma. L’andata al potere del fascismo, del resto, fu auspicata da Palazzo Giustiniani fin dal 19 ottobre del 1922, pur con l’avvertimento che ‘i massoni sarebbero insorti a difesa della libertà, qualora venisse imposta all’Italia una dittatura o un’oligarchia’. Tra i finanziatori del nascente fascismo vi furono gli industriali massoni Cesare Goldmann e Federico Cerasola e il ‘fratello’ Napoleone Tempini, poi perseguitati dallo stesso Mussolini. Il fascio di Milano fu fondato da Mussolini il 21 marzo del 1919 al numero 9 di piazza San Sepolcro, grazie a Cesare Goldmann, che mise a sua disposizione il salone dell’Alleanza industriale e commerciale di Milano. Fra gli intervenuti c’erano i ‘fratelli’ Eucardio Momigliano, Camillo Bianchi e Pietro Bottini; Michele Bianchi, affiliato a piazza del Gesù; Ambrogio Binda, medico personale di Mussolini e massone di piazza del Gesù; Federico Cerasola, presidente del Collegio dei venerabili delle logge milanesi obbedienti a Palazzo Giustiniani; Roberto Farinacci, iscritto alla massoneria di Palazzo Giustiniani nel 1915 e passato a quella di piazza del Gesù nel 1921; Decio Canzio Garibaldi, Mario Giampaoli e il citato Cesare Goldmann; Luigi Lanfranconi, massone di piazza del Gesù; Giovanni Marinelli; Umberto Pasella, affiliato a piazza del Gesù; Guido Podrecca, direttore de ‘L’Asino’; Luigi Razza, affiliato a piazza del Gesù: e Cesare Rossi’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 327-329). Ricordiamo peraltro che l’economista massone Alberto Beneduce (1877-1944), conoscitore e manovratore dei meccanismi finanziari, lavorò nell’ombra per lunghi anni con Benito Mussolini (che aveva grande stima di lui) e il suo ruolo fu essenziale nella ristrutturazione dell’economia italiana successiva alla crisi mondiale del 1929. Il Beneduce fu infatti tra gli artefici della creazione dell’IRI e suo primo presidente. L’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) è stato un ente pubblico italiano, istituito nel 1933 per iniziativa dell’allora capo del Governo Benito Mussolini al fine di evitare il fallimento delle principali banche italiane (Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) e con esse il crollo dell’economia, già provata dalla crisi economica mondiale iniziata nel 1929.


Nel secondo dopoguerra, alla ricostruzione dell’economia italiana ha dato un forte impulso oltre che la Comit anche Mediobanca, un istituto di credito italiano fondato nel 1946 per iniziativa di Raffaele Mattioli (allora Presidente della Banca Commerciale Italiana che ne fu promotrice insieme con il Credito Italiano) e di Enrico Cuccia (che ne fu il Direttore Generale dalla fondazione al 1982). ‘Mediobanca fu costituita per soddisfare le esigenze a media scadenza delle imprese produttrici e per stabilire un rapporto diretto tra il mercato del risparmio e il fabbisogno finanziario per il riassetto produttivo delle imprese, reduci dalle devastazioni della Seconda guerra mondiale’. Ebbene, il banchiere Enrico Cuccia (1907-2000), era un massone membro della loggia massonica segreta ‘Giustizia e Libertà’ (cfr. Aldo Mola, Storia della Massoneria Italiana, pag. 744), ed è stato uno degli uomini più potenti d’Italia (ed anche d’Europa) fino alla sua morte. Raffaele Mattioli, stando alla biografia ufficiale, non era massone, ma sul sito del Grande Oriente democratico si dice di lui ‘che di Massoneria ed Esoterismo se ne intendeva assai’ (in Mario Monti massone a sua insaputa /parte II del 22-23 gennaio 2012 – http://www.grandeoriente-democratico.com/). In merito al ruolo della Comit e di Mediobanca nella ricostruzione economica postbellica, è interessante quello che dice lo storico Silvano Danesi: ‘Il piano Marshall era uno strumento economico strettamente connesso con la Nato, ossia con la partecipazione a un’alleanza difensiva che legava tra loro le due sponde dell’Atlantico. Gli Americani, quando pensarono al nostro Paese, delegarono in buona sostanza il governo della nazione ai cattolici, che avevano il consenso della maggioranza della popolazione e una rete diffusa di presidi (le parrocchie) sul territorio; mentre la gestione dell’economia fu affidata alla finanza laica che, nella fattispecie, era incarnata da Comit e da Mattioli. Mattioli, la Comit, Mediobanca e Cuccia sono stati, dunque, gli interlocutori e i garanti di una ricostruzione che doveva avvenire all’interno di un patto, quello atlantico, che scaturiva dalla sconfitta del fascismo e del nazismo. […] Mattioli fu il garante di quel patto sul versante finanziario, così come De Gasperi lo fu su quello politico. […] La Comit e Mediobanca, indipendentemente dal fatto che Cuccia fosse massone, sono state, in primo luogo, la cabina di regia della ricostruzione dell’economia reale e del capitalismo italiani all’interno di uno schema atlantico’ (in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 335-336).


Veniamo ora alla FIAT che ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo economico dell’Italia nel dopoguerra. Dice Ferruccio Pinotti che ‘i padroni della Fiat hanno sempre avuto rapporti di simpatia e frequentazione con il mondo massonico [….]. Tutto l’ambiente in cui si muovono gli Agnelli, sin dalla fine dell’Ottocento, è di impronta massonica’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 351).


Giovanni Agnelli senior (1866-1945), che fu tra i fondatori della casa automobilistica FIAT nel 1899 e ne fu amministratore delegato e presidente, aveva come stretto collaboratore di alto livello il professore Attilio Cabiati, che era un massone. Peraltro, nel 1908 la massoneria venne in aiuto a Giovanni Agnelli – che era imputato di illecita coalizione, aggiotaggio e falso in bilancio – infatti Vittorio Emanuele Orlando, che era l’allora ministro della Giustizia e che era un importante massone, esercitò un’ingerenza nei confronti della magistratura torinese e affermando che «un’azione penale nei confronti di Agnelli avrebbe avuto conseguenze negative sulla nascente industria nazionale, in particolare piemontese». E così ‘con la benevola attenzione del ministro Vittorio Emanuele Orlando e attraverso ricorsi vari, Agnelli riuscì a rinviare il processo sino al 21 giugno 1911′, e poi il 22 maggio 1912 il Tribunale assolse Agnelli, e a nulla servì il ricorso del pubblico ministero. Giovanni Agnelli nel 1921 chiamò alla Fiat come direttore centrale il massone Vittorio Valletta, che poi seguirà e affiancherà Giovanni Agnelli junior per alcuni decenni. Giovanni Agnelli assieme a Vittorio Valletta saranno tra i primi membri italiani del Bilderberg Group, che è un potente circolo finanziario paramassonico mondiale sorto ufficialmente nel 1954 ma le cui prime riunioni informali si tennero già nel 1951 (vedi più avanti la parte dedicata a questo gruppo nel capitolo 10 intitolato ‘Massoneria, Illuminati e Gesuiti’). Alla morte di Giovanni Agnelli senior, Valletta assumerà la presidenza della FIAT e ne rimarrà presidente fino al 1966 quando poi verrà nominato senatore a vita. Il suo posto lo prenderà Gianni Agnelli «l’avvocato» (1921-2003), che, secondo il giornalista Roberto Fabiani, ‘conobbe la massoneria su incitamento dell’allora presidente della Fiat e massone Vittorio Valletta’ (Roberto Fabiani, I massoni in Italia, pag. 18-19) e secondo Licio Gelli ‘faceva parte di una loggia «coperta», la loggia di Montecarlo’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 363), il che non meraviglia affatto visto che l’appartenenza a logge coperte o segrete di importanti personaggi italiani dell’economia e della finanza è una cosa molto diffusa da molto tempo, in quanto ciò serve a proteggere questi importanti personaggi ‘da pressioni indebite da parte di altri «fratelli»’, parole queste di Giuliano Di Bernardo ex Gran Maestro del GOI (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 397), come anche non meraviglia che questa loggia a cui apparteneva Gianni Agnelli fosse all’estero, visto che l’affiliazione all’estero pare essere una prassi per i personaggi molto importanti della finanza, dell’economia e della politica. Peraltro Gianni Agnelli è stato uno dei fondatori della Commissione Trilaterale che collaborò con David Rockefeller. Non sorprende quindi affatto venire a sapere (lo ha dichiarato lo stesso Agnelli ai giudici, e la cosa è stata confermata dall’ex Gran Maestro del GOI Giuliano di Bernardo) che la FIAT ha finanziato abbondantemente il Grande Oriente d’Italia all’epoca quando era Gran Maestro Lino Salvini (cfr. Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 367).


Oltre a Gianni Agnelli, un altro noto imprenditore e finanziere massone che ha avuto un ruolo importante nell’economia e nella finanza in Italia è Carlo De Benedetti. Anche lui infatti – come Gianni Agnelli – risulta affiliato alla Massoneria, in quanto risulta essere entrato nella Massoneria a Torino, nella loggia Cavour del Grande Oriente d’Italia, «regolarizzato nel grado di Maestro il 18 marzo 1975 con brevetto n. 21272» (Ansa, 5 novembre 1993). L’anno prima, De Benedetti era diventato presidente dell’Unione Industriali di Torino. Nel 1978 entrò in Olivetti, di cui divenne presidente. In questa azienda ‘pose le basi per un nuovo periodo di sviluppo, fondato sulla produzione di personal computer e sull’ampliamento ulteriore dei prodotti, che vide aggiungersi stampanti, telefax, fotocopiatrici e registratori di cassa’. Però a causa di una grave crisi della Olivetti, nel 1996 decise di lasciare l’azienda, (di cui rimase presidente onorario fino al 1999) dopo aver fondato la Omnitel. Nel 1987, attraverso la CIR, De Benedetti entrò nell’editoria acquisendo una partecipazione rilevante nella Arnoldo Mondadori Editore e, attraverso di essa, nel gruppo Espresso-Repubblica. Nel 1997 l’Espresso incorporò Repubblica e assunse l’attuale denominazione di Gruppo Espresso.
E veniamo all’imprenditore Silvio Berlusconi, l’ex presidente del Consiglio, che è uno degli uomini più ricchi e potenti in Italia, perchè anche lui è massone, in quanto risulta essersi iscritto alla Loggia P2 – anche questa una ‘loggia coperta’ come quella di Montecarlo – di cui Licio Gelli era il Maestro Venerabile. Berlusconi fu iniziato alla Loggia massonica P2 (Tessera n° 1816, Fascicolo 0625) nel 1978. Per quale ragione Berlusconi è entrato nella Massoneria, ce lo dice Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico: ‘…. l’adesione di Berlusconi alla Massoneria non fu soltanto il desiderio di entrare a far parte di un network nazionale e internazionale molto potente: in lui c’era anche un desiderio filosofico autentico di percorrere un sentiero iniziatico di perfezionamento spirituale. Certo, la sua idea della Via massonica era e resta un’idea elitaria, gerarchica, oligarchica, in nome della quale dei Gruppi ristretti di Maestri (presunti) Illuminati hanno il diritto-dovere di manipolare le masse, asservendole ai loro disegni «superiori»’ (Intervista di Akio Fujiwara a Gioele Magaldi per il quotidiano giapponese Mainichi Shimbun presente sul sito http://www.grandeoriente-democratico.com/). E sempre il Magaldi ci spiega come la Massoneria ha aiutato Berlusconi ad arrivare alla sua posizione dominante nel campo dei mezzi di comunicazione e ad entrare nel mondo della politica, infatti dice: ‘Grazie alla protezione di Gelli e di altri potenti Fratelli Massoni piduisti, negli anni ’70 innanzitutto Berlusconi fu “sdoganato” dallo status di semplice imprenditore brianzolo a quello di player autorevole nel mondo dei media. I Fratelli Massoni consentirono al titolare della tessera P2 n.1816 di diventare un autorevole opinionista sul Corriere della Sera “piduista”, mentre iniziava l’acquisizione azionaria del Giornale di Indro Montanelli. Dopo di che, già dagli anni 1978-80, i dirigenti della P2 pianificarono che Berlusconi potesse essere il loro “cavallo di Troia” per la costituzione progressiva di un gruppo televisivo privato al servizio dei loro interessi, secondo quanto prevedeva il cosiddetto “Piano di rinascita democratica” stilato pochi anni prima. Non bisogna dimenticare, però, che a partire dalla primavera 1981, dopo il blitz di Castiglion Fibocchi del 17 marzo 1981 che dette origine al cosiddetto “scandalo P2”, il Fratello Berlusconi iniziò a “guardarsi intorno” in cerca di nuove protezioni. Che trovò immediatamente e in modo clamoroso proprio nel principale avversario di Licio Gelli nel G.O.I: l’ex Presidente della Corte Centrale (massonica) e Gran Maestro di Palazzo Giustiniani a partire dal 1982, Fratello Armando Corona. Proprio negli anni dal 1982 al 1990 Berlusconi verrà supportato in modo formidabile a incrementare e conservare lo status di semi-monopolista della televisione privata italiana, con importanti “sortite” industriali anche all’estero. E sarà supportato dalla Massoneria italiana e internazionale così come dal PSI craxiano a grande densità massonica. Ma dal 1982 al 1990 (anni della Gran Maestranza del G.O.I. di Armando Corona) i Fratelli che aiutarono Berlusconi a diventare dominus nel campo dei media non erano per la gran parte piduisti. Erano Massoni importanti, semmai, come il Gran Maestro Corona, che insieme al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (dal 1985 al 1992), all’Onorevole Giuseppe Pisanu, a Flavio Carboni e ad altri, si riunivano spesso e volentieri per dei summit strategici con il Fratello Silvio Berlusconi’ (Ibid.,).


Sempre in merito a questo legame tra massoneria e finanza, ricordiamo che nel mese di Marzo del 2007 partì dalla Procura di Catanzaro, guidata dal sostituto procuratore Luigi De Magistris, un’inchiesta sui rapporti tra politica corrotta, massoneria, lobby d’affari e malavita organizzata. Il sistema affaristico indagato da De Magistris sarebbe stato tenuto, secondo l’ipotesi accusatoria, da una loggia massonica coperta con sede a San Marino: un comitato d’affari che avrebbe influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche sia per l’utilizzo di finanziamenti europei che per l’assegnazione di appalti (cfr. Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 453-463).


Ed a conferma di questo stretto legame, nel libro Fratelli d’Italia di Ferruccio Pinotti c’è una testimonianza molto interessante fatta ad un banchiere di cui viene occultato il vero nome (come vengono occultati altri nomi per ragioni legali) e che viene chiamato Fabrizio Girelli, il quale racconta una storia reale – ambientata nel mondo bancario del profondo Nord – sostenuta da documenti depositati presso uno studio legale. Trascrivo una parte di questa testimonianza. ‘«Sono stato assunto alla Banca Popolare nel 1994 dopo alcuni mesi di indecisione sulle mie future scelte professionali. Ero infatti in procinto di trasferirmi a Londra per Banque Paribas dopo aver sostenuto con successo il colloquio di selezione presso la sede inglese della banca d’affari. La decisione di scegliere l’istituto anziché Londra è stata presa per ragioni familiari; era infatti dal 1986 che la mia vita si svolgeva lontano da casa e vedevo la soluzione Banca Popolare come un’opportunità di avvicinamento. Non era facile per le mie caratteristiche professionali trovare un lavoro soddisfacente vicino a casa. Avevo lavorato esclusivamente in istituzioni finanziarie internazionali (Goldman Sachs, Merrill Lynch e ING) e la professionalità maturata in molti anni di lavoro con esperienze anche all’estero non rendevano facile una collocazione in una banca italiana. Dovetti accettare un ridimensionamento professionale ed economico significativo in cambio di una scelta di vita e mi sono rimesso in gioco. D’altronde pensavo che gestire la fase di ristrutturazione di un istituto di credito, anche se piccolo, avrebbe potuto creare delle opportunità e una nuova esperienza che poteva anche riuscire interessante.». Gli inizi furono un pò faticosi, per il giovane banchiere. «I primi mesi furono molto difficili perchè non riuscivo ad adeguarmi ai lenti ritmi di lavoro e la mentalità era un pò troppo arretrata. Dopo un mese circa di assoluta inattività iniziai a cercare di capire almeno i numeri della tesoreria per sapere come la banca gestiva il portafoglio titoli di proprietà e quali erano i risultati che si prospettavano per fine anno. Insomma, non si sapeva se si guadagnava o si perdeva e non c’erano strumenti di monitoraggio adeguati per valutare le posizioni d’investimento. Con mia enorme sorpresa, fu difficilissimo ottenere i dati relativi a un portafoglio titoli che era di quasi 600 miliardi nel 1994 e incontrai un certo ostruzionismo da parte di alcune persone che vedevano il mio interessamento come un’intrusione in affari altrui.» Quando chiese il perchè di questa strana difficoltà ad avere i dati, Fabrizio incontrò le prime allusioni alla massoneria e ad altri giri di potere occulto che alcune persone esercitavano nella banca, scoprendo che alcuni percorsi di carriera all’interno dell’azienda sembravano, per alcune persone, già tracciati e accettati dai più come cose fatte. «Ma non volli fermarmi a quelle voci e mi impegnai ancora di più nel lavoro. Con l’aiuto di un bravo impiegato del settore si iniziò la ricostruzione manuale di tutta la posizione in titoli che richiese più di un mese. Alla fine emerse con enorme stupore che la banca stava perdendo circa 150 miliardi ma nessuno lo sapeva, o almeno si cercava di non farlo sapere. 150 miliardi erano l’intero patrimonio di allora e quando me ne resi conto fui preso dal panico. Avevo deciso di venire a lavorare in un istituto dove avrei dovuto giocarmi tutto il mio passato e il mio futuro e ora mi accorgevo che la mia scelta era stata un gravissimo errore perchè la banca era virtualmente fallita. Tutto poteva finire in poche settimane nel peggiore dei modi. Potevo già immaginare una imminente aggregazione con un altro istituto dove avrei dovuto spiegare che io non c’entravo nulla e che avevo trovato una situazione disastrosa. La banca sarebbe fallita su errati investimenti in titoli e io ero il responsabile, seppure da pochi mesi, proprio di quel settore. Le voci su interferenze massoniche proseguivano, ma non sapevo che peso veramente attribuire a tali indiscrezioni e come valutarle. Cercai di tenere duro.» Fabrizio Girelli spiega: «In ogni caso non potevo tornare più indietro e mi diedi da fare per informare la direzione e cercare di uscire dalla tragica situazione. Il nuovo direttore generale Ramada dovette correre in Banca d’Italia per informare la vigilanza e dopo alcune titubanze gli fu concesso un anno per sistemare le cose. Con un pò di fortuna e una serie di operazioni azzeccate uscimmo da tale situazione; e nell’arco di un anno eravamo ancora in corsa per la possibilità di iniziare a esplorare nuove esperienze manageriali, nuove strategie e nuove iniziative. La banca era ripartita e i risultati erano veramente incoraggianti. Da parte mia ero riuscito a creare un gruppo di persone veramente affiatato e molto motivato. Quando ero arrivato mi avevano assegnato un ufficio di tre persone. Alla fine del 1999 avevo una intera direzione con oltre 60 persone e il 50 per cento dei ricavi dell’istituto provenivano direttamente e indirettamente dal settore finanziario. Tutto andava per il meglio fino a quando nell’estate del 1999 la direzione generale decise di acquistare una rete di promotori finanziari». Di nuovo il giovane banchiere non capisce, sente che c’è qualcosa di strano. «Quella decisione non venne motivata. E di nuovo iniziarono i rumors che parlavano di pressioni massoniche dell’ambiente romano per effettuare quella acquisizione. Purtroppo tale acquisto si rivelò una decisione sciagurata perchè la rete rilevata celava una serie di pesantissime minusvalenze sul portafoglio titoli e questa situazione era stata tenuta nascosta dai venditori alla direzione. Non essendo stata effettuata alcuna due diligence [verifica tecnica basata su parametri bancari specifici, Nda] sulla composizione delle attività finanziarie in essere sui clienti, nessuno si era accorto che la rete era ingestibile e che le perdite sui titoli della clientela avrebbero compromesso qualsiasi possibilità di ottenere reddito da tale acquisizione, anche perchè il portafoglio dei clienti avrebbe potuto rimanere immobilizzato per anni in attesa che i titoli obbligazionari strutturati, che erano stati collocati a suo tempo, tornassero al valore di emissione. Le minusvalenze complessive si quantificavano in circa 80 miliardi su un portafoglio di 500 miliardi circa. Una cifra enorme per una piccola banca del Nord come la nostra, dove tutti i ricavi di un anno (il margine lordo d’intermediazione), in quel periodo, assommavano a 200 miliardi di lire. Fui io a constatare il disastro in seguito ad alcune verifiche che avevo fatto fare da un collaboratore e informai con urgenza la direzione generale». Ma fu così che iniziarono i problemi di Fabrizio Girelli’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 479-482), che fu costretto a dimettersi nel 2002 perchè – con le sue prese di posizione contrarie alla filosofia aziendale – si era rifiutato di entrare nel giro dei ‘grembiulini’ che dominava dentro e fuori la banca, e una volta uscito fu investito da una vasta ondata di diffamazione, infatti tra le altre cose la direzione cercò di far capire ai suoi ex colleghi che Girelli era stato licenziato perchè aveva provocato pesanti perdite alla banca. Girelli passò un periodo difficile pensando più volte al suicidio a causa del profondo stato di angoscia e depressione nel quale si trovava. Poi alla fine però, grazie all’intervento della magistratura con la quale il Girelli collaborò come persona informata dei fatti sul dissesto di Banca Popolare, magistratura che fece emergere connessioni criminali e giri pericolosi in cui era coinvolta l’ex banca di Girelli, venne fuori la verità, e lui ‘ha visto riconosciute le ragioni delle sue scelte coraggiose e contro corrente; in qualche modo ha «vinto» la sua lunga guerra. Ma il prezzo pagato è stato alto’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’italia, pag. 503). Dal lungo racconto che fa il Girelli nell’intervista dunque emerge in maniera evidente che nel sistema bancario e finanziario italiano esistono forti pressioni massoniche. Stesso discorso ovviamente per quello internazionale.


Esiste un forte rapporto tra finanza massonica e finanza Vaticana, che secondo l’ex direttore finanziario dell’Eni Florio Fiorini, ‘che conosce come pochi i rapporti tra finanza e poteri occulti, i canali sotterranei attraverso i quali si decidono le sorti del denaro’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 370), si è venuto a creare con Giovanni XXIII (che fu eletto papa nel 1958), che risulta infatti essere stato affiliato alla massoneria. Dice Fiorini: ‘La finanza vaticana è stata più o meno stabile fin tanto che non è arrivato al soglio pontificio Giovanni XXIII. Prima di lui, ad avere in mano la finanza vaticana era la cosiddetta ‘nobiltà nera’, la quale era imparentata sia coi francesi – basti citare Paolina Bonaparte, che aveva sposato il principe Borghese – sia con gli inglesi, pensiamo al legame dell’ammiraglio Nelson con Napoli. Quindi la finanza vaticana, gestita dalla nobiltà romana, era infiltrata da elementi di contatto con la massoneria francese e inglese, che fungevano da ‘sponde’ internazionali in Europa. Tutto cambiò con Giovanni XXIII il quale, da buon figlio di contadini, non si sentiva legato a questo mondo della nobiltà romana ed europea. Era invece un uomo che aveva viaggiato e che come nunzio apostolico aveva conosciuto molte realtà. In particolare, fu il primo Papa a orientare la finanza vaticana verso gli Stati Uniti’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 377-378), e il tramite per operare quel cambiamento fu il potente cardinale di New York Francis Spellman, il «gran protettore» dei Cavalieri di Malta, il quale era vicino alla massoneria e attivo negli USA dal 1927, e che aveva intensi rapporti con l’ingegnere Bernardino Nogara, il noto amministratore delle finanze vaticane che lo Spellman definì ‘dopo Gesù Cristo la cosa più grande che è capitata alla Chiesa cattolica’, e questo perchè dopo che il Vaticano concluse i Patti Lateranensi con il Governo di Mussolini nel 1929, fu proprio Nogara ad amministrare i soldi che il Vaticano ricevette dallo Stato Italiano e a farli fruttare grandemente. Per cui si può dire che i mezzi finanziari che lo Stato italiano diede al Vaticano costituirono il fondamento su cui venne costruito quell’impero finanziario che il Vaticano costituisce oggi.


Entriamo un pò nel merito per spiegare cosa avvenne. Il giorno stesso in cui l’accordo con Benito Mussolini fu ratificato Pio XI creò una nuova agenzia finanziaria, la Amministrazione Speciale della Santa Sede e ne nominò suo direttore e manager Bernardino Nogara. Costui accettò la proposta del papa perché il papa soddisfece le sue richieste tra cui c’erano queste: che tutti gli investimenti che egli scegliesse di fare fossero totalmente e completamente liberi da qualsiasi considerazioni religiose o dottrinali; che egli fosse libero di investire i fondi del Vaticano dovunque nel mondo. E così Nogara si mise in moto. Martin Malachi, Gesuita ex-professore al Pontificio Istituto Biblico di Roma, nel suo libro Rich Church, Poor Church (Chiesa Ricca, Chiesa Povera) edito nel 1984, dice: ‘Fedele ai suoi piani iniziali, i primi maggiori acquisti di Nogara in Italia furono attuati nel ramo del gas, dei tessili, nella costruzione pubblica e privata, nell’acciaio, nell’arredamento, negli alberghi, in prodotti minerari e metallurgici, prodotti dell’agricoltura, energia elettrica, armi, prodotti farmaceutici, cemento, carta, legname da costruzione, ceramica, pasta, ingegneria, ferrovie, navi passeggeri, telefoni, telecomunicazioni e banche’ (pag. 40). Prima dello scoppio della seconda guerra mondiale il Vaticano acquisì il controllo di molte compagnie e banche sia in Italia che all’estero e in molte altre compagnie invece riuscì ad avere una partecipazione minore ma sostanziale. Verso gli anni ‘30 il Vaticano possedeva circa 3 milioni e 716.000 metri quadrati di beni immobili a Roma, e col tempo sarebbe diventato il maggior proprietario terriero in Italia dopo lo stesso governo italiano. Quando Mussolini ebbe bisogno di armamenti per l’invasione dell’Etiopia nel 1935 una sostanziosa parte di essi fu provveduta da una fabbrica di munizioni che Nogara aveva acquisito in nome del Vaticano. Il 27 giugno 1942 Pio XII, su proposta di Nogara, fondò una nuova società finanziaria nel Vaticano chiamata Istituto per le Opere Religiose (IOR). La proposta di Nogara era stata questa: ‘Stabilire una società ecclesiastica centrale per la Chiesa Universale, una società dotata dello status di una banca all’interno dello Stato sovrano della Città del Vaticano e che avesse il vantaggio di appartenere al papato e al Vaticano; una società che si specializzasse nell’investire e nel negoziare i fondi e le risorse degli enti ecclesiastici della Chiesa intera’ (Martin Malachi, op. cit., pag. 43). Tramite lo IOR i vari organismi ecclesiastici erano in grado di investire il loro denaro in tutta segretezza ed esenti da tasse. Dopo la seconda guerra mondiale, sempre sotto Nogara, l’impero finanziario vaticano continuò a crescere. Quando Bernardino Nogara morì nel 1958 – lo stesso anno in cui salì al soglio pontificio Giovanni XXIII – lasciò un Vaticano enormemente ricco. Ma anche dopo la morte di Nogara le finanze continuarono a crescere, appunto tramite Giovanni XXIII (che fu papa dal 1958 al 1963) che orientò la finanza vaticana verso gli USA.


Anche sotto Paolo VI (che fu papa dal 1963 al 1978), che era massone come il suo predecessore, il Vaticano continuò ad arricchirsi grandemente. Verso la metà degli anni sessanta, le agenzie finanziarie del Vaticano controllavano la metà delle agenzie di credito in Italia. Molte industrie avevano dietro denaro del Vaticano. L’Istituto Farmacologico Serono di Roma per esempio era di proprietà Vaticana. Nel 1968, secondo quanto dichiarò l’allora ministro delle Finanze Preti, la ‘S. Sede’ possedeva titoli azionari italiani per un valore di circa 100 miliardi, con un dividendo che oscillava dai tre ai quattro miliardi l’anno. Anche all’estero il Vaticano possedeva titoli azionari per molti miliardi. Esso aveva pacchetti azionari in diverse grandi compagnie internazionali tra cui la General Motors, la Shell, Gulf Oil, General Electric, Betlehem Steel, International Business Machines (IBM), e TWA.


Nel 1971 Paolo VI nominò Paul Marcinkus (anche lui massone) presidente dello IOR, e sotto la sua direzione lo IOR risultò coinvolto in alcuni scandali finanziari a motivo di manovre finanziarie illegali da esso compiuto con l’aiuto del finanziere siciliano Michele Sindona (massone) – il mandato di cattura spiccato contro Sindona parlava ‘di prove documentali di operazioni irregolari effettuate da Sindona per conto del Vaticano’ -, e di Roberto Calvi (anche lui massone), presidente del Banco Ambrosiano.


Per tornare agli investimenti del Vaticano negli USA, essi hanno delle implicazioni massoniche perchè dopo il 1945 gli USA espressero la loro politica estera in Italia anche attraverso la massoneria, e il Vaticano sfruttò questi canali per i suoi investimenti negli USA. E così oggi la Chiesa Cattolica Romana americana è tra le cinque potenze immobiliari negli USA.
Ovviamente il Vaticano è una potenza immobiliare anche in Italia. In un articolo dal titolo ‘San Mattone’ apparso su Il Mondo nel maggio 2007 e scritto da Sandro Orlando si legge per esempio: ‘Un quarto di Roma, a spanne, è della Curia. Partendo dalla fine di via Nomentana, all’altezza dell’Aniene, dove le Orsoline possiedono un palazzo di sei piani da oltre 50 mila metri quadri di superficie, mentre le suore di Maria Ripatrarice si accontentano di un convento di tre piani; e scendendo a sud est per le centralissime via Sistina e via dei Condotti, fino al Pantheon e a piazza Navona, dove edifici barocchi e isolati di proprietà di confraternite e congregazioni si alternano a istituzioni come la Pontificia università della Santa Croce. E ancora, continuando giù per il lungotevere e l’isola Tiberina, che appartiene interamente all’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio. E poi su di nuovo per il Gianicolo, costeggiando il Vaticano fino sull’Aurelia Antica dove si innalza l’imponente Villa Aurelia, un residence con 160 posti letto, con tanto di cappella privata e terrazza con vista su San Pietro, che fa capo alla casa generalizia del Sacro Cuore. È tutto di enti religiosi. Un tesoro immenso che si è accumulato nei decenni grazie a lasciti e donazioni: più di 8 mila l’anno scorso nella sola area di Roma città. Ma non c’è solo la Capitale. La Curia vanta possedimenti cospicui anche nelle roccaforti bianche del Triveneto e della Lombardia: a Verona, Padova,Trento. Oppure a Bergamo e Brescia, dove gli stessi nipoti di Paolo VI, i Montini, di mestiere fanno gli immobiliaristi. «Il 20-22% del patrimonio immobiliare nazionale è della Chiesa», stima Franco Alemani del gruppo Re, che da sempre assiste suore e frati nel business del mattone. Senza contare le proprietà all’estero. «A metà degli anni ‘90 i beni delle missioni si aggiravano intorno ai 800-900 miliardi di vecchie lire, oggi dovrebbero valere dieci volte di più», osserva l’immobiliarista Vittorio Casale, massone conclamato che all’epoca era stato chiamato dal cardinale Jozef Tomko a partecipare ad un progetto di ristrutturazione del patrimonio di Propaganda Fide, il ministero degli Esteri del Vaticano’ (tratto da: http://lnx.mariostaderini.it/staderini/?q=node/142).

 

Tratto dal libro “La massoneria smascherata” di G. Butindaro

 

 

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