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Il Signore Gesù Cristo

La storia di Gesù di Nazareth

Ai giorni dell’imperatore Cesare Augusto, una giovane vergine di Nazareth (una cittadina della Galilea) che era stata promessa sposa a Giuseppe, figlio di Giacobbe, che era della casa di Davide, ricevette la visita di un santo angelo di Dio il quale le preannunziò che ella avrebbe concepito e partorito un figlio che sarebbe stato grande e sarebbe stato chiamato Figlio dell’Altissimo; il suo nome sarebbe stato Gesù. A lui Dio avrebbe dato il regno di Davide suo padre ed Egli avrebbe dominato su Israele in eterno. Maria, questo il nome della giovane vergine, sentendo dirgli quelle parole chiese come avrebbe potuto avvenire tutto ciò dato che lei non conosceva uomo; e l’angelo le rispose che lo Spirito Santo sarebbe venuto sopra di lei, e la potenza di Dio l’avrebbe coperta della sua ombra, per cui il santo che sarebbe nato sarebbe stato chiamato Figliuolo di Dio. Al che Maria rispose all’angelo che le fosse fatto secondo la sua parola perché lei si dichiarava l’ancella del Signore.

E così avvenne, Maria rimase incinta per virtù dello Spirito Santo, senza che Giuseppe l’avesse conosciuta. Ma quando Giuseppe, tempo dopo, si accorse che la sua promessa sposa era incinta si propose di lasciarla di nascosto, ma mentre aveva queste cose nell’animo un angelo di Dio gli apparve in sogno e gli disse di non preoccuparsi di prendere Maria in sposa perché quello che in lei era generato era dallo Spirito Santo; e che lui avrebbe dovuto mettere al figlio che doveva nascere il nome di Gesù che significa ‘YHWH salva’ (YHWH è il nome ebraico di Dio che si pronuncia Yahweh). Tranquillizzato da quelle parole, Giuseppe appena si svegliò prese in sposa Maria, sapendo per certo che il messaggero di Dio che gli era apparso non gli aveva mentito.

Proprio in quei giorni avvenne che uscì da parte di Cesare Augusto un decreto che si facesse un censimento di tutto l’impero. Allora Giuseppe prese la sua sposa che era incinta e si recò a Betleem a farsi registrare perché, come abbiamo detto innanzi, egli era della casa di Davide. Ed avvenne che mentre si trovavano a Betleem di Giuda, Maria partorì il fanciullo a cui in capo a otto giorni, quando fu circonciso, fu posto il nome di Gesù.

Il giorno stesso in cui Gesù nacque, apparve a dei pastori della contrada di Betleem un angelo del Signore il quale gli annunziò la buona notizia che in quel giorno nella città di Davide era nato il Salvatore, che era Cristo (dal greco Christòs che significa ‘Unto’), il Signore. Essi dunque, udito ciò, si recarono a Betleem e vi trovarono il fanciullino e divulgarono quello che era loro stato detto di quel bambino. Al sentire quelle cose coloro che erano là presenti si meravigliarono.

Quando si compirono i giorni durante i quali – secondo la legge – la donna che aveva partorito un figlio maschio doveva rimanere a purificarsi del suo sangue, i suoi genitori lo portarono in Gerusalemme per presentarlo al Signore, ed anche per offrire l’olocausto e il sacrificio per il peccato che prescriveva la legge di Mosè.

In seguito, quando Gesù aveva ancora poche settimane giunsero a Betleem, presso la casa dove egli era tenuto, dei magi provenienti dall’Oriente i quali lo adorarono, e aperti i loro tesori gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. Come avevano fatto quegli uomini a giungere a Betleem? In questa maniera: mentre erano in Oriente era apparsa loro la sua stella che li aveva condotti in Israele. Giunti a Gerusalemme avevano chiesto dove fosse il re dei Giudei che era nato perché essi erano venuti per adorarlo. Ed il re della Giudea, Erode, chiamati gli scribi e i capi sacerdoti, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere, ed essi gli dissero che il Cristo doveva nascere in Betleem di Giudea. Il re dunque aveva mandato i magi a Betleem (dopo essersi informato del tempo in cui la stella era apparsa loro), dicendogli di tornare poi da lui quando avrebbero trovato il fanciullino perché pure lui voleva andare ad adorarlo. Ma i magi dopo avere trovato il fanciullino Gesù, non tornarono da Erode perché furono divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode; quindi per altra via tornarono al loro paese.

Questo naturalmente fece infuriare Erode che si vide beffato dai magi; e allora egli mandò a sterminare tutti i maschi ch’erano in Betleem e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù (secondo il tempo del quale egli s’era informato dai magi). Ma il fanciullino Gesù non fu messo a morte perché Dio mediante un angelo aveva avvertito per tempo Giuseppe dicendogli di prendere il fanciullino e sua madre e di andare in Egitto e rimanervi fino a nuovo ordine. Quando poi Erode fu morto, allora Dio, sempre mediante un suo angelo, avvertì Giuseppe e gli disse di tornare in Israele.

Giunto in Israele, Giuseppe si ritirò in Galilea e precisamente nella città di Nazareth. Qui in Nazareth Gesù fu allevato dai suoi genitori e cresceva in sapienza e in statura, si fortificava e la grazia di Dio era sopra lui.

Quando Gesù raggiunse i trenta anni circa lasciò la Galilea e si recò al fiume Giordano a farsi battezzare da Giovanni il Battista, che era apparso da qualche tempo nel deserto della Giudea predicando un battesimo di ravvedimento per la remissione dei peccati. Chi era costui? Egli non era né Elia, e neppure il Cristo, come lui stesso ebbe a rispondere a quei Farisei che lo avevano interrogato un giorno al di là del Giordano dove lui stava battezzando; ma egli era colui del quale aveva parlato Dio tramite il profeta Malachia quando disse: “Ecco, io vi mando il mio messaggero; egli preparerà la via davanti a me” (Mal. 3:1). Un uomo perciò che Dio aveva mandato innanzi al suo Unto per preparargli la via. Ma in che maniera il messaggero di Dio avrebbe preparato la strada davanti all’Unto di Dio? Testimoniando di lui affinché tutti credessero per mezzo di lui; e questo difatti è quello che fece Giovanni.

Quando in quel giorno il Battista lo battezzò e Gesù fu uscito dall’acqua avvenne che i cieli si apersero ed egli vide scendere su di lui lo Spirito Santo in forma corporea a guisa di colomba ed udì una voce che disse: “Questo è il mio diletto Figliuolo nel quale mi son compiaciuto” (Matt. 3:17). Da allora il Battista cominciò ad attestare alle turbe: “Ho veduto lo Spirito scendere dal cielo a guisa di colomba, e fermarsi su di lui. E io non lo conoscevo; ma Colui che mi ha mandato a battezzare con acqua, mi ha detto: Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quel che battezza con lo Spirito Santo. E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figliuol di Dio” (Giov. 1:32-34). In occasione dunque del suo battesimo in acqua Gesù di Nazareth fu unto da Dio di Spirito Santo.

Dopo che Gesù fu unto, lo Spirito Santo lo condusse nel deserto affinché fosse tentato da Satana. Dopo che ebbe digiunato per quaranta giorni e quaranta notti per tre volte il tentatore cercò di farlo cadere in peccato; ma Gesù si oppose a lui in maniera efficace citandogli la legge del Signore che egli aveva riposto nel suo cuore secondo che è scritto: “La legge del suo Dio è nel suo cuore; i suoi passi non vacilleranno” (Sal. 37:31). Il diavolo allora lo lasciò fino ad altra occasione, e gli angeli di Dio vennero a servirlo.

Dopo di ciò, Gesù tornò in Galilea dove cominciò a predicare e ad insegnare, glorificato da tutti. Venne anche a Nazareth dove era stato allevato, ma qui i suoi concittadini si levarono pieni di ira contro di lui perché dopo che egli ebbe letto in sinagoga quel passo di Isaia dove è detto: “Lo Spirito del Signore, dell’Eterno è su me, perché l’Eterno m’ha unto per recare una buona novella agli umili; m’ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore rotto, per proclamare la libertà a quelli che sono in cattività, l’apertura del carcere ai prigionieri, per proclamare l’anno di grazia dell’Eterno” (Is. 61:1), egli affermò che in quel giorno quella Scrittura s’era adempiuta, e che nessun profeta è ben accetto nella sua patria. Essi allora lo cacciarono fuori dalla città e cercarono di precipitarlo giù dal ciglio del monte su cui era fabbricata Nazareth, ma egli passando in mezzo a loro se ne andò a Capernaum, città sul mare ai confini di Zabulon e Neftali, dove fissò la sua residenza, infatti questa città è chiamata la sua città (cfr. Matt. 9:1).

Gesù andava attorno di città in città e di villaggio in villaggio predicando ed annunziando la buona novella del regno di Dio. Egli diceva alla turbe: “Ravvedetevi e credete all’Evangelo” (Mar. 1:15); quindi esortava tutti a pentirsi dei loro peccati ed a credere nella buona notizia di cui lui era l’ambasciatore per volontà di Dio. Il profeta Isaia infatti aveva detto del Cristo che egli avrebbe recato una buona novella ai poveri. Ma in che cosa consisteva questa buona notizia in cui Gesù ordinava agli uomini di credere? Nel fatto che Dio nella pienezza dei tempi aveva mandato nel mondo il suo Figliuolo affinché chiunque credesse in lui non perisse ma avesse vita eterna. In altre parole nella meravigliosa notizia che Dio nel suo grande amore aveva mandato nel mondo il suo Figliuolo affinché per mezzo di lui il mondo fosse salvato, e che per essere salvati era necessario, indispensabile, credere in lui.

Oltre ad annunziare ai Giudei il ravvedimento e la fede in lui, Gesù insegnò molte cose in parabole alle turbe e così si adempirono le parole del profeta: “Io aprirò la mia bocca per proferir parabole, esporrò i misteri de’ tempi antichi” (Sal. 78:2).

Ma Gesù operò anche tante guarigioni in mezzo ai Giudei. Egli risuscitò pure i morti e cacciò molti demoni dai corpi di coloro che li possedevano, e questo perché Dio era con lui.

Ma nonostante Gesù andasse in giro per il paese dei Giudei facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo perché Dio era con lui, ci furono molti che non credettero in lui, e dissero di lui che era un mangione e un ubriacone, uno che seduceva le persone, un pazzo, uno che aveva il principe dei demoni e mediante di esso cacciava i demoni, un peccatore perché violava il sabato, un bestemmiatore perché chiamava Dio suo Padre e si faceva uguale a lui. Calunnie, solo calunnie; perché Gesù fu un uomo temperato in ogni cosa; un uomo che non cercò mai il suo interesse come invece fanno i seduttori di menti che insegnano cose che non dovrebbero per amore di disonesto guadagno; un uomo ripieno di sapienza, ma non di quella dei principi di questo mondo ma di quella di Dio misteriosa ed occulta; un uomo ripieno di Spirito Santo che cacciava i demoni per l’aiuto dello Spirito; un uomo che non violò mai il Sabato perché in giorno di Sabato è lecito di fare del bene, è lecito di salvare una persona e lui in quel giorno faceva proprio questo guarendo coloro che avevano bisogno di guarigione; un uomo verace che non si fece uguale a Dio per presunzione ma perché egli era uguale a Dio per natura essendo il suo Unigenito Figliuolo venuto da presso a Lui. Ma quantunque fosse uguale a Dio, Egli non reputò una cosa da ritenere con avidità questa uguaglianza con Dio ma umiliò se stesso prendendo la forma di servo, divenendo simile ai figliuoli degli uomini. Ecco perché molti non riconobbero in lui il Figlio di Dio perché si presentò sotto forma di un umile servo che apparentemente non aveva nulla di diverso dagli altri uomini.

Queste calunnie naturalmente fecero soffrire Gesù perché egli si vide rigettato proprio da quelli di casa sua; egli soffrì come i profeti che erano stati prima di lui i quali erano stati mandati da Dio al popolo per il suo bene ed invece furono rigettati e calunniati in ogni maniera quasi che essi cercassero il suo male. Si adempirono così le parole del profeta Isaia con cui egli aveva definito il Cristo: “Uomo di dolore, familiare col patire” (Is. 53:3), e così fu infatti Gesù Cristo.

Tra coloro che rigettarono Gesù ci furono i capi sacerdoti e i Farisei i quali, avendo disconosciuto lui e le dichiarazioni dei profeti che si leggevano ogni sabato, deliberarono di pigliarlo e di farlo morire.

Alcuni giorni prima della Pasqua, Gesù salì a Gerusalemme entrandovi montato sopra un asinello. Avvenne proprio in quei giorni che precedevano la Pasqua che Satana entrò in uno dei discepoli di Gesù, chiamato Giuda Iscariota, il quale andò dai capi sacerdoti per darglielo nelle mani. Ed essi rallegratisi di ciò, promisero di dargli in cambio del denaro, trenta sicli d’argento. Da quel momento perciò Giuda Iscariota cercava il momento opportuno di tradirlo.

Avvenne così che durante la festa della Pasqua, dopo che Gesù ebbe mangiato la Pasqua coi suoi discepoli che Giuda uscì da dove essi erano radunati. Poco dopo venne nell’orto del Getsemani, dove Gesù intanto era andato coi suoi discepoli per pregare, con una grande turba che aveva spade e bastoni. Dopo avere ricevuto il convenuto segnale da parte di Giuda, costoro misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono; esattamente come avrebbero fatto con un malfattore. Tutti i suoi discepoli allora lo lasciarono e se ne fuggirono.

Lo portarono prima davanti al Sinedrio che lo condannò come reo di morte perché si era dichiarato il Figlio di Dio, e quindi per bestemmia. Quando i membri del Sinedrio dissero: “E’ reo di morte” (Matt. 26:66), gli sputarono in viso e gli diedero dei pugni; e altri lo schiaffeggiarono, dicendo: “O Cristo profeta, indovinaci: Chi t’ha percosso?” (Matt. 26:68). Poi, legatolo, lo menarono dal governatore Ponzio Pilato per chiedergli di crocifiggerlo. Questi in un primo tempo aveva deliberato di liberarlo perché non trovava in lui nulla che fosse degno di morte (lo aveva anche mandato da Erode che in quei giorni si trovava in Gerusalemme il quale lo aveva schernito coi suoi soldati, ed anche lui non aveva trovato in Gesù alcuna delle colpe di cui l’accusavano i capi sacerdoti e gli scribi), ma siccome la moltitudine chiedeva con grande grida di crocifiggerlo acconsentì a quello che essa chiedeva e perciò comandò che fosse fatto prima flagellare e poi crocifiggere. I soldati del governatore lo menarono allora dentro il pretorio e lo vestirono di porpora, gli misero sul capo una corona di spine, una canna nella mano destra, e prostratisi davanti a lui lo beffavano dicendo: Salve, re dei Giudei! e gli percuotevano il capo con la canna e gli sputavano addosso.

Dopo averlo spogliato della porpora e rivestito dei suoi vestimenti lo menarono fuori al luogo detto Golgota, dove lo inchiodarono sulla croce affinché si adempissero le parole: “M’hanno forato le mani e i piedi” (Sal. 22:16), in mezzo a due malfattori e questo affinché si adempissero le parole di Isaia: “E’ stato annoverato fra i trasgressori” (Is. 53:12).

Mentre era appeso sulla croce i soldati presero le sue vesti e ne fecero quattro parti affinché ognuno di loro ne avesse una parte, mentre la tunica la tirarono a sorte per sapere a chi toccherebbe; questo avvenne affinché si adempisse la Scrittura: “Spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste” (Sal. 22:18).

Un’altra cosa che avvenne mentre Gesù era appeso sulla croce agonizzante fu che lui venne schernito da coloro che passavano di là e dai capi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani i quali gli dicevano: “Ha salvato altri e non può salvar se stesso! Da che è il re d’Israele, scenda ora giù di croce, e noi crederemo in lui. S’è confidato in Dio; lo liberi ora, s’Ei lo gradisce, poiché ha detto: Son Figliuol di Dio” (Matt. 27:42-44); e questo avvenne affinché si adempissero le parole di Davide: “Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo: Ei si rimette nell’Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce” (Sal. 22:7-8), ed ancora: “Apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente” (Sal. 22:13).

Prima che Gesù spirasse gridò: “Elì, Elì, lamà sabactanì? cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matt. 27:46), e in quel momento uno degli astanti corse a prendere una spugna e inzuppatala d’aceto e postala in cima ad una canna gli diè da bere. Questo avvenne affinché si adempisse quello che era stato detto da Davide: “Nella mia sete, m’han dato a ber dell’aceto” (Sal. 69:21).

Dopo che Gesù spirò, i soldati vennero a fiaccare le gambe a coloro che erano sulla croce, fiaccarono le gambe ai due che erano stati crocifissi con lui, ma a Gesù non gliele fiaccarono, perché lo videro già morto, affinché si adempisse la Scrittura che dice: “Niun d’osso d’esso sarà fiaccato” (Giov. 19:36; Sal. 34:20). Quella sera si adempì anche la Scrittura: “Ed essi riguarderanno a me, a colui ch’essi hanno trafitto” (Zacc. 12:10).

Ma perché morì Gesù Cristo? “Egli è stato trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo delle nostre iniquità” (Is. 53:5), dice Isaia. Quindi la sua morte sulla croce, voluta e decretata dai Giudei ed eseguita materialmente dai Gentili, non fu altro che l’adempimento delle parole del profeta Isaia. E perciò diciamo che fu Dio che fece sì che i Giudei e i Gentili si mettessero assieme contro il suo Unto per ucciderlo e questo affinché con la sua morte egli ci liberasse dal peccato.

Vediamo ora di spiegare questo concetto molto importante. Il peccato è entrato nel mondo tramite un uomo solo di nome Adamo e questo peccato è passato su tutti gli uomini, per cui tutti hanno peccato. Ma che cosa rende forte il peccato nell’uomo? La legge, perché, come dice Paolo, essa è “la forza del peccato” (1 Cor. 15:56). Sempre Paolo spiega questo quando dice che: “Il peccato, còlta l’occasione, per mezzo del comandamento, mi trasse in inganno; e, per mezzo d’esso, m’uccise” (Rom. 7:11), in altre parole il peccato fa leva sulla legge per portare la morte nell’uomo. La legge è sì buona e santa, ma il peccato si usa di essa proprio per cagionare la morte nell’uomo. Per fare un paragone, è come se un omicida si usasse di un pezzo di legno fatto da Dio per uccidere un altro uomo. Chi ammazza non è il legno fatto da Dio e buono in se stesso, ma l’omicida che si usa di esso per adempiere il suo criminoso disegno. Così il peccato omicida si usa della legge, data da Dio ad Israele e perciò buona, per uccidere spiritualmente le persone. Quindi occorreva annullare il peccato, cioè spogliarlo del suo potere che aveva sull’uomo. E Gesù ha fatto proprio questo con il suo sacrificio, ha annullato il peccato; lo ha potuto fare questo perché egli si è caricato delle nostre iniquità morendo sulla croce per noi tutti. Ecco perché chi crede in lui viene affrancato dal peccato, perché Gesù sulla croce ha crocifisso il suo (di chi crede) vecchio uomo. Quindi il credente in Cristo è morto con Cristo al peccato; e di conseguenza la legge ha cessato di dominarlo perché la legge signoreggia l’uomo solo mentre egli vive e non anche dopo che è morto. Ed il credente mediante il corpo di Cristo è morto alla legge, a quella cioè che lo teneva soggetto a schiavitù, per appartenere ad un altro, cioè a colui che è risorto dai morti.

Dopo che Gesù spirò sulla croce, venne un certo Giuseppe d’Arimatea che era un uomo ricco e che era diventato anch’egli discepolo di Gesù, il quale chiesto il corpo a Pilato, prese il corpo di Gesù, lo avvolse in un panno lino netto e lo depose nella sua tomba che aveva fatta scavare lì nei pressi, e nella quale ancor nessuno era stato posto. Fu così che si adempì quell’altra Scrittura che dice: “Gli avevano assegnata la sepoltura fra gli empi, ma nella sua morte, egli è stato col ricco” (Is. 53:9).

Ma il terzo giorno Dio lo risuscitò dai morti perché era impossibile che Cristo fosse ritenuto dalla morte; ed anche la sua risurrezione era stata preannunziata da Dio nella sua parola infatti Davide aveva detto: “Tu non lascerai l’anima mia nell’Ades, e non permetterai che il tuo Santo vegga la corruzione” (Atti 2:27). E’ chiaro che qui Davide non parlò di lui perché il suo corpo rimase nel sepolcro e vide la corruzione, ma parlò della risurrezione del Cristo, di uno dei suoi discendenti, perché lui sapeva che Dio gli aveva promesso con giuramento che lo avrebbe fatto sedere sul suo trono in eterno secondo che è scritto: “L’Eterno ha fatto a Davide questo giuramento di verità, e non lo revocherà: Io metterò sul tuo trono un frutto delle tue viscere” (Sal. 132:11).

Dopo che Gesù risuscitò si fece vedere da quelli che egli aveva scelti, mangiò e bevve con loro, e discusse con loro delle cose relative al regno di Dio e diede loro dei comandamenti; dopodiché fu assunto in cielo alla destra della Maestà e questo affinché si adempissero le parole di Davide: “L’Eterno ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi” (Sal. 110:1). E dal cielo, a suo tempo, egli tornerà con gloria e potenza.

 

La divinità di Cristo

 

Noi discepoli di Gesù Cristo crediamo fermamente che il nostro Maestro era, è e sarà sempre Dio. Quando diciamo che Egli è Dio intendiamo che egli è divino come lo è il Padre, o detto in altri termini Uno, quanto alla sostanza, con il Padre e perciò senza un principio e senza una fine. Citerò adesso alcuni passi della sacra Scrittura tratti dal Nuovo Testamento che affermano con ogni franchezza che Gesù è Dio.

Ÿ Giovanni dice: “Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa é stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta…. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità” (Giov. 1:1-3;14). Dunque, siccome è detto chiaramente che la Parola era Dio e che la Parola è stata fatta carne, noi dichiariamo che Dio è stato manifestato in carne nella persona di Cristo Gesù. Le seguenti parole scritte nei Salmi: “I cieli furon fatti dalla parola dell’Eterno” (Sal. 33:6), confermano ciò che Giovanni ha detto cioè che “la Parola era Dio” (Giov. 1:1) perché noi sappiamo che i cieli sono stati fatti da Dio secondo che è scritto: “Nel principio Iddio creò i cieli e la terra” (Gen. 1:1); perciò se la Parola di Dio non fosse stata Dio essa non avrebbe potuto creare i cieli.

 

Ÿ Gesù disse: “Io ed il Padre siamo uno” (Giov. 10:30). Non è forse chiaro il significato di queste parole dette da Gesù? Lui ed il Padre benché siano due persone distinte sono Dio. Per spiegare questa unione tra il Figlio e il Padre (formanti un solo Dio pur rimanendo distinti) con alcuni esempi biblici, diciamo che è come quella tra l’uomo e la donna sposati secondo che è scritto: “..e saranno una stessa carne” (Gen. 2:24) ed anche: “non son più due, ma una sola carne” (Matt. 19:6). E’ chiaro che marito e moglie rimangono due persone distinte, ma davanti a Dio diventano una sola carne. Anche quando la Scrittura dice che “chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui” (1 Cor. 6:17) parla di un unione che non esclude però la separazione e la diversità di coloro di cui parla, infatti essa non ha inteso dire che l’uomo che si unisce a Cristo diventa lo Spirito di Dio o si fonde con Esso o diventa Cristo e perciò Dio perché in questo caso Essa avrebbe divinizzato l’uomo. L’uomo continua ad essere uomo, e il suo spirito continua a rimanere distinto dallo Spirito di Dio infatti Paolo ai Romani dice che “lo Spirito stesso attesta insieme col nostro spirito, che siamo figliuoli di Dio” (Rom. 8:16). Quindi, sì unione tra l’uomo e la donna, sì unione tra il credente e il Signore; ma un unione nella diversità. Alcuni dicono invece che le parole di Gesù sulla sua unione con il Padre significano solo che il Figliuolo ed il Padre sono uno nell’accordo e nel proposito. Ma noi diciamo: ‘Se fosse solo questo il significato delle parole di Gesù perché i Giudei subito dopo che egli le pronunziò presero delle pietre per lapidarlo?’ Non è forse un’altra, e precisamente perché egli si faceva uguale a Dio, la ragione per cui essi presero delle pietre per lapidarlo? Sì, infatti è scritto che i Giudei gli dissero: “Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio” (Giov. 10:33). Il fatto di dichiararsi solo d’accordo con Dio non avrebbe scatenato l’ira di quei Giudei increduli.

 

Ÿ Gesù rispose a quell’uomo che lo aveva chiamato “Maestro buono” (Mar. 10:17): “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Iddio” (Mar. 10:18). Ora, qualcuno dirà: ‘Perché prendere questo passo per attestare che Gesù è Dio? Per questo motivo, perché Gesù non rifiutò di essere chiamato buono, ma chiese solo a quell’uomo perché lo chiamasse buono dato che solo Dio è buono. E quindi, dato che Dio solo è buono il Maestro è Dio, perché Egli è buono. Se Gesù non fosse stato buono certamente avrebbe detto a quell’uomo di chiamare buono solo Dio, e perciò implicitamente si sarebbe dichiarato solo un uomo. Ma proprio perché Egli era una stessa cosa con Dio Padre, Egli era buono. Quindi, noi facciamo bene a chiamarlo Maestro buono, perché Egli è Dio.

 

Ÿ Paolo disse di Gesù Cristo ai Colossesi che “in lui si compiacque il Padre di far abitare tutta la pienezza” (Col. 1:19). Ed è proprio in virtù del fatto che in Cristo abitò tutta la pienezza della Divinità che noi abbiamo potuto ricevere da lui grazia sopra grazia infatti Giovanni dice: “E’ della sua pienezza che noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia sopra grazia” (Giov. 1:16). In altre parole noi non avremmo potuto ricevere da Cristo né la salvezza, né la vita, né la pace e nessun altra benedizione se in Lui non avesse dimorato la pienezza della Deità, ovvero se Egli non fosse stato Dio.

 

Ÿ L’apostolo Paolo disse ai Romani: “Dai quali [dagli Israeliti] è venuto, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen” (Rom. 9:5). Quindi Cristo Gesù, benché fu trovato nell’esteriore come un uomo, é l’Iddio che è benedetto per l’eternità.

 

Ÿ Paolo dice a Tito: “Aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Iddio e Salvatore, Cristo Gesù…” (Tito 2:13). Ora, il profeta Daniele chiamò Dio “il grande Iddio”, infatti dopo che parlò al re Nebucadnetsar gli disse: “Il grande Iddio ha fatto conoscere al re ciò che deve avvenire d’ora innanzi” (Dan. 2:45); Geremia fece lo stesso infatti disse: “Tu sei l’Iddio grande” (Ger. 32:18); Davide riconobbe che solo Dio è grande quando disse: “Sì, io conosco che l’Eterno è grande” (Sal. 135:5); quindi se Paolo ha chiamato Gesù “il nostro grande Iddio” significa che lui credeva fermamente che Cristo è Dio. Se Gesù non fosse stato Dio, e perciò se egli non fosse stato uguale a Dio, Paolo non lo avrebbe giammai chiamato “il nostro grande Iddio”, perché in tale modo avrebbe definito una creatura Dio, rendendosi colpevole di idolatria. Ricordatevi che Paolo era un Giudeo di nascita che sapeva molto bene che Dio aveva detto: “Non avere altri dii nel mio cospetto” (Es. 20:3), e perciò non si sarebbe mai permesso, se Gesù Cristo fosse stato solo un uomo, di chiamarlo “il nostro grande Iddio”. Anche il fatto che Paolo abbia chiamato Gesù Cristo “il nostro Salvatore” mostra che egli credeva che Gesù era Dio. Egli sapeva che Dio aveva detto tramite Isaia: “Non v’é Salvatore fuori di me” (Is. 45:21), eppure egli non chiamò “nostro Salvatore” solo Dio Padre (in Tito dice: “La predicazione che è stata a me affidata per mandato di Dio, nostro Salvatore” [Tito 1:3], e a Timoteo dice: “Paolo, apostolo di Cristo Gesù per comandamento di Dio nostro Salvatore” [1 Tim. 1:1], e: “Abbiamo posto la nostra speranza nell’Iddio vivente, che é il Salvatore di tutti gli uomini, principalmente dei credenti” [1 Tim. 4:10]) ma anche il suo Figliuolo Gesù Cristo secondo che è scritto in Tito: “Grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro Salvatore” (Tito 1:4).

 

Ÿ L’apostolo Pietro ha chiamato anche lui Gesù Cristo “il nostro Dio e Salvatore”, infatti all’inizio della sua seconda epistola è scritto: “Simon Pietro, servitore e apostolo di Gesù Cristo, a quelli che hanno ottenuto una fede preziosa quanto la nostra nella giustizia del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo” (2 Piet. 1:1). Anche lui come Paolo sapeva che esiste solo un Dio ed un solo Salvatore ma chiamò il Cristo che lui aveva conosciuto anche nei giorni della sua carne “nostro Dio e Salvatore”, perché Egli lo è.

 

Ÿ Nel libro degli Atti degli apostoli tra le parole che Paolo rivolse agli anziani della chiesa di Efeso vi sono queste: “Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, la quale egli ha acquistata col proprio sangue” (Atti 20:28). Ora, in queste parole è detto che Dio ha acquistato la sua chiesa con il suo sangue, il che a prima vista parrebbe incredibile perché sappiamo che non è Dio che è morto sulla croce ed ha versato il suo sangue per noi, ma il suo unigenito Figliuolo. Ma esaminando attentamente questo passo e confrontandolo con altri passi della Scrittura noteremo che qui Paolo si riferisce al Figliuolo di Dio e non a Dio il Padre il quale nei giorni della carne del suo Figliuolo continuava ad essere assiso sul suo trono nel cielo. Ricordatevi che quando Toma disse a Gesù: “Signor mio e Dio mio” (Giov. 20:28), ammise implicitamente che il suo Dio era morto sulla croce, che aveva sparso il suo sangue per comprarci con esso, e poi era risorto; ma badate che non è che con quelle parole ammise che Dio Padre era morto sulla croce; dico questo per farvi comprendere che c’è sempre da fare una chiara distinzione tra Dio Padre e Dio Figliuolo. Sono due persone unite e della medesima sostanza da ogni eternità, ma nello stesso tempo diverse tra loro e devono essere nominate separatamente al fine di non scambiare l’una per l’altra. In conclusione, Gesù Cristo è l’Iddio che, secondo le parole di Paolo, ha comprato la sua chiesa con il suo sangue.

 

Ÿ Nella epistola agli Ebrei é scritto: “Dice del Figliuolo: Il tuo trono, o Dio, é ne’ secoli dei secoli..” (Ebr. 1:8). Anche da queste parole tratte dal quarantacinquesimo salmo si comprende chiaramente che il Figliuolo é Dio.

 

Ÿ Sempre in questa lettera è scritto: “E quando di nuovo introduce il Primogenito nel mondo, dice: Tutti gli angeli di Dio l’adorino” (Ebr. 1:6). Ora, noi sappiamo che gli angeli adorano solo Dio secondo che è scritto: “L’esercito de’ cieli t’adora” (Neh. 9:6); quindi, siccome gli angeli sanno che si deve adorare solo Dio (l’angelo di Gesù che apparve a Giovanni sull’isola di Patmo, quando vide che Giovanni si prostrò davanti a lui per adorarlo gli disse: “Guàrdati dal farlo… Adora Iddio!”[Ap. 22:9]) essi sanno e riconoscono che Gesù Cristo è Dio. E poi se Dio Padre ha ordinato ai suoi angeli di adorare il suo Figliuolo vuole dire che Egli stesso riconosce in Cristo Gesù la seconda persona della Divinità. Se Gesù non fosse Dio, il Padre non avrebbe giammai ordinato ai suoi angeli di adorarlo.

 

Ÿ Matteo dice che i magi “entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono…” (Matt. 2:11). Queste parole attestano che Gesù era Dio anche quando era in fasce, perché i magi venuti dall’Oriente gli rivolsero l’adorazione dovuta solo a Dio.

 

Ÿ Lo stesso apostolo dice alla fine del Vangelo da lui scritto che le donne accostatesi a Gesù risorto “gli strinsero i piedi e l’adorarono” (Matt. 28:9), e poi che i discepoli “andarono in Galilea sul monte che Gesù avea loro designato. E vedutolo, l’adorarono” (Matt. 28:16-17). Ora, siccome che è scritto nella legge: “Adora il Signore Iddio tuo, ed a lui solo rendi il culto” (Matt. 4:10), di conseguenza Cristo era Dio. Se il Figliuolo non fosse stato Dio non solo Egli non sarebbe stato degno di essere adorato, ma anche avrebbe Egli stesso ripreso sia le donne che i suoi discepoli quando lo adorarono. Ricordatevi che Gesù non si tirò mai indietro dal riprendere i suoi quando questi lo meritarono; Egli sgridò Giacomo e Giovanni quando gli chiesero se voleva che dicessero di fare scendere il fuoco dal cielo per divorare quei Samaritani che non lo avevano ricevuto perché era diretto a Gerusalemme (cfr. Luca 9:51-56); e riprese Pietro perché questi non voleva che lui soffrisse e morisse (cfr. Matt. 16:22-23). Quindi se i suoi discepoli, adorandolo, si fossero resi colpevoli di idolatria Gesù li avrebbe sgridati e gli avrebbe detto: ‘Adorate Iddio!’; il fatto invece che Egli accettò la loro adorazione conferma che Gesù era Dio e non solo uomo.

 

Ÿ Paolo dice ai Filippesi: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù; il quale, essendo in forma di Dio non riputò rapina l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso, prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini….” (Fil. 2:5-7). In questa maniera Paolo ha confermato sia che Cristo Gesù era uguale a Dio, e sia che Egli come Figliuolo di Dio era presso il Padre avanti la fondazione del mondo.

 

Ÿ Nella lettera agli Ebrei è scritto: “Ma voi siete venuti… a Dio, il Giudice di tutti” (Ebr. 12:22,23). Dio in questo caso è chiamato il Giudice di tutti; ma anche il Figliuolo è il Giudice di tutti perché Pietro ha detto di lui “ch’egli è quello che da Dio è stato costituito Giudice dei vivi e dei morti” (Atti 10:42). Perciò dato che sappiamo che il giudicio appartiene all’Eterno, cioè al solo e vero Dio, e a nessun’altro, Gesù Cristo è Dio.

 

Ÿ Marco dice che Gesù disse a quell’uomo paralitico portato da quattro: “Figliuolo, i tuoi peccati ti sono rimessi” (Mar. 2:5). Al che alcuni degli scribi che erano lì presenti ragionarono in cuore loro dicendo: “Perché parla costui in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può rimettere i peccati, se non un solo, cioè Dio?” (Mar. 2:7). Ma Gesù conosciuti i loro pensieri disse loro: “Perché fate voi cotesti ragionamenti ne’ vostri cuori? Che è più agevole, dire al paralitico: I tuoi peccati ti sono rimessi, oppur dirgli: Lèvati, togli il tuo lettuccio e cammina? Ora, affinché sappiate che il Figliuol dell’uomo ha potestà in terra di rimettere i peccati: Io tel dico (disse al paralitico), lèvati, togli il tuo lettuccio, e vattene a casa tua” (Mar. 2:8-11). Come potete vedere Gesù Cristo aveva il potere di rimettere i peccati. Perciò Gesù non poteva non essere Dio oltre che uomo e questo perché nei Salmi Davide dice di Dio: “Egli è quel che ti perdona tutte le tue iniquità” (Sal. 103:3), ed anche: “Tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato” (Sal. 32:5). Se lui fosse stato solo un uomo allora sì che avrebbe bestemmiato, ma il fatto è che Egli era, oltre che vero uomo, anche vero Dio e perciò aveva e continua ad avere il potere di rimettere i peccati agli uomini. Noi infatti abbiamo creduto in Lui ottenendo da lui la remissione dei peccati. Gloria al suo santo e benedetto nome ora e in eterno. Amen.

 

 

La natura umana di Cristo

 

Gesù Cristo è chiamato il Figliuol dell’uomo perché egli, pur essendo il Figlio di Dio, nacque secondo la carne da una donna. Egli, oltre ad essere il vero Dio secondo che è scritto: “In lui si compiacque il Padre di far abitare tutta la pienezza” (Col. 1:19), era anche un vero uomo, con un corpo umano come il nostro. Quindi, avendo egli un corpo come il nostro, doveva mangiare, bere, dormire, come noi. Ora, la natura umana di Gesù Cristo emerge dalle seguenti Scritture che noi paragoneremo con delle altre che si riferiscono a Dio e ciò al solo fine di farvi comprendere che Gesù come Figliuol dell’uomo era di poco minore a Dio secondo che è scritto nei Salmi: “Tu l’hai fatto poco minor di Dio” (Sal. 8:5).

 

Ÿ Giovanni dice: “Gesù dunque, stanco del cammino, stava così a sedere presso la fonte” (Giov. 4:6), quindi Gesù si stancò. Ma noi sappiamo che in Isaia é scritto di Dio che “Egli non s’affatica e non si stanca” (Is. 40:28); ma questo non ci spinge a dire che Gesù nei giorni della sua carne non era Dio, perché quella sua stanchezza era dovuta al fatto che Egli aveva un corpo umano soggetto a dei limiti.

 

Ÿ Matteo dice: “Ed essendo egli entrato nella barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco farsi in mare una così gran burrasca, che la barca era coperta dalle onde; ma Gesù dormiva” (Matt. 8:23-24); mentre nei Salmi è detto che “colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà” (Sal. 121:4). Ora, sulla barca, in quell’occasione il Figlio di Dio dormiva e questo perché aveva un corpo che si stancava ed aveva bisogno di riposo. Notate che Matteo dice che Gesù dormiva, ma non che Dio dormiva perché Dio non può mettersi a dormire. Ma benché Gesù dormì noi non diciamo che Gesù non era Dio e questo perché sappiamo che il Figliuolo, essendo nell’esteriore come uomo, aveva bisogno pure di dormire.

 

Ÿ Gesù disse: “Ma quant’é a quel giorno ed a quell’ora nessuno li sa, neppure gli angeli dei cieli, neppure il Figliuolo, ma il Padre solo” (Matt. 24:36). Ora, noi sappiamo che “l’Eterno è un Dio che sa tutto” (1 Sam. 2:3), quindi come mai Gesù Cristo che era Dio disse di non sapere né il giorno e né l’ora della sua seconda venuta? La ragione è perché egli era anche un uomo.

 

Non c’é quindi da meravigliarsi se Gesù prima di morire disse ai suoi discepoli: “Se voi m’amaste, vi rallegrereste ch’io vo al Padre, perché il Padre é maggiore di me” (Giov. 14:28), perché Egli come Figliuol dell’uomo era inferiore a Dio Padre secondo che é scritto nei Salmi: “Tu l’hai fatto poco minor di Dio” (Sal. 8:5), ed in quest’occasione parlò come Figliuol dell’uomo. Certo, ogni qualvolta parliamo della natura umana che assunse il Figlio di Dio pur rimanendo Dio tutti i giorni della sua carne, riconosciamo di parlare di qualcosa che non comprendiamo appieno; ma ciò non ci impedisce affatto né di crederlo e neppure di proclamarlo. “Senza contraddizione, grande é il mistero della pietà” (1 Tim. 3:16). A Cristo Gesù, nostro Dio e Salvatore, sia la gloria ora e in eterno. Amen.

 

Il sacerdozio di Cristo

 

Dio, dopo avere tratto il popolo d’Israele dall’Egitto per mezzo di Mosè, lo condusse al monte Sinai, sul quale oltre che a promulgare la legge comandò a Mosè di dire al popolo d’Israele che gli facessero un santuario, infatti gli disse: “Mi facciano un santuario perch’io abiti in mezzo a loro. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti” (Es. 25:8,9); questo tabernacolo fu costruito, ma era solamente un santuario terreno che raffigurava quello perfetto che è nel cielo. È scritto: “Fu preparato un primo tabernacolo, nel quale si trovavano, il candeliere, la tavola, e la presentazione dei pani; e questo si chiamava il Luogo santo. E dietro la seconda cortina v’era il tabernacolo detto il Luogo santissimo, contenente un turibolo d’oro, e l’arca del patto, tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un vaso d’oro contenente la manna, la verga d’Aaronne che aveva fiorito, e le tavole del patto. E sopra l’arca, i cherubini della gloria che adombravano il propiziatorio” (Ebr. 9:2-5); in questo santuario terreno vi erano gli atti del culto da compiere e Dio scelse Aaronne e i suoi figliuoli per compierli. Aaronne fu costituito da Dio Sommo Sacerdote a pro d’Israele per offrire doni e sacrifici per i peccati del popolo mentre i suoi figliuoli furono fatti sacerdoti. Ora, il Sommo Sacerdote sotto l’antico patto era obbligato a offrire dei sacrifici anche per i suoi peccati, essendo anch’egli un uomo circondato da infermità ed era proprio in ragione di questa sua infermità che egli poteva “avere convenevole compassione verso gli ignoranti e gli erranti” (Ebr. 5:2). Il Sommo Sacerdote era il solo che entrava nel Luogo santissimo “una volta solamente all’anno” (Ebr. 9:7), con del sangue, il quale egli offriva per se stesso e per gli errori del popolo; i sacerdoti invece non potevano entrare nel Luogo santissimo ma solo nel Luogo santo; era qui che essi entravano continuamente per compiere gli atti del culto a loro affidati. Dio, nella legge aveva comandato che una volta all’anno e precisamente il decimo giorno del settimo mese, il Sommo Sacerdote compisse l’espiazione dei suoi propri peccati e di quelli del popolo; egli doveva scannare un giovenco, quale sacrificio per il proprio peccato, e portare il sangue d’esso al di là del velo, nel Luogo santissimo e aspergere di sangue, col dito, il propiziatorio che era sull’arca, dal lato d’oriente e fare “sette volte l’aspersione del sangue col dito, davanti al propiziatorio” (Lev. 16:14), poi egli doveva scannare il capro del sacrificio per il peccato che era per il popolo e portare il sangue d’esso di là dal velo e fare di questo sangue quello che aveva fatto del sangue del giovenco, cioè l’aspersione sul propiziatorio e davanti al propiziatorio; era così che il Sommo Sacerdote compiva l’espiazione dei suoi peccati e di quelli del popolo. Dio disse a proposito di quel giorno: “In quel giorno si farà l’espiazione per voi affin di purificarvi: voi sarete purificati da tutti i vostri peccati davanti all’Eterno… Questa sarà per voi una legge perpetua, per fare una volta all’anno per i figliuoli d’Israele, l’espiazione di tutti i loro peccati” (Lev. 16:30,34).

 

Ora, Dio avendo concluso con la casa d’Israele e con la casa di Giuda e con noi Gentili che abbiamo creduto, un nuovo patto (un patto migliore del primo) ha costituito un altro Sommo Sacerdote nelle cose concernenti Dio e lo ha preso di fra gli uomini e lo ha stabilito sacerdote per l’eternità, infatti Dio ha detto al Figliuolo: “Tu sei sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedec” (Ebr. 5:6; Sal. 110:4). A tale riguardo è necessario dire che il Figlio di Dio, per avere convenevole compassione verso noi e per potere venire in aiuto a noi progenie d’Abramo, “doveva essere fatto in ogni cosa simile ai suoi fratelli” (Ebr. 2:17) e difatti è proprio perchè i figliuoli di Dio partecipano del sangue e della carne che anch’egli vi ha similmente partecipato. Quindi, il Figlio di Dio, per diventare un fedele e misericordioso Sommo Sacerdote nelle cose appartenenti a Dio e per compiere l’espiazione dei nostri peccati, dovette prendere forma di servo e divenire simile agli uomini ed oltre a ciò dovette soffrire, ed è proprio a motivo delle sofferenze da lui patite nei giorni della sua carne che Egli può aiutarci, secondo che è scritto: “In quanto egli stesso ha sofferto essendo tentato, può soccorrere quelli che sono tentati” (Ebr. 2:18). Fratelli, bisognava che il Figlio di Dio fosse tentato dal diavolo, perciò egli fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato da Satana; bisognava che il Figlio di Dio soffrisse, perciò egli soffrì molte cose dai capi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani e fu reietto da quella generazione peccatrice. La Scrittura dice: “Per condurre molti figliuoli alla gloria, ben s’addiceva a Colui per cagione del quale sono tutte le cose e per mezzo del quale sono tutte le cose, di rendere perfetto, per via di sofferenze, il duce della loro salvezza” (Ebr. 2:10) e difatti è proprio in ragione delle sue sofferenze che il Figlio di Dio è stato reso perfetto per sempre ed è divenuto un fedele e misericordioso Sommo Sacerdote. Diletti, è proprio perchè il Figlio di Dio partecipò alla nostra natura umana, che egli potè distruggere la morte e “colui che aveva l’impero della morte, cioè il diavolo” (Ebr. 2:14) e liberare “tutti quelli che per il timore della morte erano per tutta la vita soggetti a schiavitù” (Ebr. 2:15); un angelo, essendo uno spirito, non avrebbe potuto fare quello che ha fatto Gesù Cristo, perchè solo un vero uomo, santo, giusto e perfetto avrebbe potuto aiutarci e salvarci dai nostri peccati, e grazie siano rese a Dio per avere costituito in favore nostro un tale Sommo Sacerdote, che è stato in virtù di tutte le sue sofferenze reso perfetto per sempre; sì, avevamo proprio bisogno di un tale Sacerdote e questo Dio lo sapeva e lo ha suscitato, il suo nome è Gesù.

Come Aaronne non si prese da sè l’onore di essere fatto Sommo Sacerdote, così anche Cristo “non si prese da sè la gloria di essere fatto Sommo Sacerdote, ma l’ebbe da Colui che gli disse: Tu sei il mio Figliuolo; oggi ti ho generato” (Ebr. 5:5; Sal. 2:7) e: “Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec” (Ebr. 5:6; Sal. 110:4). Gesù Cristo è Sommo Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec e non secondo l’ordine di Aaronne; “questo Melchisedec, re di Salem, sacerdote dell’Iddio Altissimo, che andò incontro ad Abramo quand’egli tornava dalla sconfitta dei re e lo benedisse, a cui Abramo diede anche la decima d’ogni cosa, il quale in prima, secondo l’interpretazione del suo nome, è Re di giustizia, e poi anche Re di Salem, vale a dire Re di pace, senza padre, e senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni nè fin di vita, ma rassomigliato al Figlio di Dio, questo Melchisedec rimane sacerdote in perpetuo” (Ebr. 7:1-3). Ora, la grandezza di questo Melchisedec è manifesta dal fatto che Abramo, il patriarca, gli dette la decima del meglio della preda, ma anche dal fatto che egli benedisse Abramo, “colui che aveva le promesse” e “senza contraddizione, l’inferiore è benedetto dal superiore” (Ebr. 7:6,7). Melchisedec è superiore ad Aaronne e ai sacerdoti levitici, perchè nella persona d’Abramo, Levi stesso (che era ancora nei lombi d’Abramo, quando questi incontrò Melchisedec) che prende le decime secondo la legge, fu sottoposto alla decima per darla a qualcuno che non era della sua stirpe, cioè a Melchisedec.

Gesù, il Sommo Sacerdote della nostra professione di fede è disceso secondo la carne dalla tribù di Giuda e non da quella di Levi, alla quale Dio affidò il sacerdozio; qualcuno dirà: ‘Ma che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec e non secondo l’ordine di Aaronne? Fratelli, il bisogno c’era, perchè la perfezione non fu resa possibile per mezzo del sacerdozio levitico, perciò Dio ha fatto sorgere dalla tribù di Giuda un altro sacerdote, secondo un ordine più eccellente di quello di Aaronne, per mezzo del quale noi, quanto alla coscienza, siamo stati resi perfetti. Il Sommo Sacerdote della nostra professione di fede è superiore ai Sommi sacerdoti dell’antico patto perchè mentre quelli furono fatti tali senza giuramento, lui è stato fatto Sommo Sacerdote con giuramento, secondo che è scritto: “Il Signore l’ha giurato e non si pentirà: tu sei Sacerdote in eterno” (Ebr. 7:21; Sal. 110:4), ed è per questo motivo che il patto del quale Gesù è divenuto garante (cioè il nuovo patto) è più eccellente del primo.

I Sommi sacerdoti sotto l’antico patto erano imperfetti, mentre “la parola del giuramento fatto dopo la legge costituisce (Sommo Sacerdote) il Figliuolo, che è stato reso perfetto per sempre” (Ebr. 7:28); quelli furono fatti in gran numero, “perchè per la morte erano impediti di durare; ma questi, perchè dimora in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette; ond’è che può anche salvare appieno quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, vivendo egli sempre per intercedere per loro” (Ebr. 7:23-25). Fratelli, Gesù Cristo morì, ma il terzo giorno risuscitò e la morte non lo signoreggia più; egli è alla destra di Dio dove intercede per noi del continuo. Gesù fa da mediatore fra Dio e noi ed è perciò che noi ci avviciniamo a Dio con piena certezza di fede, sicuri che Egli ci ascolta e ci esaudisce, perchè ci accostiamo a Lui nel nome del suo Figliuolo che è Sacerdote in eterno.

I Sommi sacerdoti, sotto la legge, dovevano ogni anno offrire il sangue di becchi e di vitelli per compiere l’espiazione dei loro peccati e di quelli del popolo, ma Gesù Cristo ha offerto se stesso una volta per sempre per i nostri peccati. La Scrittura dice: “La legge, avendo un’ombra dei futuri beni, non la realtà stessa delle cose, non può mai con quegli stessi sacrifici, che sono offerti continuamente, anno dopo anno, rendere perfetti quelli che s’accostano a Dio. Altrimenti non si sarebb’egli cessato d’offrirli, non avendo più gli adoratori, una volta purificati, alcuna coscienza di peccati? Invece in quei sacrifici è rinnovato ogni anno il ricordo dei peccati; perchè è impossibile che il sangue di becchi e di tori tolga i peccati” (Ebr. 10:1-4); questo significa che benchè gli Israeliti offrissero quei sacrifici per i loro peccati, i loro peccati erano annualmente ricordati da Dio, essi non sparivano mai dalla loro coscienza, perchè quei sacrifici erano imperfetti e prefiguravano l’espiazione che l’Agnello di Dio avrebbe compiuto negli ultimi giorni; gli Israeliti persistevano ad avere coscienza di peccati perchè quelle dei sacrifici erano solo regole carnali che Dio aveva stabilito per un determinato tempo, per annullarle poi nella pienezza dei tempi; questa è la ragione per cui è scritto: “Non possono quanto alla coscienza rendere perfetto colui che offre il culto” (Ebr. 9:9); si trattava solo di bestie grasse, di sangue di animali, come avrebbero mai potuto queste cose annullare il peccato, cancellandolo dalla coscienza di colui che le offriva? Era impossibile che la coscienza fosse resa perfetta mediante il sangue di tori e di becchi, ma quello che era impossibile al sangue di tori e di becchi, l’ha compiuto il sangue di Gesù Cristo, secondo che è scritto: “Il sangue di Cristo che mediante lo Spirito eterno ha offerto se stesso puro d’ogni colpa a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere morte…” (Ebr. 9:14). Fratelli, la nostra coscienza che era contaminata dai peccati è stata purificata mediante il sangue di Cristo; quando noi siamo stati lavati e cosparsi col sangue di Gesù Cristo, i nostri peccati sono stati tolti via, il loro ricordo è svanito e non c’è più nel cospetto di Dio perchè Dio ha detto: “Non mi ricorderò più dei loro peccati” (Ebr. 8:12; Ger. 31:34). Dio dice: “Io ho fatto sparire le tue trasgressioni come una densa nube, i tuoi peccati come una nuvola” (Is. 44:22); i nostri vecchi peccati come nuvole nere ottenebravano e avvolgevano la nostra coscienza da tutte le parti, ma Cristo con il suo sangue li ha fatti sparire ed essi non si vedono più neppure all’orizzonte. Paolo dice: “Voi, dico, Egli ha vivificati con lui, avendoci perdonato tutti i falli” (Col. 2:13), tutti, non solamente alcuni, perchè “il sangue di Gesù, suo Figliuolo, ci purifica da ogni peccato” (1 Giov. 1:7). Ciò che fa il sangue di Gesù nel cuore di colui che riceve il Signore è un’opera perfetta, senza difetto, perchè gli toglie tutti i vecchi peccati; per questo noi siamo in obbligo di rendere del continuo grazie a Dio per il sangue dell’Agnello senza difetto e senza macchia, che fu sparso al Golgota. Il Sommo Sacerdote della nostra professione di fede, dopo avere offerto se stesso per rendere perfetta la nostra coscienza è entrato pure lui in un santuario, e sapete dove? “Nel cielo stesso”, dice la Scrittura, e non in un santuario fatto con mano “figura del vero” (Ebr. 9:24); è scritto che Gesù “attraverso il tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto con mano, vale a dire, non di questa creazione, e non mediante il sangue di becchi e di vitelli, ma mediante il proprio sangue, è entrato una volta per sempre nel santuario, avendo acquistata una redenzione eterna” (Ebr. 9:11,12) e “non per offrire se stesso più volte come il Sommo sacerdote, che entra ogni anno nel santuario con sangue non suo; chè, in questo caso avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo…” (Ebr. 9:25,26). Quello che Gesù ha fatto, quando offrì se stesso, lo ha fatto una volta per sempre nel tempo fissato da Dio ed era necessario che lo facesse per stabilire il nuovo patto, infatti affinchè il Nuovo Testamento del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo fosse dedicato e diventasse valido, bisognava che fosse accertata la sua morte, perchè è scritto: “Dove c’è un testamento, bisogna che sia accertata la morte del testatore. Perchè un testamento è valido quand’è avvenuta la morte, perchè non ha valore finchè vive il testatore” (Ebr. 9:16,17). La morte di Gesù Cristo è stata accertata, il Nuovo Testamento perciò è valido, egli ce lo ha lasciato, in esso ci ha promesso una eterna eredità, ma ricordatevi che per farci eredi di questa eterna e gloriosa eredità, egli, l’Unigenito venuto da presso il Padre, dovette morire. È scritto: “Anche il primo patto non è stato inaugurato senza sangue. Difatti, quando tutti i comandamenti furono secondo la legge proclamati da Mosè a tutto il popolo, egli prese il sangue dei vitelli e dei becchi con acqua, lana scarlatta ed issopo e ne asperse il libro stesso e tutto il popolo, dicendo: ‘Questo è il sangue del patto che Dio ha ordinato sia fatto con voi’. E parimente asperse di sangue il tabernacolo e tutti gli arredi del culto. E secondo la legge, quasi ogni cosa, è purificata con sangue; e senza spargimento di sangue non c’è remissione” (Ebr. 9:18-22); ora, come lo fu il primo patto dedicato con sangue, così lo è stato pure il secondo, ma non con sangue di vitelli e di becchi, ma con il sangue prezioso di Gesù Cristo, infatti Gesù, dopo avere proclamato i comandamenti di Dio, (secondo che egli disse: “Perchè io non ho parlato di mio; ma il Padre che m’ha mandato, m’ha comandato lui quel che debbo dire e di che debbo ragionare” [Giov. 12:49]) disse ai suoi discepoli, quando diede loro il calice la notte in cui fu tradito: “Questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per la remissione dei peccati” (Matt. 26:28).

Gesù Cristo, mediante il suo sangue ha manifestato ed ha aperto la via al Santuario e ci ha messo in grado di accedere liberamente nel cospetto di Dio; mentre sussisteva ancora il primo tabernacolo, l’accesso al Luogo santissimo era permesso solo al Sommo sacerdote e vietato ai sacerdoti, ma ora, mediante Cristo, la cortina che divideva il Luogo santo da quello santissimo è stata squarciata, e noi, quali sacerdoti di Dio, abbiamo la libertà di accostarci al trono di Dio con piena fiducia; quale privilegio, quale onore! Fratelli, riteniamo fermamente fino alla fine questa nostra fiducia nel Sommo Sacerdote della nostra professione di fede.

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