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Perché Roberto Bracco è stato espulso dalle ADI

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Oggi Roberto Bracco è tenuto in grande considerazione per l’opera del suo ministerio, ma occorre tenere bene a mente il ricordo dell’ingiusta espulsione che dovette subire a causa delle giuste considerazioni che lui fece al riguardo della piega “gerarchica” che stavano prendendo le Assemblee di Dio, quando nel 1980, pubblicò il suo libro dal titolo: “La verità vi farà liberi” (che ho inserito in formato integrale e potrete leggere nel proseguio del corrente post) …

Infatti sul suo libro scrisse:

“…Si hanno, così, dei fratelli posti legalmente al vertice con la facoltà di comandare ed altri fratelli rimasti in basso che hanno solamente il dovere di ubbidire. Ma tutto questo è in aperto contrasto con i principi stabiliti dal Signore e che tutti ben conosciamo (Matt. 20:25; Marco 10:12; Luca 22:25; 2 Cor.1:24: 1 Pietro 5:3)”.

E ancora, sempre dal suo libro:

“…Un servitore di Dio, stimato ed amato, mi diceva, non molto tempo fa: – Se vogliamo salvare la nostra comunione spirituale e la nostra unità cristiana dobbiamo distruggere lo statuto…”

CHI ERA ROBERTO BRACCO

Roberto Bracco (1915-1983) , rivestì la carica di Segretario Generale delle Assemblee di Dio in Italia dal 1947, ed ha fondato e diretto l’Istituto Biblico Italiano (IBI), la scuola biblica delle ADI, ha fondato e diretto la rivista “Risveglio Pentecostale”, l’organo ufficiale delle ADI).

Lasciò gli incarichi direttivi nell’ADI nel 1960, fondando poco dopo l’Assemblea cristiana evangelica. Rientrò a fare parte del Consiglio generale delle Chiese ADI nel 1977, ma nel 1980 destò clamore la pubblicazione del libro “La verità vi farà liberi” in cui Bracco denunciava oltre che la perdita del fervore pentecostale anche l’atteggiamento verticistico e gerarchico dell’organizzazione ADI.

La pubblicazione del libro comportò la immediata espulsione di Bracco dal movimento.

Nel suo libro, Bracco affermava che l’organizzazione delle Assemblee di Dio in Italia avesse assunto un ruolo sempre più centralista e verticistico, dando al Consiglio generale delle Chiese e ai comitati di zona un potere che invece non aveva alle origini, rinnegando, secondo Bracco, le origini stesse del pentecostalismo e, addirittura, della stessa costituzione delle ADI, modificando la propria ecclesiologia che da congregazionalista divenuta sempre più di tipo presbiteriana.

Tratto da: http://it.wikipedia.org/wiki/Assemblee_di_Dio_in_Italia

Vedi anche: http://www.lanuovavia.org/faq2_bracco_roberto_1.html

Consiglio vivamente di scaricare la Confutazione dello Statuto e del Regolamento interno delle Assemblee di Dio in Italia (ADI) in pdf del fratello Giacinto Butindaro a questo link: http://www.lanuovavia.org/confutazione-statuto-adi.pdf

“…Si hanno, così, dei fratelli posti legalmente al vertice con la facoltà di comandare ed altri fratelli rimasti in basso che hanno solamente il dovere di ubbidire. Ma tutto questo è in aperto contrasto con i principi stabiliti dal Signore e che tutti ben conosciamo (Matt. 20:25; Luca 22:25; 2 Cor.1:24: 1 Pietro 5:3)”.

LA VERITA’ VI FARA’ LIBERI
di Roberto Bracco

INTRODUZIONE

Il cristianesimo, dalla sua nascita non si è mai spento, non è mai tramontato; anche quando la corruzione e l’immoralità si sono allargate nel mondo religioso, la presenza della chiesa, della vera chiesa, ha diffuso luce fra le tenebre del peccato.

La chiesa è stata presente vittoriosa, anche se perseguitata, in tutti quei movimenti di risveglio che come tanti anelli di una catena hanno attraversato i secoli. Rigenerazione, santificazione, vita carismatica sono state sempre le esperienze di un popolo che si è chiamato ed è stato veramente cristiano.

Purtroppo però non c’è stato uno solo di questi risvegli che abbia saputo o potuto resistere ad una crisi che ha trasformato in una “composta denominazione” quello che era libera manifestazione dello Spirito. Quasi sempre l’infausta trasformazione è stata aiutata dall’organizzazione, che nel regolamentare e comprimere la vita della chiesa ha fatalmente soffocato e spento il fuoco dello Spirito.

La storia parla per esprimere un appello e più chiaramente parla la parola di Dio che ci dice: “Esaminiamo le nostre vie, scrutiamole, e torniamo all’Eterno” (Eccl. 3:40).

Le righe che seguono non si propongono altro fine oltre quello di un ritorno al fuoco della Pentecoste che è amore, santità, libertà, affinchè un movimento in crisi possa tornare ad essere “risveglio”. E mentre si propone questo fine vuole essere anche un esercizio del diritto di libertà ad esprimere un pensiero. Nella vita cristiana questo diritto deve essere riconosciuto ed esercitato in modo franco, sincero ed onesto.

Soltanto i governi oppressivi temono le analisi e le impediscono con la soppressione della libertà, ma nella chiesa cristiana questo fenomeno deve essere rifiutato e respinto, ed infatti in questo breve scritto viene ripetutamente citato il lavoro di un servo di Dio che ha saputo e potuto liberamente esprimere francamente le proprie considerazioni nel seno del movimento ove svolge il proprio ministero.

1.- LA SCRITTURA O LO STATUTO?

Un servitore di Dio, stimato ed amato, mi diceva, non molto tempo fa: – Se vogliamo salvare la nostra comunione spirituale e la nostra unità cristiana dobbiamo distruggere lo statuto”. Questa frase pronunciata con calma non aveva la più lieve sfumatura polemica o il più debole accento di furia distruttrice, era soltanto la sincera espressione di una riflessione prolungata e sofferta.

Non ho potuto fare a meno di riandare con la mia mente indietro nel tempo e ricordare l’affettuoso avvertimento di un altro servitore di Dio che in un convegno del 1950 sentendo parlare di organizzazione, statuti e regolamenti disse: Attenzione fratelli miei, perché tutte le strade conducono a Roma.

Infatti c’è una sola strada che non conduce all’autoritarismo, alla centralizzazione, al papato ed è la strada della Parola di Dio che è la strada della libertà cristiana.

Quando il risveglio pentecostale ha avuto il suo inizio, fra gli italiani negli Stati Uniti, ha trovato subito tutti concordi nel voler conservare gelosamente quella libertà che avevano trovato uscendo dalle diverse denominazioni protestanti o dalla chiesa di Roma.

Non possiamo meravigliarci di questo proposito, perché ogni “movimento di risveglio” è nato con questo programma, perché ogni movimento di risveglio è nato libero in Cristo. Potrei citare decine di testimonianze, ma mi limito a sceglierne due: una lontana di secoli, ed una vicinissima a noi.

Per la prima mi limito a citare le dichiarazioni di uno storico, che nello scrivere di un movimento “nato” evangelico e che poteva svilupparsi e vivere come quello ad esso contemporaneo di Valdo, e che invece fu purtroppo assorbito e strumentalizzato dalla curia romana dell’epoca e dalle epoche successive, così si esprimeva:

“Senza organizzazione, per evitare il pericolo di costringere lo Spirito entro aride formule, quei pazzi del Signore (come venivano chiamati) si ponevano umilmente al servizio altrui…

…presto la curia romana intervenne a moderare gli entusiasmi e ad irregimentare il moto entro schemi più precisi…Francesco cedette “con intima sofferenza” perché secondo lui il Vangelo doveva essere vissuto “sineglossa”, alla lettera…”.

Dopo la morte di Francesco e raccogliendo proprio una sua raccomandazione, ci furono molti che vollero tornare a vivere il risveglio originale: furono perseguitati ed uccisi, ma respirarono di nuovo l’aria pura della libertà anche se a prezzo di martirio.

Vengo alla testimonianza recente, quella ricordata da A. Biginelli nel libro “La chiesa e la sua autorità”. Ecco le parole dell’autore:

All’inizio del loro “risveglio” i “fratelli”, provenienti dalle Chiese Anglicana, Presbiteriana, Metodista ecc., si radunavano insieme nel nome del Signore nel Quale avevano creduto, compivano le loro attività spirituali ed offrivano la loro adorazione avendo come unico centro la Persona di Cristo e risolvendo tutti i loro problemi sulla base dell’unica autorità valida:

Quella della Parola di Dio.

Il risveglio pentecostale ha realizzata la medesima esperienza: nato libero era fermamente deciso a rimanere libero e la prova più chiara l’abbiamo dal fatto che quando è stato obbligato a dare conto della propria identità si è dichiarato “congregazioni cristiane inorganizzate; inorganizzate cioè autonome, libere, ma unite dai vincoli della grazia di Dio nella comunione cristiana.

Per molti anni questa condizione è rimasta inalterata e coloro che potevano essere considerati i padri spirituali, gli apostoli del movimento, sono stati rispettati ed ascoltati e le loro appassionate esortazioni a conservare la libertà cristiana non sono cadute nel vuoto.

Fra tanti voglio ricordare il fratello L. Francescon che può essere considerato “primizia” del risveglio pentecostale fra gli italiani negli Stati Uniti; questo generoso servo di Dio si è coraggiosamente battuto per la libertà insidiata dall’organizzazione; egli aveva sintetizzato il suo messaggio, intorno a questo soggetto, affermando di aver ricevuta luce da Dio. Ecco le sue parole:

COSTITUZIONE DELLA CHIESA DI DIO

Gesù è il Capo della Chiesa. Lo Spirito Santo è la legge per guidarla in ogni verità. La sua organizzazione è la carità di Dio nei cuori dei membri che la compongono – “Legame della perfezione”.

Dove questi Tre non governano, è satana che governa in forma d’uomo per sedurre il popolo di Dio con la sapienza umana.

Questa luce l’ho ricevuta dal Signore l’anno 1910. L.F.

E’ onesto precisare che Francescon non si opponeva alla designazione di fratelli che avessero potuto curare l’amministrazione dei beni strumentali delle singole comunità, ma respingeva decisamente il concetto di una organizzazione investita di autorità spirituale e strutturata gerarchicamente. Comunque anche la “funzione puramente amministrativa” doveva rappresentare, secondo il pensiero di Francescon non un “servizio imposto”, ma un “servizio liberamente scelto” dalle comunità che ne avessero voluto usufruire.

In parole estremamente semplici, si può dire che questo servitore di Dio escludeva categoricamente la costituzione di un “corpo” di amministratori investiti di autorità sopra i propri fratelli. Francescon paventava il verificarsi di un fenomeno ricorrente e che purtroppo ha turbato o addirittura spento molti movimenti di risveglio.

Ritorno a questo proposito al già citato lavoro di Biginelli che affronta il problema delle chiese dei fratelli, un risveglio spirituale precedente a quello pentecostale; così l’autore denuncia questo male:

Si hanno, così, dei fratelli posti legalmente al vertice con la facoltà di comandare ed altri fratelli rimasti in basso che hanno solamente il dovere di ubbidire. Ma tutto questo è in aperto contrasto con i principi stabiliti dal Signore e che tutti ben conosciamo (Matt. 20:25; Marco 10:12; Luca 22:25; 2 Cor. 1:24: 1 Pietro 5:3).

Questo grave pericolo incombente e questa deviazione in atto, sono insiti in una costante sempre più evidente burocratizzazione legalistica di molte attività spirituali, che svilisce quando non distrugge, il carattere squisitamente carismatico del nostro servizio spirituale e della nostra vita di relazione con Dio e con i fratelli.

Il Biginelli denuncia lo statuto e le degenerazioni prodottesi nelle chiese per averlo accettato e così scrive:

Introdotto nelle Assemblee per imposizione di un governo dittatoriale, subito per timore umano o per debolezza e miopia spirituale e affermatosi, per la mancanza di un vigoroso insegnamento scritturale e per l’assenza di una decisa difesa delle verità dottrinali, il principio della gerarchia umana nella Chiesa è diventato evidente e si è fatto acutamente sentire dal Consiglio dell’Ente Morale sia per l’autorità che gli conferisce lo statuto, e sia perché il suo Presidente non è più considerato un fratello come tutti gli altri, ma bensì una autorità ecclesiastica per cui gli si deve particolare rispetto per la sua posizione, gli si deve riconoscere degli speciali diritti per la carica che ricopre talchè, molte decisioni concernenti l’Opera nel suo insieme, per essere legalmente valide, dovrebbero avere il “nulla obstat” o il “placet” della sua autorità gerarchica conferitagli dallo Statuto.

Ma quello che si è verificato nelle chiese dei fratelli e in tanti altri movimenti di risveglio, purtroppo si è determinato anche nel movimento pentecostale. Dopo la seconda guerra mondiale, quasi a quarant’anni dalla nascita del movimento incominciano a manifestarsi chiari segni di insofferenza fra le chiese pentecostali italiane degli Stati Uniti.

Questo fenomeno nasce soprattutto dai confronti che da parte di molti vengono fatti oltre che con le chiese storiche, con le denominazioni protestanti, anche con diversi rami del movimento pentecostale indigeno che già si sono strutturati secondo vari schemi organizzativi.

Il ragionamento semplicistico dei sostenitori dell’organizzazione era questo:

Se tutte le denominazioni hanno un’organizzazione, se altri movimenti pentecostali hanno un’organizzazione perché non dovremmo averla anche noi? Il fr. L. Francescon s’impegna in una dura battaglia per tentare di ricordare a tutti che Dio ci ha liberato in Cristo e ci ha fatto uscire fuori dalle organizzazioni. Egli sostiene con forza il principio di una comunione fraterna priva di gerarchia istituzionale e quello non meno importante di una vita e di un servizio compiuti non sui binari di una regolamentazione legale, ma nella libertà e nella guida dello Spirito Santo.

I suoi avversari crescono di numero e di forza ed egli è costretto a ritirarsi dopo aver dato l’ultimo solenne avvertimento…

Purtroppo ho dovuto personalmente raccogliere la dichiarazione di uno di questi avversari, considerato fra i maggiori, che, trovandosi a Roma, mi disse testualmente:

Nel prossimo Convegno venga Francescon o S. Francesco, noi faremo quello che siamo intenzionati di fare cioè ci organizzeremo legalmente. (Sic)

A quel convegno Francescon non andò; aveva detto l’ultima parola nel precedente convegno e aveva “sentito” che quella parola non era stata ricevuta e quindi egli non aveva più responsabilità nei confronti di fratelli che “non avevano avuto orecchio”, per ascoltare il suo consiglio.

Sono andato lontano nel tempo e nello spazio, ma voglio ora tornare a quel servitore di Dio che con profonda mestizia esprimeva il suo punto di vista intorno ad una crisi che invano si cerca di nascondere con programmi clamorosi o con adunate oceaniche. Crisi dell’amore, crisi della libertà, crisi della vera santità e quindi, di conseguenza crisi della comunione sincera, della collaborazione pura, della fede genuina e semplice, del servizio disinteressato.

Non voglio e non posso attribuire tutto questo all’esistenza di uno statuto, benchè questo possa rappresentare un ostacolo alla ricerca e al rispetto della parola di Dio, ma non posso non fare osservare che sempre la storia ci dice che “crisi spirituale” ed “organizzazione” si presentano sempre assieme proprio quando un risveglio si avvia verso il suo tramonto, cioè verso la trasformazione in una denominazione da collocarsi silenziosamente nell’ambito delle tante già esistenti e che sono state prima altrettanti movimenti di risveglio.

Ma distruggere lo statuto vuol dire “scissione?” Il desiderio di quel servo di Dio, ricordato all’inizio di questo capitolo, era quello di provocare una divisione?

Assolutamente no, anzi distruggere lo statuto proprio per realizzare unità e comunione non mediante l’adesione ad una organizzazione, ma in virtù dei vincoli spirituali della grazia di Dio.

Prima dello statuto, prima dell’organizzazione, eravamo e vivevamo fratelli in semplicità e in purità perché Dio ci aveva fatto e ci ha fatto Suoi figliuoli e se oggi si alza una voce, questa vuole essere non sediziosa, ma sostenitrice di unità nella libertà e quindi unità non condizionata da etichette, da tesserini, da regolamenti, ma unità piena e libera nella gioia dello Spirito Santo.

2. – “DOVE CI TROVIAMO?”

I “Ricorsi storici” sono fenomeni che hanno spazio in ogni ambiente dinamico, cioè dove c’è il movimento, la vita e quindi non deve sorprenderci il fatto che i medesimi eventi, con sconcertante puntualità, si riproducono nel seno dei movimenti di risveglio che si susseguono lungo il corso della storia della chiesa.

Nel capitolo precedente ho ricordato due testimonianze, lontane fra loro di molti secoli, ma concordi nell’esprimere l’anelito di coloro che avevano ricevuto la conoscenza di quella verità che rende liberi; in questo voglio ricordare la mesta recriminazione di un servitore di Dio:

Siamo caduti molto in basso. Stiamo edificando sul terreno infido dell’organizzazione umana, sulla sabbia mobile di un legalismo giuridico che spesso è stato invocato per privarci della nostra LIBERTA’, del nostro DIRITTO, e della nostra RESPONSABILITA’ di esaminare, insieme ai nostri fratelli, i problemi comuni nello intento di risolverli sul fondamento dell’autorità assoluta della Parola di Dio (Luca 11:28).

Il tentativo di fare prevalere l’autorità legale dell’Ente Morale nelle responsabilità spirituali delle singole Assemblee, ci ha condotti, anche per la nostra colpevole acquiescenza od ignoranza delle verità, in un manifesto conflitto con l’autorità della Parola di Dio.

E’ sempre il Biginelli che nell’opera già ricordata si ferma ad analizzare la condizione di quelle tante comunità dei “fratelli” che nate libere ed autonome erano scivolate sul “terreno infido” dell’organizzazione fino alla centralizzazione e all’autoritarismo.

La trasformazione di un Ente Morale (nato soltanto come organo amministrativo di alcune proprietà immobiliari) in un “istituto” investito di potere e preposto al governo delle comunità e dei ministri in relazione alle attività spirituali, aveva deformato le caratteristiche del risveglio e ne aveva mortificato la libertà.

L’autore infatti nel ricordare il “principio” dell’autonomia delle chiese (e non della “chiesa”) dei fratelli lo difende alla luce della Parola di Dio.

L’autonomia della chiesa locale non è anarchia perché essa, pur non avendo un regolamento formato ed approvato dagli uomini, ha un codice unico e perfetto, valido per tutte le Chiese: la Parola di Dio! A questo codice tutti i credenti e tutte le Chiese devono inchinarsi ed “attenersi con fermo proponimento di cuore” (Atti 11:23).

Di fronte all’autonomia si erge, come un idolo, l’immagine delle istituzioni umane, sempre strutturate ed organizzate secondo principi gerarchici e regolamentazioni legali. I movimenti di risveglio, come il popolo d’Israele ai giorni di Samuele, finiscono sempre per cedere all’allettamento di un modello che si propone per essere imitato ed essi non si rendono conto, come scrive il Biginelli che:

Ma quando diverse chiese locali si eleggono un Comitato direttivo, una Tavola o un Sinodo, e di conseguenza, un moderatore, un presidente o un sovraintendente e cioè una persona o un gruppo di persone che riassumono e che rappresentano di fronte allo Stato, sia i loro beni materiali quanto le loro attività spirituali essi abdicano alla loro autonomia spirituale, o, con maggiore precisione, all’autorità del Signore nel loro seno.

E’ dunque chiaro che la Chiesa locale è indipendente ed autonoma da ogni autorità umana, perché tutte le Assemblee devono dipendere, essere sottomesse, ed ubbidire a Dio e alla Sua Parola.

L’autore non nasconde la propria amarezza perché è costretto a scrivere non di cose che possono avvenire, ma di cose che sono avvenute e che hanno rovinato l’esperienza spirituale di quelle comunità sorte in Italia nel secolo scorso e che hanno conosciuto un periodo fiorentissimo di vita cristiana e di servizio evangelistico.

Noi dobbiamo far tesoro delle riflessioni espresse dal Biginelli proprio perché apparteniamo ad un movimento di risveglio successivo a quello che spesso viene ricordato, particolarmente per alcuni fra i più attivi animatori: Guicciardini, Muller, Rossetti…

Dobbiamo temere il verificarsi di “eventi” che hanno posto in crisi coloro che ci hanno preceduti e compiere quanto è in nostro potere per scongiurarli o addirittura per capovolgerli, se già sono giunti a noi, come purtroppo è avvenuto.

Non è impossibile vincere la battaglia che deve essere combattuta per riacquistare la libertà, ma il combattimento deve essere affrontato con energia e senza perdere tempo ed infatti ancora una volta citando il Biginelli, possono essere ricordate le sue appassionate parole:

Se non ci liberiamo tempestivamente da questo lievito dell’autorità umana, che serpeggia nel seno delle Assemblee, si giungerà, attraverso l’inesorabile processo della lievitazione, ad un capo umano nelle Chiese di Cristo (dette Chiesa dei Fratelli) in contrasto con l’insegnamento della Parola di Dio.

L’autorità divina si è trasferita, dall’Iddio Santo e perfetto, all’uomo peccatore e manchevole; dalla Sacra Scrittura, tutta divinamente ispirata, alla fallace gerarchia della Chiesa e da questa, al capo che si trova al vertice della scala gerarchica.

Come s’introduce il “lievito” in un movimento di risveglio?

Ho ricordato quello che si è verificato nell’opera italiana degli Stati Uniti, ho anche accennato brevemente al sorgere del fenomeno in Italia, ma posso riprendere l’argomento per ricordare qualche particolare importante.

L’opera pentecostale in Italia è di poco posteriore a quella americana perché molto presto, coloro che avevano accettato la salvezza e realizzata l’esperienza del battesimo nello Spirito Santo, si sentirono spinti a recare il messaggio ai loro paesi d’origine, alla loro nazione; ma anche l’opera italiana, come quella negli Stati Uniti, rimase completamente estranea ad un programma organizzativo; le chiese erano autonome anche se unite da sincera e calda comunione spirituale.

Il primo incontro fra conduttori di chiese fu realizzato venti anni dopo la nascita del movimento in Italia e cioè nel 1928; a questo che aveva avuto una partecipazione piuttosto scarsa, ne seguì un secondo nell’anno successivo.

Non si parlò di organizzazione, anzi il principio dell’autonomia appariva cosa tanto ovvia da non aver bisogno di una qualsiasi difesa. Voglio d’altronde ricordare che quell’incontro, o se preferiamo quel convegno del 1929 aveva, come guida spirituale, quel fratello L. Francescon del quale già ho ricordato i principi di uguaglianza e di libertà.

Dopo quello del 1929 un successivo incontro, a carattere nazionale, fu realizzato nel 1945 in Sicilia; c’era stato un incontro anche l’anno precedente, ma erano mancati i fratelli del continente in conseguenza degli eventi bellici ancora presenti nel nostro paese.

In quel convegno del 1944 si parlò di organizzazione “amministrativa”, di coordinazione di programmi, di comitati provinciali o zonali e si abbozzò anche qualche iniziativa in queste direzioni, ma senza dare quel carattere o quel significato autoritario e accentratore proprio dell’organizzazione.

Comunque, nel convegno successivo anche queste iniziative furono in notevole parte contestate dagli stessi che l’avevano promosse l’anno precedente e che in pratica le avevano trovate non corrispondenti a quei principi di libertà cristiana ancora difesi nel movimento.

Ma nel convegno del 1945 che poteva essere considerato nazionale, per la prima volta fu posto all’ordine del giorno il problema dell’organizzazione; la proposta veniva da quella che era allora l’unica chiesa di Palermo, ma a questa proposta la reazione immediata fu tanto massiccia da indurre i proponenti a ritirarla senza che fosse messa in discussione.

I fratelli giunti dal continente furono fra i primi e fra i più decisi ad opporsi al progetto e a convegno concluso i più soddisfatti di aver contribuito con la loro partecipazione a scongiurare il “pericolo”.

Di fronte a questo fatto, appare almeno strano che soltanto alla distanza di un anno e cioè nel convegno tenutosi a Roma nel 1946 la proposta venga presentata di nuovo e non più da coloro che erano stati costretti a ritirarla, ma proprio da coloro che l’avevano respinta.

E se si tiene presente che quel Convegno fu presieduto dal fr. N. D. Gregorio, diacono di quella chiesa di Chicago guidata dal fr. L. Francescon, oppositore dichiarato dell’organizzazione, la cosa sembra tanto strana da apparire addirittura paradossale.

Tutto però può essere spiegato alla luce di due elementi; il movimento italiano aveva avuto, nel periodo fra i due convegni, contatti con fratellanze estere già organizzate e queste avevano esplicitamente consigliato di organizzarsi per poter affrontare, con il peso dell’organizzazione il problema della libertà religiosa.

Il secondo elemento può essere indicato nell’arrivo proprio durante il convegno del 1946 del fr. H. Ness, di Seattle che all’epoca era esponente non secondario delle Ass. of God degli Stati Uniti. Questo fratello, pastore di una grande comunità e direttore di una Scuola biblica fondata da lui stesso, era non soltanto assertore convinto dell’organizzazione, ma anche generoso e disinteressato consigliere per costituirla.

Il paradosso fu proprio accentuato dalla contemporanea presenza in quel convegno degli esponenti dell’inorganizzazione e dell’organizzazione e cioè dei fratelli Di Nicola e Ness; purtroppo la presenza e la parola del secondo prevalse su quella del primo e l’organizzazione incominciò la sua marcia.

E’ giusto ricordare, come dirò più chiaramente in seguito, che allora non c’era altro proposito all’infuori di quello di ottenere libertà di culto e si pensava che questo fine si sarebbe raggiunto meglio e più presto presentando alle autorità un corpo coordinato oltre che collegato in tutte le sue parti. Comunque la cosa si è messa in movimento ed è andata avanti per la sua strada…verso Roma.

Non ho voluto fare la storia o proporre la cronistoria dell’organizzazione dalla sua nascita; sarebbe stato necessario fornire particolari e forse dare interpretazioni. Mi sono limitato a ricordare alcune circostanze fondamentali che hanno dato l’avvio ad un fenomeno del quale non si erano certamente previste le conseguenze.

3. – “IL PARADOSSO SI ALLARGA”

L’organizzazione in movimento: giunge la richiesta concessione di affiliazione con l’organizzatissima Ass. of God degli Stati Uniti e con questa l’inizio di una pratica di riconoscimento. Un inizio forse malato d’ingenuità; sembrava che tutto potesse essere eseguito con estrema semplicità, assolvendo ad alcuni atti “puramente formali” e al solo fine di ottenere libertà per esercitare il servizio del Signore. Anche la compilazione di uno “statuto” appariva come una cosa affatto impegnativa ed infatti la stesura di questo fu affidata ad un fratello designato in sede di convegno.

Ma già dai primi contatti con il Ministero apparve chiaro che la pratica implicava impegni e responsabilità maggiori di quelli del nostro preventivo semplicistico. La pratica doveva essere affidata ad un legale e doveva essere questo a compilare uno statuto.

Non fu difficile trovare il legale perché indicato e consigliato dallo stesso funzionario del Ministero, ma fu anche facile constatare che questo legale per avviare la pratica doveva servirsi della stazione di partenza e dei binari delle organizzazioni già esistenti, cioè quelle delle denominazioni protestanti. Quindi lo “statuto” preparato dal legale s’ispirava e ricopiava in parte gli statuti delle diverse denominazioni dalle quali molti credenti pentecostali erano usciti.

Incominciava così quel processo che molti anni prima si era prodotto nella chiesa dei fratelli e che ha fatto scrivere ad A. Biginelli le amare parole che qui ricordo:

Ci troviamo di fronte ad un totale rovesciamento, e cioè di fronte all’organizzazione gerarchica ed all’autorità ecclesiastica, proprie della denominazione e che “i Fratelli”, nel loro risveglio, avevano abbandonate e combattute costituendo delle Assemblee libere da ogni vincolo umano perché fossero solamente vincolate al Signore ed alla Sua Parola.

Tale principio, inseritosi nello Statuto dell’Ente Morale in circostanze eccezionali e, certamente, anche per mancanza di fedeltà e di discernimento spirituale, oltre a non avere nessun fondamento nella Parola di Dio, priva i credenti della completa libertà dello Spirito e limita la loro dipendenza da Dio e dalla Sua Parola. Infatti, i credenti del Risveglio “dei Fratelli” nazionale od internazionale, come le altre Chiese dalle quali erano usciti per liberarsi dall’autorità umana e perché appunto credevano ed insegnavano che la vera Chiesa, la Chiesa di Cristo, è là OVUNQUE (Matt. 18:20) i nati di nuovo si radunano insieme nel Suo nome per pregare, per rompere il pane e bere il calice in rammemorazione di Lui, per adorarLo in Ispirito e verità e per esercitare il ministerio dei doni spirituali nell’attesa del Suo ritorno, nella piena libertà dello Spirito.

Ma la mancanza di “discernimento spirituale” di cui fa cenno Biginelli, sembra essere purtroppo una caratteristica sempre presente in un movimento di risveglio che inizia la parabola discendente.

Bisogna ricordare però che sarebbe stato necessario individuare non grosse, ma “piccole volpi”, e non in riferimento a persone, che forse all’epoca erano ancora tutte in buona fede, ma in riferimento ad elementi e circostanze. Infatti allora non si parlava di avere un “presidente” che avesse autorità anche spirituale sopra le chiese o sopra i fedeli o di avere “organismi” che potessero avere il potere e la pretesa di comandare, meno ancora si parlava di avere un “regolamento” totalmente estraneo o addirittura in conflitto con gli insegnamenti della Scrittura. Anzi le più convinte e calde assicurazioni venivano dati agli esitanti ( e forse ai pochi ancora pienamente illuminati): “Saremo sempre fratelli” “Uniti dall’amore e perfettamente uguali”, “La Bibbia sarà sempre lo Statuto delle chiese”, “Vivremo sempre nella libertà dello Spirito”. Assicurazioni e promesse che sono state sbriciolate dal tempo e soffocate dagli eventi.

Ma in quei giorni quasi tutti credevano a queste assicurazioni e coloro che le esprimevano e coloro che le ricevevano; in fondo si trattava semplicemente di formalizzare una domanda per avere “libertà di culto” cioè per neutralizzare, finalmente, quelle misure e quelle circolari che avevano scatenata la persecuzione all’epoca del regime fascista e che avevano ostacolato tanto l’attività edificativa, quanto quella evangelistica delle chiese. Non si pensava e non si parlava di “Ente Morale”, ma soltanto di ottenere quanto esplicitamente accordato dalla costituzione e che probabilmente avremmo avuto senza far domande.

Non c’erano ancora beni immobili da tutelare o istituzioni da proteggere, ma c’era un grande e forse esagerato desiderio di essere legalmente liberi (spiritualmente il cristiano è libero anche nella persecuzione) di svolgere tutta l’attività cultuale e ministeriale.

La semplicità, o l’ignoranza, erano ancora tanto determinanti da far accettare ad “occhi chiusi” lo statuto compilato dal legale. A coloro che ne chiedevano la lettura ed eventualmente la discussione fu data assicurazione che si trattava di un “documento” necessario soltanto per corredare la domanda, ma non “impegnativo” per noi che avevamo uno statuto superiore: la Parola di Dio.

Molti anni dopo invece quello statuto è stato letto, esaminato, discusso ed approvato, ma questo è avvenuto quando ormai l’organizzazione aveva assunto il controllo del movimento, delle chiese e condizionato anche il modo di “pensare” dei ministri.

Quanto sarebbero state opportune le parole di Biginelli in quel lontano passato:

La vera comunione fraterna e l’unità dello Spirito, consistono e si mantengono nell’accettazione, da parte di tutti i credenti, della “sola Scrittura” e della sua autorità tanto nella nostra vita personale quanto nella vita collettiva delle singole chiese. La comunione fraterna e l’unità dello Spirito sono turbate, quando subentra, nei rapporti spirituali, sostituendosi a quella divina, l’autorità umana.

La “sola Scrittura” l’affermazione solenne che ha dato un fondamento alla riforma, dovrebbe rimanere il principio irrinunciabile di ogni movimento di risveglio. Purtroppo sembra difficile resistere alla tentazione di imitare i modelli proposti dal “presente secolo” e come gli israeliti lottarono per avere un “re”, un re come lo avevano altre nazioni, così i movimenti nati liberi e guidati da Dio, arrivano a volere ed accettare forme di governo che finiscono per escludere la signoria di Dio; torno ancora una volta a quanto scriveva Biginelli:

Dal momento in cui la nostra autorità è Dio e la Sua Parola, noi dipendiamo unicamente da Lui e se desideriamo esercitare il nostro servizio del ministero nell’opera del Signore nella piena libertà e nella guida dello Spirito, non possiamo e non dobbiamo accettare altre signorie e né sottometterci ad altre autorità. (Eccl. 8:9).

Non si deve tollerare, nella vita e nel servizio delle chiese locali, l’intromissione di altra autorità che non sia quella delle Sacre Scritture e del Signore Gesù Cristo, perché tale intrusione sacrificherebbe sul Moloc dell’autorità umana, la gloriosa libertà dello Spirito di operare con pienezza nelle membra del corpo di Cristo.

Rifiuto dell’organizzazione e dell’autorità gerarchica non vuol dire rifiuto dell’ordine e del ministero. Un servo di Dio ha detto che la chiesa non è un’organizzazione, ma un organismo e noi tutti sappiamo che quando un organismo è sano presenta il più perfetto quadro di ordine e di armonia; lo Spirito Santo coordina, unisce, muove tutto e tutti ed anche quelle circostanze di carattere locale, nazionale, internazionale, che sono considerate di “emergenza” possono essere perfettamente affrontate e cristianamente vissute nella guida e nella potenza di Dio.

Non è vero che siano necessari comitati permanenti ed istituzioni legalizzate; nella chiesa apostolica sorgevano problemi assistenziali, disciplinari, dottrinali, sociali e tutti trovavano una perfetta soluzione mediante le risorse dello Spirito Santo. Atti 6:3, 11:29-30, 13:3-4, 15:2, 1 Cor. 16:1-4; 2 Cor. 8:4.

Il ministero è e deve essere onorato tanto nella comunità locale, quanto nell’esercizio della comunione e della collaborazione, ma quando ci riferiamo al ministero dobbiamo riferirci ad una qualifica data da Dio e non ad un titolo ottenuto mediante un suffragio che non raramente è il risultato di una votazione elettorale abilmente manovrata. Quando aggiungiamo titoli e qualifiche a quelle definizioni carismatiche date dalla Scrittura, noi oltrepassiamo il limite entro il quale siamo chiamati a vivere la nostra esperienza cristiana e possiamo soltanto contribuire all’affermazione e all’esaltazione della personalità umana.

Anche su questo elemento si può raccogliere una triste considerazione di Biginelli che anzi si limita a parlare degli “anziani” la cui qualifica è scritturalmente esatta, ma che purtroppo in una struttura organizzativa anche queste qualifiche possono andare incontro alle più perverse degenerazioni:

In sostanza, la stima, il rispetto e l’ubbidienza non sono dovuti alla carica di anziano (alla quale molti fratelli ci tengono e sovente la usurpano), ma alle qualità spirituali che egli possiede (così rare oggi) e che dimostra nell’esercizio fedele e zelante delle sue funzioni nella Chiesa.

E’ evidente che una funzione esercitata senza le qualità richieste dalla Parola di Dio è un’intrusione illecita e dannosa, un’irrisione alla verità ed un impedimento alla edificazione del corpo di Cristo e perciò non può e non deve essere riconosciuta e tanto meno accolta.

Di queste degenerazioni forse la peggiore è rappresentata dall’autoritarismo, ed il Biginelli lo denuncia alla luce di un passo della Scrittura:

Di questo tipo di anziani, Diotrefe, ne è l’esempio più noto. Infatti, nella terza epistola di Giovanni vv. 9-10 leggiamo che egli “procacciava il primato”, mentre il Signore Gesù aveva detto: “Voi tutti siete fratelli” (Matt. 23:28) e, più tardi, Pietro avrebbe scritto: “…non come signoreggiando quelli che vi sono toccati in sorte, ma essendo gli esempi del gregge” ( 1 Piet. 5:3). Poi, “non riceveva i fratelli”, agendo proprio all’opposto di quanto scriveva Paolo:

“Quanto a colui che è debole nella fede, accoglietelo ma non per discutere opinioni” (Rom. 14:14). E finalmente “cianciava di male parole…impediva coloro che volevano riceverli e li cacciava fuori dalla Chiesa”.

Il “paradosso si allarga”; da quello iniziale costituito dall’incontro in uno stesso convegno dei rappresentanti di due opposte tendenze, sono arrivato a parlare delle conclusioni infauste che si sono avute mentre si continuava e si continua a dire: “Siamo tutti liberi”. “Siamo tutti uguali”. “Fra noi non esistono gerarchie”.

Credo che sia superfluo ricostruire minuziosamente la storia di quel che si è verificato; oltretutto si corre il rischio di dimenticare qualche particolare o di dare interpretazioni personali a qualche dettaglio anche importante. La sola cosa che si deve dire è questa: – Il movimento pentecostale, da uno stato di libertà realizzato nell’autonomia delle chiese, è giunto ad una condizione di legalismo condizionante ad opera della propria organizzazione.

Naturalmente non tutti si accorgono di questo stato di cose e non perché manchi conoscenza o discernimento, ma perché non tutti sono impegnati in attività che possono essere in conflitto con le regolamentazioni o le norme statutarie, o perché non tutti rappresentano un ostacolo vero o immaginario del “potere”.

Se mi è permesso un esempio posso ricordare che anche sotto i regimi totalitari e dittatoriali non tutti si accorgono delle limitazioni imposte alla libertà perché ci sono un numero notevole di persone che possono agevolmente vivere la loro vita entro i confini anche ristretti delle leggi e questo perché la loro vita non ha esigenze superiori a quelle dello spazio che viene loro concesso.

Nessuna meraviglia quindi se s’incontrano individui che non comprendono perché si alza la voce per denunciare l’oppressione, e se l’oppressione è sconfitta, nessuna meraviglia se si incontrano coloro che vengono definiti “nostalgici”. Noi vogliamo e dobbiamo avere una sola nostalgia: quella per le cose sante; per la libertà, per la verità, per la semplicità già in parte compromesse.

Torniamo alla Pentecoste dell’Alto Solaio, delle camerette segrete, della vera separazione dal mondo, dal vero, puro amore fraterno realizzato e vissuto nell’uguaglianza. Torniamo ad un servizio attivo, disinteressato, privo di pretese accademiche e di artificiosità scolastiche, ma ricco di calore e di esperienze; si, torniamo a Dio e così distruggeremo ogni pernicioso paradosso presente in mezzo al popolo di Dio.

4. – UNA VITTORIA

Forse proprio l’opera di Biginelli ripetutamente ricordata ha contribuito a far conseguire una vittoria, diciamo pure una liberazione alle chiese dei fratelli. Finalmente lo statuto che sanzionava il centralismo, che limitava la libertà, è stato annullato.

In data 14 maggio 1980 il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Interno (Rognoni) ha approvato il nuovo Statuto. Quindi non uno statuto semplicemente modificato, ma un “nuovo statuto” che ha un carattere esclusivamente amministrativo.

Per avere un’idea del radicale cambiamento posso fare degli esempi; nel nuovo statuto non esistono più articoli come questi:

Art. 3:

a) L’Ente Morale è l’organo giuridico responsabile di tutte le comunità e che le rappresenta anche nelle loro attività spirituali.

Art 16:

b) L’Ente Morale nomina i ministri di culto ed è responsabile delle loro attività.

Il nuovo Statuto quindi limita l’attività dell’Ente alla gestione dei beni immobili, senza escludere però che le chiese stesse possano avere il possesso diretto di questi beni. L’Ente Morale diviene quindi praticamente un “servizio amministrativo” del quale tutti possono “liberamente” godere senza essere però condizionati nell’esercizio della vita comunitaria, e senza neanche essere obbligati ad accettarne il servizio amministrativo. Qualcuno potrà dire che la vittoria sarebbe stata completa se si fosse addirittura sciolto l’Ente e ripudiato definitivamente lo statuto, ogni statuto, ma dobbiamo sinceramente ammettere che quando la nostra libertà cristiana ed il rispetto completo della Parola di Dio non subiscono attentati, possiamo anche tollerare (farne a meno forse sarebbe meglio) quelle costituzioni suggerite dagli ordinamenti giuridici del paese.

Spesso quando si affronta l’argomento delle leggi si pensa a Paolo e si parla di Paolo cioè del “cittadino romano” che in varie circostanze si è appellato alla “legge”. Frequentemente però il riferimento all’apostolo è se non proprio strumentale, almeno equivoco; Paolo non ha mai cercato di introdurre un metodo legalista nella vita cristiana o nelle chiese. Non dobbiamo poi creare confusione non distinguendo fra l’osservanza di quelle leggi che c’impegnano esclusivamente nella nostra vita sociale e quelle leggi che ci vincolano direttamente alla parola di Dio. Infatti io sono convinto che se Paolo avesse dovuto scrivere oggi quello che ieri scrisse ai credenti della Galazia, avrebbe usato parole diverse, forse parole come queste:

V.

1) Cristo ci ha affrancati perché fossimo liberi; state dunque saldi, e non vi lasciate di nuovo porre sotto il giogo della servitù!

2) Ecco io vi dichiaro che se vi fate sottomettere ad uno statuto o ad un regolamento, Cristo non vi gioverà nulla.

3) E da capo protesto ad ogni uomo che accetta uno Statuto o un Regolamento che egli è obbligato ad osservare questi.

4) Voi che volete essere allineati mediante il Regolamento e lo Statuto, avete rinunciato a Cristo, siete lontani dalla Sua Parola.

VI.

12) Tutti coloro che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono ad accettare lo Statuto e il Regolamento e ciò al solo fine di non essere perseguitati per la croce di Cristo.

13) Poiché neppure quelli stessi che vi propongono lo Statuto osservano gli articoli di esso; ma vogliono che accettiate lo Statuto per potersi gloriare del numero.

No! non vuole essere un audace rifacimento del testo paolino, ma piuttosto una rispettosa interpretazione del suo pensiero applicato ad una situazione reale. D’altronde quel capitolo 5 dell’epistola ai Galati al quale mi riferisco è estremamente chiaro ed anzi ci dice che se non è lecito ad un cristiano cercare giustizia e giustificazione nella Legge (con la lettera maiuscola) quanto meno deve sentirsi impegnato a cercarla in un Regolamento alienante dalla libertà e addirittura dalla dipendenza da Dio.

Paolo non è schiavo degli uomini, è schiavo di Gesù Cristo anzi un volontario di Gesù Cristo e nello stesso modo che rivendica il diritto ad esercitare il ministero senza limitazioni (1 Cor. 9:1-6), così rivendica quello di liberamente soffrire con gioia per il nome di Gesù Cristo. Atti 21:13.

Egli non accetta, non può accettare tutori o procuratori, meno ancora è disposto a vendere l’acquistata libertà ad un “nuovo sinedrio”; è stato redento e quindi strappato dal sinedrio di Gerusalemme e non vuole conoscerne un altro anche se questo potrebbe presentarsi con il più allettante dei nomi e la più suggestiva delle forme.

Le lettere dell’apostolo non trascurano mai il tema della libertà, egli lo sviluppa in tutte le articolazioni: libertà dal peccato, dalle tradizioni, dalla paura, dall’errore e con grande enfasi: libertà dal legalismo il che vuol dire libertà dall’organizzazione, dalle gerarchie, dai regolamenti.

Mai l’apostolo avrebbe accettato uno statuto da aggiungersi all’Evangelo di Gesù Cristo; egli lo avrebbe visto come un altro Vangelo, quindi come un tentativo di coprire ed oscurare la Parola di Dio. Nell’esprimersi così non mi riferisco alla parola scritta, ma alla parola di Dio interamente ricevuta e interamente custodita dalla chiesa apostolica (Atti 2:42).

Paolo è l’espressione sana del pensiero e del sentimento della chiesa che vive nella libertà dello Spirito. Ogni movimento di risveglio infatti è nato libero, privo di ogni forma organizzativa, ed anzi animato dal proposito di non voler imitare le associazioni e le istituzioni umane sempre strutturate gerarchicamente e statutariamente.

Quindi se parliamo di Paolo dobbiamo saperlo “vedere” ed “ascoltare” perché da lui ci viene un solo messaggio; quello che ci esorta a conservare e riacquistare la libertà.

Biginelli scriveva: Siamo caduti molto in basso…; la sua parola si è unita a quella di altri che hanno detto la medesima cosa; quel suono si è dilatato, è diventato tuono e finalmente il tuono, terremoto che ha fatto crollare le strutture di un autoritarismo centralizzato che mortificava le chiese e questa è stata una vittoria che sinceramente guardiamo ed auspichiamo come inizio di un nuovo risveglio. Ma alle parole del Biginelli: “siamo caduti in basso…”; domandiamoci: e noi, dove ci troviamo?

Tergiamo il pianto sterile e soffochiamo le recriminazioni inutili, ma alziamo alta la voce per dire anche a coloro che si mettono al riparo delle loro posizioni e dei loro titoli altisonanti:

Torniamo all’Eterno!

Non riconosciamo i vostri titoli e non ci sottomettiamo alle vostre pretese autoritarie: vogliamo essere liberi; liberi di onorare Dio e fare non la nostra, non la VOSTRA, ma la Sua volontà.

I suffragi che avete ricevuti non annullano il fatto che avete preteso assumere un ruolo che non vi è stato conferito da Dio e che è totalmente estraneo all’insegnamento della Scrittura. Perciò rifiutiamo le vostre direttive, perché vogliamo seguire soltanto quelle di Dio. Vogliamo esaltare la comunione, incrementare la collaborazione, onorare il ministero, ma solo e sempre nell’esercizio della libertà cristiana e, soprattutto nella realizzazione di quel puro amore fraterno che ci ha fatto figliuoli di Dio e quindi uguali per vivere sotto la suprema Autorità di Dio nella guida dello Spirito Santo! Amen!

Quando saremo capaci di alzare la voce ed esprimere queste decisioni; soprattutto quando saremo capaci di attuare questi principi, con quel coraggio che deve venirci dalla consapevolezza di essere liberi figliuoli di Dio, potremo anche noi affermare che una battaglia è stata vinta per il bene del popolo cristiano e, soprattutto, alla gloria di Dio.

LA CHIESA

E’ stato osservato che quando il Nuovo Testamento parla di chiesa si riferisce quasi sempre (cioè 100 volte su 110) alla chiesa “locale” che può essere anche una piccola chiesa (Mt. 18:20) e che può raccogliersi forse in una casa. (Rom. 16:5). E’ stato anche detto che la Scrittura parla di ogni singola comunità locale come del “Corpo di Cristo” in quel luogo e per quell’epoca. Non dobbiamo quindi avere il concetto che la comunità di una città rappresenti l’occhio e quella di un’altra città l’orecchio… e così di seguito, anzi dobbiamo credere che ogni comunità rappresenta dove si trova, il corpo di Cristo. (1 Cor. 12:27).

Ogni chiesa locale, quindi è autonoma ed anche se ha comunione e rapporti di collaborazione con altre comunità, riconosce un solo “capo” e questo capo è Cristo.

Nessun “corpo” può avere pretese di superiorità sopra gli altri e nessuna “autorità” ha il diritto di esercitare “potere” sopra le comunità. Cristo è il capo di ogni comunità ed Egli guida ed edifica mediante l’opera del ministero, per la luce della Parola, per la guida dello Spirito. Se vogliamo tracciare un rapido schema scritturale della chiesa, possiamo articolarlo come segue:

1) La chiesa cristiana di ogni secolo e di ogni luogo ha un solo capo: Gesù Cristo. Ef. 5:23.

2) La “chiesa” è costituita dai “primogeniti scritti nei cieli” e dai “giusti resi perfetti”. Ebrei 12:22-23.

3) Ed è perfezionata ed edificata mediante l’opera del ministero assolto dagli operai suscitati e dati da Cristo. Efesi 4:11.

4) La chiesa di ogni luogo e di ogni epoca è stata chiamata ad essere la luce del mondo e ad evangelizzare i popoli nella potenza dello Spirito Santo. Mt. 5:14 – Atti 1:8.

5) La chiesa è costituita nella sua struttura terrena dalle chiese locali. Apoc. 1:4.

6) Ogni chiesa locale ha Cristo, quale capo supremo. Apoc. 2:1.

7) In ogni chiesa c’è perfetta uguaglianza fra tutti i membri che la compongono. Mt. 23:8.

8 ) Ogni chiesa viene perfezionata ed edificata a mezzo del servizio suscitato da Dio ed esercitato in umiltà. Matt. 20:26.

9) Ogni chiesa è assolutamente autonoma e libera di amministrarsi in relazione alla propria vita ed esperienza. Atti 14:26.

10) Le “chiese” hanno un rapporto ugualitario di comunione mediante i vincoli dell’amore ed i rapporti spirituali di libera collaborazione sul piano di una vera e profonda identità dottrinale e morale. Col. 4:16.

11) Le chiese non sono sottoposte a nessun potere centrale e non accettano strutture gerarchiche che volessero sovrapporsi alla propria autonomia e libertà. Atti 11:1-3.

12) Ogni chiesa è libera di:

a) Programmare la propria attività. Atti 13:1-3

b) Avere le proprie missioni e le proprie pubblicazioni Fil. 4:15.

c) Sovvenzionare i propri operai cristiani Gal. 6:6.

d) Partecipare liberamente a programmi collettivi 1 Cor. 16:1.

e) Accettare ministri ed avere rapporti di comunione e collaborazione con altre chiese, prescindendo da considerazioni denominazionali od organizzative, ma non da quelle dottrinali e morali Col. 4:16 – Mc. 9:38-39.

f) Possedere i propri locali 1 Cor. 16:19 – Col. 4:15

g) Riconoscere i propri ministri, anziani e diaconi e conservare il governo della comunità secondo i principi stabiliti dalla Parola di Dio ed in rapporto ad esigenze locali 1Tess. 5:12 – Fil. 1:1

13) Ogni chiesa nel rifiutare “organi”, “titoli” e “qualifiche” estranei all’insegnamento della dottrina cristiana non fa altro che riaffermare la validità dei “ministeri” conferiti da Dio e quindi la “disponibilità” ad accettare liberamente l’offerta di collaborazione edificativa che può essere data e ricevuta. Rom. 1:11-12

14) Ogni chiesa deve sentirsi impegnata per difendere quella libertà cristiana che deriva dalla verità. Gal. 5:1

Tratto dal sito: http://www.chiesadiroma.it/RBracco/Libri_varie/laveritaliberi.htm

Fonte articolo

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